Il diritto di sperare e di pregare

cacao 500Ecco Doba: odore di cacao stipato nei magazzini e nelle case, con il prezzo fissato a mille franchi e i soldi che non ci sono, biciclette cigolanti che si dibattono tra una buca e una pozzanghera, una crisi da dimenticare, un paese da ricostruire. Cinquanta km di fango per arrivare qui, cinquanta km di sorrisi e di urla di bambini, 50 km di fifa per gli ultimi exploits dei briganti, di donne che rientrano dai campi cariche di legna da ardere e di qualche figlio, di giovani che giocano ai bulli su improbabili moto di occasione, di uomini che riprendono vigore dopo una giornata ai campi con un po’ di ‘forte’. Qualche notizia strappata sulla strada, saluti interminabili, qualche benedizione e via. Dopo due ore ecco Doba: il ponte appena rifatto, destinato a cedere come il suo predecessore ai camion stracarichi di cacao e alle piogge torrenziali. I ricordi della crisi, della paura, degli spari, del passaggio dei mercenari liberiani, lasciano poco alla volta il posto nei cuori alla voglia di guardare avanti. La crisi post-elettorale che ha insanguinato la Costa d’Avorio tra febbraio e maggio ha toccato anche questo grosso villaggio appoggiato al parco nazionale di Tai, nel cuore della più grande regione cacaoifera della Costa d’Avorio e forse del mondo. Qui gli stranieri sono circa il 70% della popolazione, venuti soprattutto dal vicino Burkina Faso per lavorare nelle piantagioni di cacao, seguire il ‘sogno ivoriano’, guadagnare qualche soldo, cercare fortuna. Qui si diceva prima della crisi che non ci sono problemi ma che ‘on est ensemble’- siamo insieme. Durante la crisi, prima e dopo le elezioni tutti ripetevano lo stesso ritornello: non permettiamo alla politica di dividerci, qui ci rispettiamo, stranieri e ivoriani, viviamo insieme da quasi trent’anni (l’immigrazione è cominciata verso l’inizio degli anni ottanta) e abbiamo sempre risolto pacificamente i nostri conflitti. Ma da questo momento la tensione non ha fatto che aumentare. Tra le forze repubblicane (così si chiamava l’esercito che ha sostenuto M. Alassane Ouattara dopo le elezioni e che gli ha permesso, dopo la vittoria alle urne, di prendere effettivamente il potere) si contano molti mercenari stranieri; la minoranza bakoué (l’etnia del luogo del gruppo Krou, schierata in gran parte con l’ex presidente ) si è sentita schiacciata e minacciata ed alcuni politici locali hanno seminato il sospetto e la divisione nella popolazione civile, straniera e ivoriana. La nostra gente, gente semplice e lavoratrice, che non cerca conflitti ma solo di guadagnarsi il pane onestamente, si è lasciata spesso coinvolgere, strumentalizzata, catalogata e divisa secondo l’etnia, la nazionalità, la tendenza politica. La nostra comunità cristiana cattolica ha cercato di reagire. Abbiamo corso il rischio della verità. Non potevamo tacere le divisioni ed essere come cani muti davanti al nemico. Come tacere quando tra gli stessi cristiani, che sono battezzati nella morte e resurrezione di Gesù, che vengono in chiesa, ascoltano la parola di Dio, mangiano il corpo di Cristo, si scambiano il segno della pace, ce ne sono che coltivano la divisione, l’odio, il progetto di vendetta, l’omicidio e la morte? Abbiamo deciso di parlare. Con il consenso del vescovo e sotto la sua direzione abbiamo organizzato degli incontri di chiarificazione e dialogo tra il responsabile della comunità straniera il sotto-prefetto, tutti e due cristiani cattolici e abbastanza praticanti per poter accettare la nostra mediazione. Questi incontri ci hanno permesso di fare luce sulle cause delle divisioni e di ricreare un ambiente di fiducia e di dialogo. Abbiamo il diritto di sperare contro ogni speranza e pregare, di sognare la pace, di parlare di unità, ne abbiamo il diritto se ci mettiamo in gioco, se accettiamo le responsabilità che la storia, la vita e il Signore mettono sulla nostra strada.

P. Lorenzo Snider (Doba)

SMA, via Borghero 4 - 16148 Genova - info(at)missioni-africane.it - Web Design & CMS RossiWebDesign/Siti Web Genova