Un viaggio in Benin, 150 anni dopo Borghero

benin 1Dall’8 al 19 aprile 2011 i missionari SMA hanno organizzato un pellegrinaggio nel Benin per celebrare, insieme alla chiesa beninese, i 150 anni di evangelizzazione di quella terra.

Infatti proprio il 18 aprile 1861 un padre SMA, Francesco Borghero, di Ronco Scrivia, sbarcò con lo spagnolo P. Francesco Fernandez, a Ouidah in Benin, e quella data segnò l’inizio di una presenza di missionari cattolici in quel Paese.

Al viaggio hanno partecipato 17 persone: tre padri SMA, una suora NSA (Nostra Signora degli Apostoli), la Congregazione fondata da padre Planque della SMA, più altre tredici persone in gran parte di Padova, che da anni conoscono e sostengono l’opera dei missionari.

Quando ho deciso di partecipare mi sono chiesta se fosse proprio necessario compiere questo viaggio per conoscere la realtà dell’Africa, ma solo partecipando mi sono resa conto che il calore dell’incontro con le persone bisogna viverlo.

Ecco alcune esperienze di questo incontro
, partendo dalla frase del logo del 150°: “ Cristiano, rendi conto della tua speranza”. Queste parole di San Paolo, scritte sul simbolo dell’Africa in tutte le chiese visitate, sono ben presenti tra i Cristiani che abbiamo incontrato, perché li ho trovati gioiosi, entusiasti e orgogliosi della loro fede, felici di poterla manifestare e comunicare.

benin 2Noi italiani siamo stati gli ospiti d’onore, perché considerati gli eredi di padre Borghero, che per primo aveva portato ai loro avi l’annuncio di Gesù Cristo.

Nelle comunità che abbiamo visitato tutti ci salutavano e volevano parlare con noi (sebbene il nostro francese lasciasse un po’ a desiderare): loro riconoscono che essere cristiani è una grazia che hanno ricevuto. Subito mi sono chiesta se noi avvertiamo la differenza tra essere cristiani e non esserlo: siamo coscienti di questa grazia?

Domenica 10 aprile, la Messa di ringraziamento è stata celebrata sulla spiaggia dove sono arrivati i primi missionari e fin dalle prime ore del mattino, passando con il pullman, abbiamo visto una mobilitazione generale: gente che si spostava nella stessa direzione, in moto, in macchina, a piedi. Giovani, adulti, bambini, i piccoli portati sul dorso dalle madri, molti indossavano i “pagne”, vestiti molto colorati, celebrativi del 150°.

Quando siamo arrivati era già presente il coro che ha animato la messa con canti molto ritmici e coinvolgenti, tutto comunicava che la festa non era una formalità ma espressione di autentica vita cristiana.

Entusiasmante, gioiosa è stata l’omelia dell’arcivescovo di Lione, card. Barbarin, che commentando il Vangelo ha invitato alla speranza nel Cristo risorto, ed alla fine ha esortato i cristiani del Benin a “continuare a cantare per il mondo intero il loro inno alla vita”.

benin 3E questo inno alla vita lo abbiamo incontrato nel vescovo di Djougou, Paul Viera, che ha avuto la vocazione vedendo un missionario sacrificarsi per la sua gente, e porta avanti la sua missione con la coscienza che il sacerdozio è sacrificio e carità, e che evangelizzare è l’atto più alto di amore.

Quindi la fede e la vita, la fede che ispira opere di carità come il Centro per malati mentali di Avenkrou, fondato da Grégoire, sposato e padre di 6 figli. Basta questo nome per sintetizzare l’amore e la donazione totale per gli ultimi, la sua serenità, il suo sorriso, fanno apparire semplici anche le imprese più difficili, che umanamente noi riterremmo impossibili: 5 Centri aperti, tra Costa d’Avorio, Burkina Faso, Benin e…., lui che non si risparmia, non dice mai di no e si affida totalmente alla Provvidenza.

Ma chi è Grégoire? Prima faceva il gommista, ad un certo punto della sua vita, in un momento molto difficile materiale e spirituale, ha incontrato un missionario che lo ha aiutato, ed è stato come folgorato dalla frase: “un cristiano deve partecipare con la sua pietra alla costruzione della sua chiesa”.

Ha incominciato a chiedersi quale fosse la sua pietra; così ha iniziato ad occuparsi dei malati di mente, abbandonati da tutti, andando a visitarli negli ospedali e poi liberandoli dalle famiglie che li tenevano legati, privi dell’essenziale e di ogni dignità: più che con le medicine, li ha guariti con l’amore.

Che cosa potrebbe ispirare l’impegno di P. Claude Templé e del suo istruttore nel Centro “Les Ateliers de St. Joseph’’ per ragazzi di strada, se non l’amore?

Qui vengono accolti come in una famiglia, viene insegnato loro un mestiere: falegname, fabbro, elettricista, per inserirli da adulti nella società.

benin 4Sovente si tratta di ragazzi che hanno subìto gravi traumi: un ragazzo di 15 anni ha iniziato solo ora a parlare! Problemi grandi da gestire, ma P. Claude è sereno, dà la sua vita per loro, così con il suo impegno che svolge come volontario.

Per non parlare dell’opera delle suore NSA e del loro Centro per bambini abbandonati. Appena entriamo nel Centro, ci vengono incontro tanti bambini, piccoli sui 2 o 3 anni, che ci guardano con i loro grandi occhi, pieni di speranza e ci vengono in braccio. Tutti ne abbiamo uno, qualcuno anche due, alcuni scherzosi, altri tristi.

Le due suore che incontriamo sono serene, sorridenti, hanno sempre un gesto d’affetto per tutti e cercano di organizzare come possono la vita di questi bimbi per dar loro un po’ d’amore.

Oltre ai centri caritativi ci ha colpito anche la vitalità delle parrocchie. A Calavi abbiamo partecipato alla celebrazione, con tutti i padri della SMA nella parrocchia di Santa Josephine Bakhita: pur essendo lunedì, era presente un coro con numerose donne, molte con i bambini piccoli, che hanno animato la liturgia; anche qui un clima di grande accoglienza come la Domenica delle palme nella chiesa del Sacro Cuore a Cotonou, moltissima gente, giovani, bambini che partecipano alla Messa senza disturbare, muovendosi in ordine, proprio come una grande famiglia che ci tiene alla comunità.

I padri ci hanno detto che qui la gente prega molto, lodano e ringraziano il Signore; in alcune chiese, durante la settimana, ogni sera c’è un turno di preghiera e anche se hanno poco donano dei beni materiali per autofinanziare la loro comunità.

benin 5La gente del Benin ha sempre accolto bene i missionari. Gli inizi della missione della SMA in Africa furono molto duri a causa della febbre gialla e della malaria: infatti nel mese di giugno1859, in Sierra Leone, morirono 5 missionari, tra quali il fondatore mons. Marion de Brésillac.

A Lione, da dove erano partiti, rimasero in pochi: P. Agostino Planque che prese il testimone e due altri, Borghero e Fernandez, i quali due anni dopo partirono per una nuova spedizione, questa volta, in Benin. Quel seme, caduto in terra, diede lentamente i suoi frutti: oggi dei 40 missionari SMA presenti in Benin, la metà sono confratelli africani.

Proprio i frutti dello Spirito Santo sono visibili al Centro Brésillac a Calavi
, inaugurato dal card. Gantin nel 1988: ora vi sono 33 ragazzi provenienti da varie regioni dell’Africa, che, durante un anno, cercano di conoscere la spiritualità della missione prima di entrare nella SMA. Essi sono il futuro della SMA e dell’evangelizzazione ed è commovente pensare che il sacrificio della vita di tanti missionari non è stato vano: la logica di Dio non è quella degli uomini, con la fede autentica la perseveranza si possono realizzare cose grandi.

Ivana Mangini

Leggi il racconto e le emozioni di p. Renzo Mandirola

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Guarda la Gallery (foto di d.Carlo Bordone)

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