Primavera araba: Egitto, un anno dopo.

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Il 25 gennaio 2012 si è celebrato il primo anniversario della caduta del regime di Hosni Mubarak in Egitto. In piazza, di nuovo fianco a fianco, sono scesi musulmani moderati, copti, giovani di sinistra e intellettuali di tutte le età, uniti dal desiderio di dare vita ad un paese nuovo, nel quale la democrazia non sia solo una parola vuota, ma diventi una realtà concreta.
Da allora il paese è ripiombato nel caos e di nuovo il problema si è spostato dal piano politico a quello religioso. A farne le spese tornano ad essere i cristiani, principalmente copti, presenza storica sul territorio, fin da un’epoca antecedente alla conquista arabo-islamica, che costituiscono circa il 10% della popolazione.
Tutti gli osservatori internazionali sono preoccupati per la situazione e la Chiesa internazionale da mesi si sta mobilitando per sollecitare la tutela dei diritti delle minoranze e il 12 ottobre 2011 anche il Papa è intervenuto per sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale su questo problema.

Per capirne di più di questa storia complicata, abbiamo intervistato padre Simon Onoja, SMA nigeriano, missionario in Egitto per più di 10 anni, e suor Irini Chenouda, egiziana, missionaria NSA, di raccontarci un po’ la situazione “dal di dentro” e di spiegarci che cosa voglia dire oggi essere cristiani in Egitto.


Padre Simon, Suor Irini, secondo voi che cosa ha comportato la caduta di Mubarak per i cristiani in Egitto?
P. Simon: Che dire? La situazione è molto difficile. Se infatti l’ex presidente, pur con tutti i suoi difetti, rappresentava una figura di rilievo politico, capace di garantire ai copti una certa protezione quando il gioco si faceva duro, adesso che il suo governo è stato rovesciato i cristiani sentono di non avere più nessuno a cui potersi rivolgere nei momenti di massima tensione...
S. Irini: Io devo dire che per me e per tutti i cristiani d’Egitto esiste un prima e un dopo la rivoluzione. In tutta la storia dell’Egitto la violenza interreligiosa non è mai stata così forte e minacciosa. Oggi, alle discriminazioni che i copti già subivano, ad esempio per l’accesso agli impieghi pubblici, si aggiungono il fondamentalismo religioso e le ripetute uccisioni di cristiani. E tutto è iniziato quando i capi islamici fanatici (i salafiti), che sono una minoranza, hanno cominciato a distillare odio sia verso i cristiani, sia verso i musulmani cattivi (cioè quelli moderati), che dal loro punto di vista sarebbero tutti da eliminare.

Dunque ci confermate che il pericolo per i cristiani è reale... quali sono le zone del paese più “calde” da questo punto di vista?

P. Simon: I governatorati in cui le cose vanno peggio sono quelli di Imbaba (a nord ovest del Cairo) e di Qena (poco a nord di Luxor, l’antica Tebe), nei quali sono costantemente minacciate sia le proprietà, sia le vite dei cristiani. Poi c’è Menia (in pratica a metà strada tra il Fayum e Assyut), dove le tensioni tra cristiani e musulmani hanno causato molti feriti e molte distruzioni.
S. Irini: I salafiti costringono i copti a vivere un interminabile calvario fatto di discriminazioni ricorrenti, di abusi, di umiliazioni, e di omicidi perché vogliono portarli alla conversione oppure all’abbandono del paese, nel quale però vivono da sempre. Per questo da molto tempo i cristiani, in maggioranza copto-ortodossi, hanno cominciato a lasciare il paese e negli ultimi anni questo esodo ha raggiunto punte di migliaia di migranti.
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Che ruolo hanno avuto i cristiani in tutto questo?
P. Simon: Mah! Il problema è che molti, anche tra di noi, hanno cercato di farsi giustizia da sé, scatenando crisi ancora peggiori. I salafiti hanno alzato i toni e lo stesso hanno fatto i cristiani. È stato così che l’Egitto a poco a poco si è trasformato in un paese pieno di fanatismo religioso.
S. Irini: Secondo i cristiani che hanno subito attacchi, le forze dell’ordine non avrebbero nemmeno tentato di disarmare e di opporsi veramente ai gruppi islamici, malgrado fossero state allertate e malgrado i cristiani copti avessero più volte chiesto la loro protezione... di conseguenza essi sono stati costretti a difendersi da soli e io questo non lo definirei fanatismo.

Questo dunque è stato il ruolo dell’esercito?
P. Simon: Sì, in realtà va detto però che i militari si sono trovati ad affrontare il conflitto religioso senza nemmeno considerarne le ragioni profonde. Hanno agito senza pensare alle conseguenze e in questo modo hanno reso il problema ancora più complicato, portando il paese alla condizione di instabilità in cui si trova attualmente.

Nella memoria collettiva l’Egitto non è mai stato un paese caratterizzato dal fondamentalismo... secondo lei da che cosa deriva questa nuova tendenza?
p. Simon: Gli atteggiamenti fondamentalisti, che già da tempo erano latenti, sia in campo islamico, che cristiano (e che stanno peggiorando ovunque nel paese) sono il risultato dell’affermarsi di un discorso religioso superficiale, iniziato da frange di estremisti che legavano religione ed economia.
S. Irini: La Chiesa prima della rivoluzione sembrava essersi abituata persino a veder schiacciati i propri diritti. Essa ha cercato di proporre timidamente modalità pacifiche per arrivare ad una pace nella giustizia, facendo cadere il muro della paura, della sfiducia e dell’odio, attraverso l’amicizia con i musulmani, il dialogo e una vita di condivisione, ben sapendo che “le relazioni possono essere talvolta - spesso - difficili, soprattutto perché i musulmani molte volte mischiano religione e politica e questo mette i cristiani in una posizione delicata di non-cittadinanza”. Io non credo che la Chiesa abbia avuto un ruolo in questo processo di “fondamentalizzazione” religiosa nel paese.

E le autorità non hanno fatto nulla per impedirlo?
P. Simon: Le autorità hanno avuto la colpa di disinteressarsi a ciò che stava accadendo ai margini della politica e di permettere che chiunque potesse esprimere pubblicamente idee fondamentaliste, purché non toccasse i governanti e gli interessi della classe dirigente.

La Chiesa copta che posizione ha assunto di fronte a questo fenomeno?
P. Simon: A me pare che gli stessi capi della Chiesa copta, che avevano raccomandato ai giovani copti di non partecipare alla rivoluzione del 25 gennaio 2011, ora si siano invece fortemente impegnati nelle proteste rumorose che si sono viste in questi ultimi giorni sulle TV di stato e che si sono sentite per radio. Questa presa di posizione potrebbe portare qualcuno a credere che anche la Chiesa copta si stia mettendo sulla strada del fondamentalismo e questo assolutamente non va bene.
S. Irini: Ma scusa, in quanto cristiani, non dovremmo forse “render conto della speranza che è in noi”, rimanendo al servizio della pace, della giustizia e della riconciliazione? I cristiani in Egitto rappresentano una vocazione, un messaggio che abbiamo vissuto molto da vicino con la morte del Pope Chenouda III il 17 marzo e le numerose testimonianze di solidarietà degli islamici e dei fratelli musulmani.

Mi pare di capire che secondo lei, padre Simon, anche la Chiesa egiziana di fatto ha avuto le sue colpe...
P. Simon: A me pare che la Chiesa abbia fomentato la paura dell’Islam, sottolineando che il popolo egiziano non ha piena coscienza dei fatti e che la democrazia, in questo nostro contesto, non è possibile.
S. Irini: Io non credo che le cose stiano così. I cristiani hanno un ruolo di guida spirituale, di presenza, di testimonianza e di animazione: le scuole cattoliche sono centri di ragionamento, di cultura e di illuminazione per i nostri fratelli e sorelle musulmani. L’attenzione all’educazione umana, spirituale, morale e intellettuale della gioventù costituisce un servizio che noi rendiamo e che è utile a tutta la società. I capi e le responsabili della società musulmana sono per la maggioranza usciti dalle nostre scuole, che rappresentano l’unico spazio culturale dove musulmani e cristiani di tutte le confessioni e di tutti i riti si incontrano nell’infanzia per ricevere la medesima formazione.

Secondo voi quale potrebbe essere ora una via d’uscita capace di garantire all’Egitto un futuro di pace?

P. Simon: Io credo che si debbano riconsiderare radicalmente tutte queste cose, se non si vuol finire, come purtroppo sta succedendo, con l’ottenere l’isolamento della comunità copta, costretta a vivere nella speranza di poter emigrare e non in quella di partecipare allo sviluppo e alla democrazia del nuovo Egitto... bisogna tentare la strada del dialogo.
S. Irini: Confermo. Dobbiamo assolutamente uscire dalla paura e dalla perdita della speranza e avere una visione positiva del futuro della società araba, che non dobbiamo considerare una catastrofe, bensì un dono di Dio, al quale dobbiamo partecipare e per il quale dobbiamo lavorare.
La vera sfida da raccogliere per il futuro è quella della lotta all’ignoranza, alla miseria e all’ingiustizia, tutti terreni fertili per la violenza e l’estremismo. Accogliere, ma anche prendersi il tempo di “andare incontro all’Altro”.


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