Dio fonte di pace

mgr michel et le grand imam de niamey 500L'arcivescovo di Niamey (Niger), Mons, Michel Cartatéguy, si è recato il 30 dicembre scorso ad Abuja (Nigeria) con il ministro degli esteri del Niger. Ha pubblicato un resoconto di questa visita nella capitale nigeriana che aveva lo scopo di portare alla Nigeria un messaggio di com-passione da parte del Niger dopo gli attentati di Natale.
Sono le otto di venerdì 30 dicembre 2011 quando l'aereo presidenziale decolla dall'aeroporto internazionale di Niamey con destinazione Abuja, capitale politica della Nigeria. A bordo, c'è il ministro di Stato, Ministro degli Affari esteri, un deputato dell'Assemblea Nazionale, un Consigliere del Presidente della Repubblica, il Presidente dell'Associazione Islamica del Niger e io stesso, arcivescovo di Niamey.

Andiamo in missione ufficiale a nome del Presidente della Repubblica del Niger, a portare un messaggio di com-passione al popolo della Nigeria, colpito dagli avvenimenti dolorosi della Notte di Natale in cui 50 cristiani sono stati massacrati dalla setta islamista Boko Haram. Il tragitto tra Niamey e Abuja dura solo un'ora e trenta.
Questo tempo mi è stato sufficiente per dialogare con Cheik Ismaël, presidente dell'Associazione Islamica del Niger sulle relazioni fraterne che intratteniamo tra Cristiani e Musulmani nel Niger, pur preoccupati per le correnti estremiste che guadagnano terreno anche in Niger. Gli ho detto che quest'anno sono stati diffusi sui telefoni cellulari dei messaggi che proibivano ai musulmani di partecipare alle feste di Natale. Gli ho letto il testo, che aveva questo tenore: “Nel quadro della lotta contro le perversità nell'Islam, si ricorda ai musulmani che le feste del 24, 25 e 26 dicembre sono formalmente proibite. Non siamo più ignoranti. Il profeta (saw) ha detto: chiunque imita un popolo, fa parte di quel popolo. Quindi non imitare i cristiani. Fate passare l'informazione, per piacere.”
Non è stupito per quel messaggio. Anche lui ne riceve regolarmente per dirgli che non è nella retta via dell'islam. “Tutto questo ci arriva dall'esterno... e dobbiamo essere vigilanti e combattere insieme coloro che vogliono dividerci... dobbiamo favorire la pace e l'unità interna, se no coloro che vogliono dividere e che vengono dall'esterno e che ci spiano, potranno approfittare della nostra debolezza per farci sollevare gli uni contro gli altri. Monsignore, tutti e due siamo nella stessa situazione e non dobbiamo scoraggiarci...” mi confidava, sgranando il suo rosario che certe correnti islamiste gli proibiscono di usare.
Mentre parlavamo, il Ministro che è seduto di fronte a noi legge le sue note su Boko Haram che il suo capo di gabinetto gli ha appena consegnato. Boko Haram è un movimento islamista armato attivo nel nord-est della Nigeria. Questo movimento predica un islam radicale e rigorista. La sua ideologia è ispirata dai Talebani dell'Afghanistan e ha probabilmente dei legami con Al Qaida nel Maghreb islamico. I suoi adepti rifiutano la modernità e mirano ad instaurare la sharìa negli Stati del Nord della Nigeria. “Boko” viene dalla parola inglese “book”, che vuol dire “libro” e “haram” è una parola araba che significa “proibito”. Tutti i libri sono cattivi e proibiti (simbolo dell'educazione occidentale), un solo libro è valido: il Corano.

Siamo accolti all'aeroporto di Abuja dall'Ambasciatore del Niger in Nigeria e da diverse altre personalità della città. Dopo aver bevuto un caffè caldo nel salone d'onore, siamo andati molto velocemente con le automobili nere ufficiali nel centro città di Abuja. La sicurezza del convoglio è impressionante. I militari con il casco e con il giubbotto antiproiettile tenevano le mitragliatrici in posizione minacciosa.
Stavano davanti, al centro e dietro. Li sentivo ovunque. Dopo un'ora, grazie alle sirene dei cortei ufficiali, arriviamo rapidamente all'Hôtel Hilton dove il Ministro degli Affari esteri della Nigeria ci accoglie molto gentilmente. Il nostro inglese è scarso, come il loro francese, ma tutti parlano Hawsa. Non dimentichiamo che certi popoli del Niger e della Nigeria sono fratelli e che condividono la stessa cultura e la stessa lingua.

Dopo i saluti d'uso all'ombra delle bandiere della Nigeria e del Niger, risaliamo sulle automobili per raggiungere la Presidenza della Repubblica, molto lontana dal centro città. Superiamo diversi posti di blocco militari. Più ci avviciniamo al palazzo presidenziale, più i militari sono numerosi e armati. Tutto è deserto. Questi luoghi danno l'idea del pericolo permanente, tutti hanno paura del peggio! La sala udienze è austera, ma ben organizzata, ognuno trova posto dietro al proprio nome, grado e titolo.
Una noce di cola per ciascuno accanto al microfono significava che eravamo i benvenuti. Il Presidente della Repubblica Goodluck Jonathan è entrato con il suo eterno cappello nero, che toglie solo per la preghiera. Dopo i saluti e le presentazioni fatte dal Ministro degli Affari esteri della Nigeria, Mohamed Bazoum, il nostro Ministro ha presentato in modo molto sintetico l'oggetto della nostra missione e ha chiesto ai due religiosi della delegazione di fare una preghiera. L'Imam pronuncia una Fatiha in arabo, ed io, in francese, una preghiera circostanziata sulla pace e sul perdono, a partire dal “Padre Nostro”.
Dopo aver consegnato la lettera ufficiale del Presidente della Repubblica del Niger, di cui avevamo immaginato il contenuto, il Presidente della Repubblica della Nigeria ci ha ringraziati molto calorosamente per questa visita che lo tocca profondamente. Sottolinea l'originalità di questa missione composta dall'Imam e dall'Arcivescovo. È il segno che ciò che accade in Niger può avvenire anche in Nigeria.

Il Presidente ha manifestato la sua determinazione a combattere la setta di Boko Haram che non ha niente a che vedere con la religione e ha chiesto che gli altri paesi frontalieri si mettano con la Nigeria a condurre una battaglia mortale senza pietà contro questi assassini. Ci ha comunicato che i membri della setta sono già in Niger, in Ciad e nel Camerun. Ha detto che l'indomani avrebbe chiuso le frontiere con quei paesi per meglio braccare la setta, che definisce un “cancro”. La conversazione è durata solo dieci minuti. È stata sufficiente per scoprire nelle autorità politiche della Nigeria l'emozione di vederci vicine a loro per esprimere la com- passione del popolo nigeriano.
In seguito, verremo a sapere che il Niger è stato il solo paese a mandare una delegazione per manifestare la propria solidarietà. Siamo ritornati all'Hôtel Hilton per il pranzo di mezzogiorno. Abbiamo mangiato piacevolmente nel self-service del ristorante dell'albergo. Il foie gras, il salmone e il caviale mi ricordano che siamo ancora nell'ottava di Natale. È l'ora della grande preghiera nella moschea del venerdì. Poiché tutta la delegazione era musulmana, l'Ambasciatore del Niger in Nigeria ha voluto con molta attenzione mettere a mia disposizione un'automobile perché io andassi a riposare in Ambasciata, ma io ho preferito accompagnare la delegazione alla moschea.

La delegazione è entrata per la preghiera nella moschea e io sono rimasto in automobile, con la proibizione formale di aprire le portiere o di abbassare i finestrini per misura di sicurezza. I militari cui ero in consegna erano sempre presenti, ma questa volta con molta discrezione. Dal cortile della moschea, ho scorto la croce della cattedrale e mi sono messo a pregare in comunione con tutti coloro che a quell'ora pregavano a pochi metri da me. Ho pregato affinché non ci fosse alcuna vendetta, ma che il perdono fosse al primo posto, anche se pare impossibile dopo questi massacri.
Mi sono ricordato delle parole dei Vescovi dell'Africa, all'ultimo sinodo: “Non pensate che il perdono non serva a niente e che sia meglio tentare la vendetta: il vero perdono porta alla pace che arriva fino alla radice del conflitto e che trasforma le vittime e i nemici di ieri in fratelli e sorelle.”
Ho pregato anche per quei fanatici che continuano a perpetrare atti ignobili, accecati da interessi egoistici e che nel cuore hanno solo odio. Ho pregato perché il loro cuore si trasformi radicalmente se almeno si degnano di ascoltare in verità e fedelmente la voce di Dio a cui fanno riferimento. Ai nostri occhi di cristiani e di musulmani, cui sta a cuore il messaggio di pace, di rispetto e di tolleranza che Dio insegna, questi terroristi manipolati e reclutati da ideologie distruttrici non possono in nessun modo fare riferimento a Dio.
Le loro barbarie innominabili non trovano giustificazione da nessuna parte, soprattutto non nei libri Santi. Continuo a pregare perché le relazioni tra gli uomini siano improntate a verità e amicizia, bandendo le relazioni di diffidenza verso gli altri. Che Dio, fonte di ogni pace, benedica gli artigiani di pace...Terminata la preghiera, ripartiamo per l'aeroporto per riprendere il nostro aereo.
Appena allacciate le cinture di sicurezza per il decollo, tutta la delegazione si è assopita in un sonno profondo. È vero che “Dio esaudisce il suo beneamata quando dorme”!

Saremo svegliati all'atterraggio per rispondere alle domande di molti giornalisti che aspettano il nostro arrivo, con la videocamera in mano. La domanda per tutti è la stessa: “Che cosa avete portato loro?”
Il Ministro risponderà per primo: “In Niger, non possiamo restare insensibili a tale situazione... abbiamo voluto testimoniare al nigeriani il nostro sostegno, la nostra solidarietà, la nostra com-passione ed esprimere loro anche il messaggio di cui noi abbiamo voluto essere il simbolo... Il Niger fortunatamente è un paese di tolleranza, così abbiamo voluto dire a coloro che si comportano in quel modo in Nigeria che, accanto a loro, qui in Niger, abbiamo un altro tipo di relazione tra le confessioni, noi viviamo in buona armonia. Quindi, ciò che è in causa, non sono le religioni, ma piuttosto gli uomini che hanno dei comportamenti politici e che non meritano di basarsi su delle religioni per comportarsi così...”.
In seguito, l'Imam della Grande moschea di Niamey risponde in Zarma ed io stesso ho detto che ero stato felice che il Niger avesse preso questa iniziativa. Gli avvenimenti della Nigeria hanno sconvolto le coscienze dei credenti cristiani e musulmani e tutti unanimemente condanniamo questa violenza. La violenza esercitata su degli innocenti non può mai essere la soluzione di un conflitto. Il risultato della violenza lo si conosce in anticipo. Distrugge sistematicamente e produce massacri inutili.
Siamo andati a dire che i veri credenti non possono entrare nella logica della violenza... e ho citato la riflessione di un giovane musulmano a cui chiedevo se rispettava l'unico cristiano del suo villaggio: “Il tuo cristiano non ha problemi con noi, perché è nostro amico. L'Islam e il Cristianesimo non sono due strade parallele”. È vero, le parallele non si incontrano mai. Le nostre strade sono forse tortuose, ma si incrociano negli svincoli per permetterci di proseguire ciascuno sulla propria via, nell'ascolto, nel rispetto e nella tolleranza. Solo il rispetto del codice dell'amore ci impedisce lo choc dello scontro e ci fa giungere nella libertà là dove vogliamo arrivare.
All'uscita dall'aeroporto, Issaka, l'autista, mi dice che la setta Boko Haram ha appena fatto esplodere una bomba alla moschea di Maidguri. Se la prende anche con i musulmani. L'indomani, una folta delegazione di dignitari della comunità musulmana è venuta in Arcivescovado per augurarci “Buon Natale” e ci siamo promessi di continuare a fraternizzare per andare verso Dio sui nostri rispettivi percorsi.

Scritto a Niamey in questa Giornata Mondiale della Pace 1° gennaio 2012

+ Michel Cartatéguy,

Arcivescovo di Niamey


SMA, via Borghero 4 - 16148 Genova - info(at)missioni-africane.it - Web Design & CMS RossiWebDesign/Siti Web Genova