Un gigante tra i pigmei

2003 toni e didier a mabondo 500
Un metro e novanta, ad occhio direi abbondante, pelle scura, occhi mobili e sguardo intelligente. Due spalle così e una piccola croce d’oro appuntata con cura sulla camicia multicolore. Eccolo finalmente davanti a me, Didier Lawson, togolese,), missionario SMA dal 1997, spinto tra i pigmei della repubblica Centrafricana da una voglia smisurata di seguire Cristo nel suo servizio agli ultimi degli ultimi. Quando lo vedo comparire nel corridoio della casa di Feriole non posso trattenere un sorriso, immaginandomelo circondato da omini alti poco più di un metro e quaranta nella sua antica missione di Belembuké.
Padre Didier è appena stato nominato economo generale della casa generalizia della SMA a Roma e, prima di incominciare il suo nuovo lavoro in Italia, è venuto a trovarci nel secondo fine settimana di festa organizzato dagli amici SMA della casa di animazione padovana.


Allora Didier, raccontaci un po’ della tua esperienza... prima di tutto chi sono i pigmei e perché i missionari SMA in quelle regioni hanno deciso di occuparsi proprio di loro?
Chi sono i pigmei? Sono uomini della foresta.. Si tratta di cacciatori-raccoglitori, in sostanza nomadi delle foreste, abituati a vivere di ciò che la natura offre loro. Per le loro abitudini così diverse dalle altre popolazioni bantu della regione, che sono agricoltori e allevatori stanziali, i pigmei sono sempre stati considerati esseri a metà tra l’umano e il non umano. Le leggi del paese non li consideravano, non esisteva un loro anagrafe. Come gli animali dei parchi nazionali, essi potevano varcare i confini di stato, rimanendo nel loro “habitat”. A livello burocratico questo per loro significava però non avere documenti e dunque non avere identità sociale. Di conseguenza non avevano il diritto di essere ammessi nelle scuole o negli ospedali, di votare alle elezioni, o anche semplicemente di prendere un aereo per andare da qualche parte.

In effetti anche in tutta l’Africa occidentale la parola “pigmeo” è mutuata nelle lingue locali per indicare una certa specie di spiriti del verde...
Sì, sì, è proprio così. In generale “pigmeo” è sinonimo di “spirito della foresta” e dunque di qualcosa di temuto e negativo, ma soprattutto di non umano. In effetti i pigmei hanno un legame molto forte con la natura e un’abilità sconcertante di muoversi in un ambiente ostile all’uomo, come la foresta. Sanno seguire le tracce degli animali con una precisione che lascia senza parole. Entrano nella boscaglia a piedi nudi e non si feriscono tra le sterpaglie. Sanno evitare i serpenti e gli altri pericoli dell’ambiente con una naturalezza da fare invidia. Sono gli unici per esempio che, senza armi da fuoco, sono in grado di cacciare persino i gorilla, che, per inciso, sono pericolosissimi. I gorilla sai, possono attaccarti, e di norma lo fanno prendendoti alle spalle. Con una forza spaventosa ti atterrano da dietro e ti strappano brandelli di carne. La ferita si infetta quasi sempre e la morte non è un’eventualità remota. Per i pigmei i gorilla sono animali speciali. Quando un uomo viene attaccato da un gorilla, tutti i cacciatori della comunità si mettono sulle tracce dell’animale e non si danno pace, finché non riescono a prenderlo e ad ucciderlo. In un certo senso lo inseguono per fare giustizia.
Oltre a ciò i pigmei conoscono le potenzialità curative reali di moltissime erbe e piante spontanee e con esse preparano medicinali tradizionali che non solo sono efficaci, ma allo stesso tempo sono anche molto meno costosi di quelli occidentali. Per questi motivi le altre persone, i bantu, li guardano con sospetto. In Africa l’idea di un mondo sovrannaturale, magico e pericoloso in cui si muovono potenze capaci di fare del male (o del bene) è ancora molto radicata e chi ha un rapporto particolarmente stretto con la natura è implicitamente ritenuto capace di stringere alleanze con queste presenze.

Dunque possiamo dire che si tratta di una minoranza etnica con uno stile di vita diverso da quello dei più...

Esattamente. Tradizionalmente i pigmei costituivano comunità piccole, di una quarantina di individui circa, tutti della stessa famiglia. Ogni comunità si spostava autonomamente sul territorio e doveva per forza essere poco numerosa per poter sopravvivere. Le loro case, costruite sempre e solo dalle donne, erano fatte di foglie di palma intrecciate in un certo modo e potevano essere costruite in un giorno o due di lavoro. Ogni famiglia allargata rimaneva nello stesso posto al massimo per qualche mese e poi via, si smontava tutto e si riprendeva il cammino verso un nuovo accampamento in cerca di altre fonti di sostentamento. L’alimentazione cambiava con il cambiare delle stagioni: in autunno era il periodo delle termiti, in inverno quello delle chénilles, e poi c’erano i vari frutti e gli animali cacciati. A nessun pigmeo interessava coltivare. Per questa loro debolezza strutturale, negli anni passati, era facile per i contadini bantu, servirsi della manodopera pigmea a fronte di salari ridicoli, o di poche merci che garantivano loro uno scambio sempre vantaggioso. Di fatto, anche quando un pigmeo cercava di lavorare in modo continuativo nei campi di un bantu, il suo status era praticamente quello di uno schiavo, o di un servo, retribuito molto malamente.

Questa era dunque la situazione quando voi siete arrivati a Belembuké?
Più o meno. C’erano già alcune ONG internazionali che si occupavano della promozione umana. Noi abbiamo ritenuto giusto fare la nostra parte per sostenere i diritti di una minoranza bisognosa prima di tutto di un forte riscatto sociale.
Quali sono state le vostre proposte?
Di fatto una delle prime proposte non è venuta da noi, ma dal vecchio ***, il primo pigmeo che ci ha avvicinati e ci ha chiesto di aiutarlo a costruire un villaggio per soli pigmei, per tutti coloro insomma che avessero voluto uscire dall’emarginazione in cui la loro condizione di pigmei li costringeva.
Con lui abbiamo dunque costruito Belembuké, le sue scuole, dove sono ammessi tutti, sia pigmei che bantu, l’ospedale, il dispensario e, ovviamente, la missione.
Oggi l’ospedale funziona molto bene e la prima accoglienza dei malati, anche bantu, è gestita da due bravissimi ragazzi pigmei. Riesci a capire la forza rivoluzionaria di questo fatto? Oggi un bantu a Belembuké, quando sta male, si affida alle cure di un pigmeo, che fino a pochi anni fa era considerato quasi un animale della foresta. E loro, i pigmei di oggi, sono molto orgogliosi di questo.
Mentre Belembuké diventava una cittadina, noi SMA abbiamo aperto altre missioni dove oggi si trovano i nostri confratelli polacchi e da noi africani.

Una promozione sociale notevole, non c’è dubbio, ma questo però significa che i pigmei di Belembuké hanno abbandonato le loro abitudini e sono diventati stanziali?
Sì e no. In realtà noi cerchiamo di fare in modo che essi conservino ciò che di buono c’è nelle loro tradizioni e che buttino il resto per arrivare ad una migliore qualità di vita: è buono ad esempio che mantengano la tradizione della caccia e la conoscenza delle piante, ma è altrettanto importante che si fermino in un unico luogo almeno durante il periodo delle scuole, per permettere ai loro figli di frequentarle e di crescere più preparati. Allo stesso modo è buono raccogliere ciò che la natura spontaneamente offre nei diversi periodi dell’anno, ma anche imparare a coltivare piante più produttive è fondamentale per potersi garantire una dieta equilibrata... La maggior parte della gente l’ha capito e, anche se accanto alla casa di rafia si costruisce una casa in terra battuta, quando arrivano le vacanze estive e la pausa scolastica, molti partono e si fanno rivedere solo alla ripresa dell’anno accademico successivo.

E dal punto di vista della religione? Oggi si può dire che i pigmei di Belembuké sono cristiani?
Il nostro ruolo a Belembuké è soprattutto quello di testimoniare il Vangelo offrendo la nostra vita al servizio dei più poveri. Il fatto di aver scelto di vivere in mezzo alla foresta con loro senz’altro ha rappresentato un punto di forza nel nostro incontro, anche se ad oggi non sono moltissimi i pigmei convertiti al cristianesimo. Ma ci vuole tempo. Dio sa fare il suo lavoro. Noi dobbiamo solo servirlo. Anche per il vecchio ci sono voluti anni prima di arrivare alla conversione, e adesso uno dei suoi figli è perfino diventato catechista. L’importante, anche in questo caso, è non creare inutili contrasti. Ci sono cose della pratica religiosa tradizionale che non sono affatto in contrapposizione con gli insegnamenti del Vangelo, altre, come quelle legate alla stregoneria, che costituiscono catene che solo il messaggio liberatore di Cristo può spezzare. La prima caratteristica del cristiano è che egli è libero, non di una libertà che è sinonimo di caos, ma di una libertà che significa adesione al messaggio di liberazione, di fiducia, del Vangelo. E questo è ciò che dobbiamo riuscire a trasmettere con la nostra vita, con il nostro modo di agire.
Ti faccio un esempio. Una delle prime sere che mi ero trasferito nella missione di ***, in pratica una capanna di assi di legno che mi ero costruito con le mie mani, ero tornato a casa tardissimo ed ero molto stanco. Chiesi quindi ad un ragazzo del villaggio di andarmi a prendere dell’acqua al fiume, per lavarmi. Il ragazzo rifiutò. Capivo che non l’aveva fatto per dispetto, ma che era mosso da una paura profonda. La sera dopo, l’episodio si ripeté. Ebbi dunque la conferma che doveva trattarsi di una faccenda legata alla tradizione e probabilmente all’idea di qualche spirito maligno. Anch’io sono africano in fondo. La terza sera non chiamai più il ragazzo. Aspettai che il sole fosse quasi del tutto calato, poi presi la torcia, i miei due secchi da riempire e mi avviai lungo il sentiero che entrava nel fitto della vegetazione. “No, mon père, è pericoloso, non si può andare al ruscello di notte, ci sono gli spiriti...”. Sorrisi e posai i secchi. “Tu sei cristiano”, dissi alla persona che voleva fermarmi, “dunque dovresti sapere che non c’è nessun pericolo...”, e mi riavviai per la mia strada. Arrivai al ruscello e mi fermai a fare il bagno direttamente lì, con tutta calma, giusto per far passare un po’ di tempo e lasciare che i miei fedeli si preoccupassero per bene. Quando, dopo una mezz’ora, rientrai al villaggio, tutti erano sulla piazza, ormai convinti che uno spirito cattivo mi avesse ucciso. Non ti dico la reazione di gioia nel vedermi uscire vivo dal sentiero!
È questo che intendo per “testimonianza”.

Un bilancio dei quasi vent’anni che hai vissuto tra i pigmei? Intenzioni per il futuro in Italia?

Il bilancio è più che positivo. Veder crescere il Vangelo nel cuore di persone che fino a poco fa non sapevano che Cristo era risorto anche per loro è una gioia che non ha prezzo. Rendersi conto che le disparità di un tempo tra bantu e pigmei, proprio grazie al Vangelo, si stanno spianando e che uomini un tempo considerati quasi bestie abbiano finalmente il rispetto che meritano è stupefacente.
Vorrei poter tornare domani a Belembuké, ma oggi il Signore mi chiama ad un’altra opera qui in Italia. Anche se Roma non è esattamente la foresta del Centrafrica, spero che il mio servizio alla comunità possa comunque continuare ad essere testimonianza fedele del messaggio del Cristo proprio lì dove Lui mi vuole.



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