Angola, Portogallo, Europa … Quale futuro?

L’Angola è oggi un importante paese produttore ed esportatore di petrolio: da questo settore deriva una grande ricchezza che però non contribuisce al miglioramento della critica situazione sociale del paese.
Due paesi, due realtà
Il giornalista portoghese Henrique Botequilha descrive con efficacia la situazione angolana con l’immagine di due paesi sovrapposti: il primo è uno straordinario caso di sviluppo economico, con un tasso di crescita che si aggira intorno al 15% annuo in media; si tratta del secondo maggiore produttore di petrolio dell’Africa Sub-Sahariana, il quarto mondiale nel settore diamantifero e con un bacino idrografico che pone il paese in pole position per la corsa alla risorsa del XXI secolo, ovvero l’acqua.
Il paese in basso (ovviamente in senso sociale) presenta invece i peggiori indicatori socio-economici del pianeta: l’Angola occupa infatti il 143° posto (su 182) nella classifica dell’Indice di Sviluppo Umano (vedi box a fianco); è uno dei paesi più poveri, in cui i due terzi della popolazione vive al di sotto della linea di povertà (cioè con meno di 1,7 $ al giorno), di cui il 26% in condizioni di povertà estrema (cioè con meno di 0,75 $ al giorno); la distribuzione della ricchezza è praticamente inesistente.
La contraddizione che vive questo paese è da un lato, ovviamente, frutto del suo turbolento passato e dall’altro origine di un crescente interesse mondiale, sia dal punto di vista economico che da quello della cooperazione allo sviluppo.

Crisi e cambiamenti

Perché quindi è interessante analizzare la relazione tra Angola e Portogallo oggi? In un contesto internazionale che vede il declino dell’Europa è inevitabile, a mio avviso, analizzare l’evoluzione dei paesi emergenti, soprattutto di quelli che dai paesi europei un tempo sono stati dipendenti. L’Angola, assoggettata e vincolata al Portogallo durante il periodo coloniale, è diventata negli anni un’area strategica di investimento per l’antico colonizzatore che, oggi, come altri paesi della zona euro, attraversa una profonda crisi.
Diventa quindi interessante cercare di capire come e in che misura è cambiata la posizione del Portogallo nei confronti dell’Angola: da un lato, cercando di evidenziare come la colonizzazione ha inevitabilmente ostacolato lo sviluppo economico, politico e sociale del paese africano; dall’altro analizzando la strategia di cooperazione allo sviluppo adottata dal Portogallo in Angola.
L’articolo sarà strutturato in tre parti: nella prima verrà presentata una breve contestualizzazione storica, evidenziando le tracce che la colonizzazione portoghese ha lasciato nell’Angola di oggi; la seconda fornirà un quadro dell’attuale situazione angolana ed infine la terza illustrerà il piano della cooperazione portoghese in Angola e la strategia intrapresa dal Portogallo nell’ambito degli aiuti allo sviluppo.

Il colonialismo portoghese in Angola

La presenza dei portoghesi nell’attuale regione dell’Angola risale al 1482, quando l’esploratore Diogo Cão risalì il fiume Zaire e entrò in contatto con il regno del Congo, segnando così l’inizio delle relazioni con la corona portoghese.
Inizialmente l’occupazione dei territori era finalizzata alla creazione di basi commerciali che potessero essere d’appoggio nelle rotte asiatiche; solo con il progressivo crollo dell’impero portoghese in Asia le colonie africane assunsero un ruolo di maggiore importanza attraverso la tratta degli schiavi, che dall’Angola venivano portati nelle piantagioni in Brasile e nelle altre colonie.
La colonizzazione portoghese in Angola copre un arco di tempo pari a circa 500 anni, ma solo a partire dalla Conferenza di Berlino (1885: vedi box in alto) la corona portoghese rivalutò l’importanza dei possedimenti in Africa, soprattutto conseguentemente alla crescente competizione con le altre potenze europee nel cosiddetto scramble for Africa (“corsa” per l’Africa), per cui accaparrarsi territori divenne indispensabile per dichiarare la propria potenza politica.

Varie fasi nell’occupazione

Molto schematicamente possono essere individuate tre fasi nella gestione della colonia angolana:
1. Fase monarchica (1482 – 1910, anno di nascita della Repubblica Portoghese): le colonie in questa fase sono sfruttate come basi d’appoggio commerciale; manca una strategia precisa di sfruttamento di questi territori e solo verso la fine del XIX secolo - in seguito alla pressione delle altre potenze europee - inizia una politica di tipo protezionista per cui le colonie avrebbero dovuto essere fonte di materie prime per l’industria della madrepatria e mercato di sbocco per i prodotti da essa provenienti.
2. Fase repubblicana (1910 – 1926, anno di instaurazione della dittatura in Portogallo): in questa fase si assiste al tentativo di conferire maggiore autonomia amministrativa alla colonie; solo con la caduta della repubblica avviene il vero cambiamento delle politiche coloniali.
3. Fase dello Estado Novo di Salazar (1926 – 1974, anno della Rivoluzione dei garofani e caduta della dittatura): durante la dittatura di Salazar il principale obiettivo è quello di rendere il Portogallo una grande potenza coloniale. Con l’Acto Colonial (1929) alle colonie viene negata qualsiasi autonomia, rendendole totalmente dipendenti da Lisbona. Il Portogallo rimane l’unico beneficiario delle risorse angolane e viene attuata una repressione molto violenta, senza alcuna libertà politica né di espressione.
Inizio di reazione
Durante quest’ultima fase, verso la fine degli anni ’50, inizia la graduale nascita dei movimenti nazionalisti, ovvero il MPLA (Movimento Popular de Libertação de Angola), il FNLA (Frente nacional de Libertação de Angola) e l’UNITA (União para a Independência Total de Angola).
A causa delle divisioni interne alla società di natura razziale, etnica, religiosa e di classe, unitamente alle fratture interne al MPLA e alla contrapposizione con le altre correnti, il movimento di indipendenza non fu mai unitario e nemmeno la guerra anticoloniale; il gruppo vincitore avrebbe guadagnato il controllo delle risorse del paese (petrolio e diamanti): per questa prospettiva di ricchezza valeva la pena di combattere senza alleati.
Il 25 aprile 1974 (Rivoluzione dei garofani), le truppe ribelli in Portogallo scesero per le vie di Lisbona e segnarono la fine, attraverso un colpo di stato, della dittatura. L’11 novembre 1975 il Portogallo trasferì ufficialmente la sovranità al popolo angolano e l’occupazione di Luanda permise all’MPLA di proclamare la Repubblica popolare di Angola. L’indipendenza però non segnò alcuna fase di prosperità, né di apertura del paese: il repentino abbandono dell’Angola da parte dei Portoghesi e l’inizio della guerra civile (che si concluderà solo nel 2002) condussero il paese nel caos.

Gli effetti della colonizzazione portoghese in Angola

Tanti anni di dominio coloniale portoghese hanno inevitabilmente condizionato le caratteristiche dell’Angola di oggi; ecco un breve elenco delle scelte che hanno influenzato lo sviluppo angolano:
1. Politiche di popolamento: l’Angola è stata una colonia di popolamento ma con scarsi risultati; attraverso queste politiche arrivarono in Angola Portoghesi di povere origini, in fuga da una situazione di povertà ed ignoranza in Portogallo che di fatto si riprodusse anche nei territori colonizzati.
2. Forte burocratizzazione della vita angolana durante lo Estado Novo: l’introduzione di procedure amministrative pesanti e complesse ha inibito l’iniziativa locale, ostacolando lo sviluppo.
3. Carattere autoritario e non rappresentativo del regime portoghese: l’eccessiva repressione e violenza che condusse alla guerra coloniale ha ostacolato la formazione di movimenti politici (rispetto al resto dell’Africa, l’attività politica è pressoché inesistente fino al 1958, anno di costituzione dell’MPLA).
4. Importanza del coinvolgimento internazionale nella questione angolana: durante la guerra per l’indipendenza, così come durante la guerra civile, i movimenti nazionalisti ricorsero spesso a finanziamenti stranieri, soprattutto da parte di USA e URSS, nel contesto della guerra fredda. Questa intrusione ha favorito l’accentuarsi delle divisioni interne, della violenza e della guerra civile.
Le responsabilità portoghesi
Oltre a questi elementi non va dimenticato che il Portogallo ha una grande responsabilità relativamente alla strategia adottata durante il processo di decolonizzazione, proprio perché non ne ebbe una precisa: contrariamente alle altre potenze coloniali europee, infatti, il Portogallo scelse di non concedere l’indipendenza alle sue colonie e, così facendo, ha inasprito il conflitto e le tensioni derivanti dalla repressione. Grave è stato l’abbandono immediato della colonia senza aver considerato anticipatamente la creazione di un apparato istituzionale che potesse assumere il controllo della situazione, una volta terminata l’amministrazione coloniale. Con la caduta della dittatura in Portogallo, questa mancanza di continuità condusse l’Angola nel caos, senza alcun riferimento istituzionale che potesse sostituire la struttura coloniale.
Il Portogallo dopo 500 anni di colonizzazione uscì frettolosamente dalla sua colonia più prospera, consegnandola ad una cruenta guerra civile che si concluse solo nel 2002.

Dopo la guerra civile

Come ho già anticipato nell’introduzione, l’Angola è dal punto di vista economico un paese in pieno sviluppo, ma non lo è decisamente dal punto di vista sociale.
L’economia angolana è una delle economie africane in maggiore e rapido aumento: con un tasso di crescita nell’ordine del 15% annuo in media, essa si basa principalmente sul settore petrolifero che rappresenta il 60% del PIL (Prodotto Interno Lordo) e il 95% delle esportazioni angolane.
Il decollo dell’economia si registra a partire dalla fine della guerra civile nel 2002: l’aumento degli investimenti per la ricostruzione del paese e l’incremento della domanda di greggio, conseguenza della mutata situazione internazionale (deterioramento della situazione politica in Medio Oriente e crescita della richiesta energetica di Cina e India), sono tra i principali fattori determinanti questo sviluppo.
Importante è sottolineare ancora una volta il ruolo del settore petrolifero poiché non solo è trainante dell’intera economia ma è anche cruciale nella definizione dei rapporti dell’Angola con gli altri paesi, nonché determinante per l’esercizio del potere del presidente José Eduardo Dos Santos.
Il presidente angolano, in carica dal 1979, è capo dello stato, del suo partito (MPLA), delle forze armate; ha il potere esclusivo di nominare e rimuovere il primo ministro e le figure chiave del governo. È a capo di una fitta rete clientelare che alimenta con la rendita derivante dal settore petrolifero, che controlla attraverso la SONANGOL (Sociedade Nacional de Combustiveis de Angola), concessionaria esclusiva sia dell’esplorazione dei giacimenti che della produzione di petrolio.

La politica

Formalmente l’Angola è una democrazia ma di fatto le libertà fondamentali non sono garantite. Centinaia di ONG (Organizzazioni Non Governative) e gruppi civili che operano in Angola richiedono riforme e protezione dei diritti civili ma il governo ostacola la loro azione ed esercita una forte pressione e controllo sulle loro attività.
La vita politica angolana è caratterizzata dalla negazione della giustizia e dei diritti dei cittadini, dalla grande miseria della maggior parte della popolazione, dalla corruzione sistematica dell’apparato statale e della società, dalla mancanza di trasparenza e dagli eccessi delle forze armate, ma, anziché costituire un ostacolo, tutti questi aspetti permettono il funzionamento della politica angolana e, di conseguenza, della gestione della sua economia.
Il Presidente colloca nelle posizioni chiave del governo figure appartenenti alla sua élite che, rivestendo questi ruoli, accedono alle risorse dello stato traendone benefici personali; lo stato di Dos Santos, nonostante la timida apertura democratica dimostrata alla comunità internazionale (ad esempio indicendo le elezioni del 2008 o le presidenziali del 2009), è un regime autoritario in cui il partito (MPLA) manipola i media e le organizzazioni di massa e utilizza metodi repressivi.
In una situazione come quella angolana, in cui la maggior parte della popolazione non beneficia della redistribuzione delle risorse, inevitabilmente i servizi pubblici collassano, la povertà dilaga e si verifica una forte frammentazione sociale.
In un simile contesto, l’obiettivo principale delle varie organizzazioni che intervengono sul territorio (ONG, ecclesiastiche, ...) diventa quello di sviluppare una società civile che si contrapponga a questo stato autoritario e corrotto, che ne denunci i meccanismi e promuova le nozioni democratiche di cittadinanza e diritti umani.

Vita sociale

È difficile fornire un quadro preciso della situazione sociale in Angola ma sicuramente è possibile dare degli indicatori che aiutino a capire gli obiettivi della cooperazione. Si stima che la popolazione sia compresa tra i 15,5 e 17,5 milioni di abitanti, di cui circa la metà con un’età inferiore ai 15 anni, dato che implica una forte pressione sui servizi sociali basici dell’istruzione e della sanità. Sempre secondo le stime, l’Angola ha uno dei tassi di crescita della popolazione più elevati, pari al 2,9% nel quinquennio 2000-2005.

Crescita, urbanizzazione, istruzione, sanità

Gli elevati tassi di crescita registrati dall’economia angolana negli anni successivi alla fine della guerra civile non hanno avuto alcun impatto sul miglioramento effettivo delle condizioni di vita della popolazione poiché la struttura dello stato non permette l’eliminazione delle significative disparità nella distribuzione della ricchezza, anzi, al contrario, le incrementa.
Circa la metà della popolazione vive in zone urbane e più del 50% non ha accesso ai servizi igienico-sanitari di base e si stima che approssimativamente il 38% della popolazione soffra di malnutrizione o di carenze alimentari.
La percentuale di spesa pubblica destinata all’istruzione è solo il 2,6% del Prodotto Interno Lordo.
Per quanto riguarda il settore della salute la situazione non è affatto confortante: la malaria costituisce la principale causa di morte; il tasso di mortalità infantile, derivante principalmente da alimentazione deficitaria e cattive condizioni sanitarie, è tra i più alti al mondo: 154 su 1000 nascite nel primo anno di vita, 260 su 1000 bambini entro i 5 anni. La percentuale di parti assistiti da personale medico qualificato è inferiore ad un terzo, il che determina tassi di mortalità materna molto superiori alla media regionale e continentale.
Non è nota la reale dimensione del problema della diffusione dell’HIV-AIDS, anche se l’Angola presenta tutte le condizionanti sociali che possono condurre ad una forte diffusione della malattia, ovvero la situazione post-conflitto e l’elevata mobilità della popolazione (che si sposta in particolare dalle campagne verso i centri urbani).
Nonostante il governo abbia aumentato la sua capacità di intervento in queste settori, la sua efficacia non è significativa: la mancanza di priorità attribuita ai temi della sanità, l’assenza di personale sufficientemente qualificato, l’inadeguatezza dei meccanismi di coordinamento tra i vari livelli di governo e con gli altri settori (così come con i paesi donatori) e l’inefficienza delle strutture amministrative rendono il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione angolana un cammino ancora lungo e difficile.

La cooperazione portoghese in Angola: obiettivi ambiziosi …

Nel momento della decolonizzazione, tardiva e forzata, il Portogallo ha dimostrato di non curarsi delle condizioni in cui ha lasciato la sua colonia più ricca; è in grado, oggi, di fornire un aiuto alla risoluzione delle questioni legate allo sviluppo del suo ex possedimento?
La missione fondamentale della cooperazione portoghese è “contribuire, soprattutto nei paesi lusofoni, alla realizzazione di un mondo migliore e più stabile, caratterizzato dallo sviluppo economico e sociale e dal consolidamento e dall’approfondimento della pace, della democrazia, dei diritti umani e dello stato di diritto” (Uma Visão Estratégica para a Cooperação Portuguesa). Si tratta di obiettivi alquanto ambiziosi e generici che riflettono però l’allineamento al raggiungimento degli Obiettivi del Millennio, che sono i seguenti:
1) Eliminare la povertà estrema e la fame
2) Raggiungere l’istruzione primaria universale,
3) Promuovere l’uguaglianza di genere e l’empowerment delle donne
4) Diminuire la mortalità infantile
5) Migliorare la salute materna
6) Combattere l’HIV/AIDS, la malaria e le altre malattie
7) Assicurare la sostenibilità ambientale
8) Sviluppare un partenariato globale per lo sviluppo sostenibile

… realtà meno rosea

Il valore strategico della lingua portoghese è invece fondamentale poiché il Portogallo è sicuramente più rilevante su scala mondiale nella sua dimensione linguistico-culturale (il portoghese è la sesta lingua più parlata al mondo) che in quella sociale o economica.
Per questo, in termini di priorità geografica, i paesi destinatari dell’aiuto portoghese sono principalmente Angola, Capo Verde, Guinea Bissau, Mozambico, São Tomé e Principe e Timor Est (non a caso, tutti antichi possedimenti coloniali portoghesi).
Il 52% dei fondi della cooperazione bilaterale (solo tra 2 paesi, in questo caso Angola e Portogallo) è destinato al continente africano.

Le sfide

Dalla conclusione della guerra civile nel 2002, due sono le principali sfide verso cui l’Angola deve canalizzare le sue risorse:
- la riduzione della povertà,
- la formazione e il potenziamento dei servizi di base, entrambi accessori al punto precedente.
Ad oggi la situazione della cooperazione allo sviluppo in Angola presenta le seguenti caratteristiche:
- I donatori internazionali trasferiscono molte meno risorse per stimolare il finanziamento autonomo della ricostruzione; dopotutto l’Angola è un paese ricco, quindi potenzialmente in grado di investire nel proprio sviluppo.
- Dall’atteggiamento assistenzialista dell’aiuto, si è passati a considerare prioritario l’investimento, come condizione indispensabile per rafforzare le istituzioni angolane (e favorire così la democrazia).
- Lo strumento di intervento più utilizzato è quello dell’assistenza tecnica.
- I principali donatori, nei programmi bilaterali, sono Portogallo, Stati Uniti, Giappone e Norvegia; nei programmi multilaterali, Unione Europea, Banca Mondiale e Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP).
- Gli aiuti vengono conferiti dando importanza in primis all’iniziativa angolana nella valutazione di progetti finanziabili: è l’Angola stessa che deve stimare la fattibilità e l’utilità degli interventi, per questo l’aiuto internazionale agisce nel rispetto della strategia interna scelta dal paese.

I principali strumenti utilizzati per stimolare lo sviluppo sono la cooperazione tecnica, la cooperazione con partner privati o pubblici e il sostegno della società civile attraverso il lavoro delle Organizzazioni Non Governative.
Da un colloquio con Paulo Oliveira, oggi assistente tecnico presso il comune di Viseu (Portogallo) e consulente tecnico a Luanda tra il 2003 e il 2008, è emerso che dopo 27 anni di guerra civile le istituzioni statali si presentavano esattamente come al momento dell’indipendenza, quando gli amministratori portoghesi avevano lasciato il paese; per questo diventa fondamentale lo strumento della cooperazione tecnica, proprio per permettere al paese che ne beneficia di tornare a camminare con le proprie gambe.

In conclusione

Il Portogallo oggi è uno dei principali donatori e partner commerciali dell’Angola e, considerato la delicatezza della crisi economica che sta attraversando, pare sicuramente anomala l’entità dei trasferimenti che indirizza al paese africano. Ma canalizzando questi aiuti allo sviluppo, complice la comunanza linguistico-culturale, il paese europeo trae di certo vantaggio dal mantenimento delle relazioni commerciali con l’ex colonia.
Difficile determinare se ad oggi è più importante il ruolo dell’Angola per il Portogallo o viceversa.
Sicuramente il Portogallo può “ricambiare” i benefici economici derivanti dalle relazioni con il paese angolano cercando di massimizzare l’efficacia della sua strategia di cooperazione, contribuendo al miglioramento degli indicatori sociali angolani: recuperare gli errori del passato ormai è impossibile ma aiutare a gettare le basi per il futuro della popolazione angolana è probabilmente un dovere a cui il Portogallo non si può sottrarre.

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