Dorcas e altre storie a Niamey

niger niamey

Anche Juditte, originaria della Repubblica Democratica del Congo, si trova ormai da anni a Niamey. Le sue due figlie si trovano invece al Paese. E Mokey, suo nuovo compagno, aveva appreso del naufragio della moglie e dei figli nel Mediterraneo.

Erano partiti dal Niger per la Libia qualche mese prima e poi, tentati dall’Europa, avevano rischiato il viaggio attraverso il mare. Le croci senza nome si trovano forse a Lampedusa o tra le reti dei pescatori del canale di Sicilia.

I rifugiati sono visti a Niamey come mendicanti e potenziali ladri da buona parte della gente e solo occasionalmente esistono. Nella maggior parte dei casi fanno parte di puntuali statistiche riesumate e aggiornate per dare consistenza alla governanza umanitaria globale.

Presi ad ostaggio quanto basta per giustificarsi e rinnovare l’identità del grande circo samaritano che ad ogni stagione somministra le dovute rappresentazioni mediatiche.

La giornata mondiale per i rifugiati cade il 20 giugno e allora si organizzano anche le feste commemorative e le gite guidate per i rifugiati sopravissuti. Le mogli e i figli dei funzionari sono nelle auto climatizzate e i rifugiati veri trovano posto nel retro del camion.

Nel pulmino di mezzo, stipato, le madri e i loro figli. Rifugiati per nascita o per dimenticanza. La gita al parco W si è conclusa con la disfatta del sistema di esclusione e la promessa di non partecipare ad altre feste.

In transito permanente a Niamey sperando nell’asilo politico in un Paese più ricco ed accogliente di futuro. E così passano gli anni e qualcuno trova un’altra spiaggia di approdo e poi manda le foto della nuova sistemazione ambita. Il Canada o i Paesi scandinavi o gli Stati Uniti.

Dipende dalle offerte e dalle proposte e dalla simpatia e dalle necessità. E nell’attesa scorre la vita. Tra aiuti occasionali e tabelle e visite di funzionari e rapporti da inoltrare all’ufficio centrale che si trova a Dakar, in Senegal.

Le donne e i bambini sono le categorie più fragili ed esposte alla compravendita per la sopravvivenza, e per dare da mangiare ai propri figli sono le donne che poi sono acquistate per l’altro commercio nascosto e complice.

Invece Senghor si trova in Niger da 18 anni. Anche lui della Repubblica Democratica del Congo. Rifugiato da una vita. Lavorava per una ONG creata da una Chiesa Battista. Non aveva diritto ad un contratto permanente perchè straniero e rifugiato. Non sta bene e dice di soffrire di gravia amnesie.

Dimentica il passato e soprattutto il presente. Il futuro si confonde coi due e non sa chi scegliere per andare avanti. Ha bisogno di una visita specialistica e soprattutto di afferrare una vita che sembra scappargli di mano come la sabbia che circonda Niamey e sembra seppellirla sotto il sole.

Pelagie è originaria del Centrafrica e si trova rifugiata in Niger dal 2005. Anch’essa in attesa di partire o di tornare. Sua figlia maggiore soffre molto il clima e lei fa sopravvivere la famiglia inventando bambole di pezza che suo marito arreda e fa stare in piedi col filo di ferro. Fa trecce molto sottili anche per le ragazze musulmane che solo di sera sfoggiano la libertà di sedurre.

I rifugiati riconosciuti sono poche decine. Oltre coloro che sono stati ospitati in altri Paesi si contano coloro che sono nel frattempo scomparsi e seppelliti da qualche parte.

Il Niger è una grande porta d’ingresso per l’Africa del Nord e il Mediterraneo. A volte si trasforma in porta di uscita e occasionalmente in porta girevole con vista sul deserto. Si condivide la povertà e si maledice la miseria e le ricorrenti carestie che il distratto fiume Niger non riesce a lenire.

Il marito di Pelagie fa il giardiniere e coltiva i fiori rimasti a germogliare tra le ville e i conventi della capitale. Non si trova lavoro perché i lavori qualificati e remunerati sono riservati a chi possiede la nazionalità nigerina. I rifugiati sono la parabola di un mondo dove solo le guerre sembrano aver ragione. Passano gli anni e arrivano i figli e crescono da rifugiati per scelta o per necessità.

La figlia più piccola di Pelagie ha il sorriso appena rubato da una sorgente e indossa le treccine che sua madre le ha confezionato. A scuola non porta il velo e allora le compagne non vogliono avvicinarla quando si presenta con le trecce nuove.

Si chiama Dorcas, che significa Gazzella. Come nelle favole di una volta.

P. Mauro Armanino, Niamey

21/05/2011

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