I Parchi della Pace: natura senza confini


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“In una società internazionale afflitta da guerre e da divisioni, la pace rappresenta un elemento centrale del futuro. I Parchi della Pace contribuiscono a questo processo, non solo nella nostra regione, ma potenzialmente ovunque nel mondo”.

Con queste parole di Nelson Mandela, nell’Africa australe si è dato il via a un encomiabile progetto di protezione e sviluppo della biodiversità, attraverso la creazione di una rete verde di parchi transnazionali. L’idea è ricreare le antiche rotte migratorie degli animali della savana, aprendo le frontiere degli Stati tra loro confinanti, per sviluppare spazi più grandi in cui leoni, elefanti, bufali e altri specie africane possono vivere e spostarsi in tutta libertà.

Tutelare l’ambiente per sostenere la pace

In passato, nel continente africano la protezione della natura si ispirava prevalentemente a una logica fondata su politiche nazionali. Ogni Stato istituiva all’interno dei propri confini aree protette dove fauna e flora sono salvaguardate grazie a una serie di leggi. Nel 1997, è affiorato un nuovo approccio per la tutela dell’ambiente, attraverso l’idea dei Parchi transfrontalieri (guarda la mappa), cioè immense zone protette in cui recinzioni e confini vengono annullati, in modo da permettere agli animali di muoversi come accadeva in un tempo remoto. Questa visione rivoluzionaria è partita grazie all’iniziativa di Anton Rupert, all’epoca Presidente della sezione del WWF in Sudafrica.

Fu lui a dare il via a una serie di colloqui con i rappresentanti politici delle nazioni incluse nella regione australe. Con il beneplacito della Banca Mondiale e di tutte le più importanti organizzazioni internazionali ambientaliste, il progetto dei Parchi transfrontalieri prendeva sempre più forma.


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A determinarne la realizzazione è stato il cambio politico avvenuto in Sudafrica, con la fine del regime di apartheid e l’investitura, nel 1994, di Nelson Mandela a Presidente del nuovo Sudafrica libero. Questo storico evento ha contribuito a una rapida crescita del turismo proprio in Sudafrica, un Paese con una rigogliosa e variegata natura, ricco di tante suggestive aree protette e riserve naturalistiche. Per rafforzare la salvaguardia dei parchi e per stimolare l’industria turistica in altre nazioni dell’Africa australe, è stata istituita nel febbraio 1997 la Peace Parks Foundation.

L’obiettivo della Fondazione è promuovere l’istituzione di Parchi transfrontalieri, ampie zone verdi dove gli animali possono riprendere gli antichi passaggi migratori. I grandi branchi della savana hanno così nuovamente la possibilità di seguire ritmi e necessità primordiali. Ma c’è dell’altro, come suggerisce il nome della Fondazione. L’idea dei Parchi senza frontiere si unisce al desiderio di pace tra gli Stati, e così le aree protette rappresentano un canale per stabilire o mantenere la concordia fra le nazioni.

Collegare aree naturali fra loro confinanti risponde anche alla necessità di una gestione razionale delle risorse considerando prioritari, sia lo sviluppo sostenibile, cioè adeguare le esigenze del progresso economico con quelle della tutela ambientale, sia il principio della responsabilità intergenerazionale, che significa salvaguardare le esigenze delle generazioni presenti e future.

Comunità locali coinvolte nella protezione dell'ambiente

Ingrandire le aree protette per creare nuovi e più ampi corridoi migratori ha un impatto rilevante sulle abitudini degli animali. Questo aspetto è prioritario. Ci sono specie, come gli elefanti, che per poter trovare cibo devono spostarsi per lunghi tragitti, rischiando di incrociare bracconieri senza scrupoli, a caccia di un trofeo da vendere al miglior acquirente. I Parchi transfrontalieri costituiscono spazi naturali dove gli elefanti e gli altri animali della savana possono spostarsi senza pericoli, essendo tutelati dai ranger che controllano il territorio e l’eventuale presenza di figure sospette.

L’istituzione dei Parchi della Pace ha comunque un altro risvolto positivo: promuove lo sviluppo delle comunità locali coinvolte nel progetto di conservazione ambientale. Le popolazioni hanno la possibilità di inserirsi nel settore turistico o in altre attività collegate alle risorse e alle opportunità che le grandi aree protette offrono. Viene incentivato un rapporto di dipendenza reciproca tra uomo e natura: le comunità locali traggono vantaggi sociali, oltre che economici, dalla salvaguardia degli ecosistemi; gli animali hanno maggiore libertà senza le recinzioni o blocchi di confine e sono più tutelati insieme al loro habitat. Si vengono così a creare le condizioni per ripristinare primordiali sistemi ecologici su grande scala dove uomini e animali possono spostarsi liberamente.

Il parco transfrontaliero Kgalagadi

Grandi spazi aridi pieni di vita
Il popolo San lo chiama “il luogo della sete”. In effetti, il parco transfrontaliero Kgalagadi è caratterizzato da un clima secco e da grandi terre desertiche. La sua estensione è di circa 40mila km² e include due parchi nazionali, il Gemsbok del Botswana e il Kalahari Gemsbok del Sudafrica, più la riserva Mabuasehube. Si tratta del primo parco della pace, istituito nel 2000.

Il Kgalagadi è un ecosistema unico nel suo genere, poiché la presenza umana è alquanto limitata considerate le difficili condizioni ambientali. Le risorse idriche di superficie scarseggiano, la piovosità è molto bassa e vi è una forte escursione termica, soprattutto durante la stagione invernale: le giornate sono piuttosto miti, ma le notti decisamente fredde. Questo habitat pullula comunque di tante specie animali, tanto da renderlo uno degli ultimi luoghi selvaggi dell’Africa.

Vi scorazza l’orice gazzella, della famiglia delle antilopi, ghiotta dei meloni selvatici, che crescono abbondanti nella regione, e da essi assorbe la maggior parte dei liquidi necessari alla sopravvivenza; l’orice gazzella inoltre beve pochissimo anche grazie al suo sistema fisiologico, che controlla la traspirazione e la temperatura del flusso sanguigno. Il parco è popolato anche da tante altre specie: leopardi, caracal, leoni, sciacalli, iene, ghepardi, gnu, che hanno saputo adattarsi a questo ambiente desertico.

Per esempio, il leone non ha la possibilità di trovare grandi prede, quindi deve cacciare animali più piccoli e deve spostarsi continuamente rispetto ai suoi simili che abitano le tipiche savane africane. Nel parco vivono anche le antilopi saltanti, le manguste, la volpe del Capo, e poi oltre duecento specie di uccelli, tra cui l’aquila e i piccoli tessitori, noti per i loro enormi nidi.

Quando il deserto fiorisce
Il parco transfrontaliero Kgalagadi è attraversato da due fiumi, il Nossob e il suo affluente Auob. Normalmente, i loro corsi sono asciutti, tranne quando arriva la stagione delle piogge, che va da dicembre ad aprile. I rari scrosci d’acqua (da 127mm a 350mm di acqua all’anno) sono improvvisi e talvolta concentrati in poche ore. La regione tra i due fiumi, grazie alla pioggia, si trasforma solo per poco tempo in un’oasi rigogliosa. Avendo un percorso meno lungo rispetto al Nossob, l’alveo del fiume Auob è più facile che per alcuni tratti sia umido d’acqua.

Il Nossob e l’Auob, si riuniscono nei pressi di Twee Rivieren, dove il paesaggio abbastanza uniforme è caratterizzato da stagni, ma anche da dune: una zona ideale per avvistare gli animali. Una pianta diffusa nel parco è l’acacia erioloba, particolarmente apprezzata dalle giraffe della quale si nutrono. Questo tipo di acacia, presente solo negli ambienti aridi e secchi, viene utilizzata anche dalle popolazioni locali, i Boscimani, che la trasformano in uno strumento musicale, agitando i rami come sonagli.

L’altra pianta-simbolo del Kgalagadi si trova in un luogo ben preciso, il Baines Baobab che, come suggerisce il nome, è caratterizzato da imponenti e millenari alberi. È stato l’esploratore Thomas Baines a giungere in questa remota area nel 1862 e fu lui a immortalare su tela i gruppi di baobab millenari del luogo. Da allora, lo scenario appare immutato.

Il Great Limpopo: un immenso rifugio per i big five

Risale al 2002 il trattato che ha sancito l’accordo tra Mozambico, Sudafrica e Zimbabwe per l’apertura di un altro grande parco transfrontaliero: il Great Limpopo. Il progetto è in continuo sviluppo, poiché vengono coinvolte tante specie di animali che devono adattarsi a nuovi spazi verdi. Il parco, una volta realizzato nella sua totalità, avrà una superficie che raggiunge i 100mila km². Esso mette in collegamento tre importanti aree dello Zimbabwe (il Gonarezhou, il Manjinji Pan Sanctuary e il Malipati), con il parco sudafricano del Kruger e il Limpopo del Mozambico.

Secondi i dati diffusi dalla Peace Parks Foundation, sono circa mille gli elefanti che possono ormai spostarsi liberamente, soprattutto tra la zona sudafricana e quella mozambicana, grazie al fatto che sono già state eliminate le recinzioni. Gli aspetti importanti da perfezionare sono l’armonizzazione delle politiche ambientaliste dei tre Paesi coinvolti e il miglioramento della cooperazione nel settore turistico. Per la sua vastità e i costi che comporta, il Great Limpopo è stato finora realizzato solo parzialmente.

L’unico settore aperto agli spostamenti degli animali e dei turisti è il Giriyondo Access Facility tra Mozambico e Sudafrica, che collega il parco Limpopo e il Kruger. Si tratta di un’area già di per sé straordinaria dal punto di vista ambientale. Vi possono scorazzare liberamente i cosiddetti big five – l’elefante, il rinoceronte, il leone, il bufalo, il leopardo – i cinque grandi mammiferi simbolo dell’anima primordiale dell’Africa. Essi al contempo rappresentano la forza, il coraggio, l’intraprendenza, la grazia, la velocità, la resistenza e la bellezza, qualità che si ritrovano armoniosamente in una natura che ha più che mai bisogno di essere salvaguardata.

Il parco Lubombo: un magico mondo sommerso

L’area protetta di Lubombo abbraccia un ecosistema di incredibile bellezza tra Mozambico, Sudafrica e Swaziland. Si tratta di un altro grande Parco della Pace che include zone umide con una biodiversità unica, tra cui la riserva Ndumo, Kosi Bay, il lago Sibaya e il lago St Lucia, inserite nella Convenzione di Ramsar, che tutela ambienti di interesse mondiale. Esse fanno parte della regione costiera denominata Maputaland, caratterizzata da un intricato sistema di vari habitat: foreste sempreverdi, savane, laghi e lagune che pullulano di vita.

Nelle acque del lago St Lucia s’incontrano ippopotami, aquile pescatrici, pellicani e poi gamberi e altri crostacei. A sud del lago, si concentra un groviglio di piante, come fichi selvatici e palme, mentre a nord, si estendono spiagge sabbiose che ospitano colonie di tartarughe. All’interno del Parco Greater St Lucia si trova Sodwana Bay, anch’essa zona protetta, particolarmente amata dai turisti appassionati di luoghi ancora selvaggi, in cui si alternano laghi, imponenti dune, acquitrini e litorali dominati da spiagge rocciose, al largo delle quali si estendono suggestive barriere coralline.

Più a nord di Sodwana Bay, vicino al Mozambico si trova il lago Sibaya, il bacino d’acqua dolce più vasto di tutta l’Africa meridionale, ideale per gli appassionati di birdwatching. In questo luogo lacustre sono stati selezionati itinerari di visita guidati e si può scoprire l’habitat noleggiando barche condotte da timonieri esperti. Ancora più a nord si ammira Kosi Bay, formata da quattro laghi che si uniscono all’oceano Indiano attraverso un largo estuario. Qui si incontrano gruppi appartenenti all’etnia Tembe, tradizionalmente dedita alla pesca. Ancora oggi i Tembe utilizzano una tecnica antichissima, innalzando nell’acqua palizzate di tronchi in legni per racchiudere varie specie ittiche e indirizzarle poi verso spazi più piccoli dove risulta più facile pescarle.


Il parco transfrontaliero Kavango-Zambezi

È grande quasi quanto l’Italia e comprende terre situate in cinque stati africani: Angola, Botswana, Namibia, Zambia e Zimbabwe. È il Parco Kavango-Zambezi che copre una superficie di 287.132 km² e include ben 36 aree protette, tra cui le cascate Vittoria e il delta dell’Okavango, la più ampia zona umida al mondo protetta grazie alla Convenzione di Ramsar.

Il Delta dell’Okavango
Coi suoi 1600 chilometri è il quarto fiume più lungo dell’Africa. Nasce in Angola, dove viene chiamato Cubango, e attraversa la striscia di Caprivi in Namibia, per poi proseguire verso l’arido cuore dell’Africa australe, nella terra del Botswana, dove si disperde in una naturale tavolozza intricata di canali, lagune e isolotti. La particolarità dell’Okavango è il suo percorso, privo di sbocchi sul mare. Una caratteristica geo-idrologica che ha dato vita a un fenomeno suggestivo: la creazione del più grande delta del mondo situato nell’entroterra di un Paese, il Botswana, dominato dalla vasta pianura semiarida e sabbiosa del Kalahari.

I geologi lo hanno definito “conoide alluvionale”, in riferimento ai sedimenti, stimati in milioni di tonnellate, portati dalle inondazioni, poi depositati nell’area nel corso dei secoli.

Quando le piogge di novembre s’intensificano nell’area sorgentifera in Angola, il corso dell’Okavango si ingrossa sempre più, sino a raggiungere il massimo periodo di piena verso febbraio, creando un ampio bacino caratterizzato da un delta di 15mila km². Il fiume, entrando nel Botswana, si immette in una pianura alluvionale chiamata Panhandle.

La regione dell’Okavango rappresenta una nicchia singolare per il Botswana, non solo per il suo ecosistema verdeggiante, caratterizzato da una rigogliosa vegetazione e dalla presenza di numerose specie animali, ma anche dal punto di vista antropologico. Infatti, mentre la maggioranza degli abitanti del Paese sono di etnia Tswana, gli abitanti del delta appartengono ai gruppi Bayei e Hambukushu.

I primi, originari del vicino Zambia, sopraggiunsero nell’area alla fine del ’700, e si dedicarono prevalentemente alla pesca e al commercio del pescato; i secondi, si stabilirono nelle zone dove il corso d’acqua è più profondo. Come in passato, il miglior mezzo per esplorare il delta è il mekoro, imbarcazione leggera che deve essere guidata da una persona esperta. Il delta dell’Okavango è infatti abitato da gruppi di ippopotami che in genere sono pacifici e si crogiolano placidamente nell’acqua, ma se provocati possono essere molto pericolosi. Le tribù locali che percorrono l’Okavango con il mekoro cercano sempre di evitare questi giganti del fiume.

Manager per un turismo sostenibile

La conservazione dei Parchi della Pace richiede non solo parecchi finanziamenti, ma anche personale preparato in grado di coniugare la protezione di fragili ecosistemi con lo sviluppo del settore turistico.
È così che la Peace Parks Foundation, in collaborazione con alcuni college sudafricani ha sostenuto percorsi educativi ad hoc per formare manager esperti nelle politiche di tutela ambientale, in grado di sapere gestire in modo efficace l’amministrazione di grandi aree naturalistiche.

Oltre a queste figure professionali sono state incentivate iniziative educative per formare guide locali e operatori specializzati nell’ospitalità turistica.

La natura come luogo sacro

Lontano dall’insediamento del villaggio, in molte zone e culture dell’Africa sub-sahariana si trova un’area dove avvengono i culti di iniziazione, ovvero quei riti di passaggio celebrati in particolari fasi della vita di una ragazza e di un giovane uomo.

In genere questi luoghi sono colline, radure, boschi, grotte, anfratti dove scorre un fiume o dove vi sono suggestive formazioni rocciose. La natura viene considerata sacra, perché un certo territorio è legato alle vicende o alle origini di un clan familiare, o perché è ritenuto dimora di spiriti benigni.

I popoli legati ancora ad antiche credenze nutrono un grande rispetto per l’ambiente che li circonda. Per esempio, i Boscimani non eccedono mai nell’uso di risorse vitali legato alla sopravvivenza: per loro, strappare una pianta selvatica impedendole così la ricrescita o cacciare in modo eccessivo gli animali o ancora sprecare fonti d’acqua vengono considerati atti dissoluti, colpevoli di violare l’equilibrio naturale, e quindi meritori di una punizione divina.

Silvia Turrin

8-09-2011



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