Il coraggio e il rischio di sognare

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“Il mondo è nelle mani di quelli che hanno il coraggio di sognare … e rischiano per vivere i loro sogni” (P. Coelho).

Queste parole dello scrittore brasiliano mi fanno pensare alla vita e alla morte di Monsignor de Marion Brésillac. Sprofondarsi nella lettura delle ultime pagine della vita del nostro fondatore è per me come leggere gli atti dei nostri martiri. La morte oblativa del nostro fondatore continua parlandomi della sua vita e della sua passione missionaria. Marion Brésillac ha avuto non solo il coraggio di sognare con la missione di quella “Voce” che lo chiamava, ma ha rischiato con il dono totale della sua vita. Essere appassionato è rimanere fedele a Colui che orienta la nostra vita e a Chi abbiamo dato tutto il nostro cuore. Questa passione svela la violenza dell’amore per entrare nella logica del Regno.
La fedeltà del nostro fondatore e dei suoi seguaci rivelate in Freetown, proviene da un cuore spogliato da tutto ciò che non appartenga al Regno di Dio. Non si può “versare il sangue” senza spargere il proprio “ego”. La fede è un dono e una conquista che richiedi un combattimento quotidiano. Questa lotta non è altro che il sacrificio dell’abbandono e della rinuncia per fare di ogni “lavanda dei piedi” un’Eucaristia . E’ diventare povero, piccolo e contemplativo.
Nell’incontro de Parakou di quest’anno i confratelli del Niger hanno presentato un bel rapporto dove si parla della ricerca di una chiesa povera.
“La Chiesa parla dalla sua povertà … Il Niger è un paese che richiede un grande sforzo per spogliarsi di se stesso e riduce sovente la nostra attività a una semplice presenza … E questo rappresenta una chance, un dono di Dio e una opportunità per tutta la SMA … Qui diventiamo piccoli, siamo piccoli” …»

La morte del nostro Fondatore letta alla luce della sua vita missionaria, mi sembra che ci spinga dunque a cercare concretamente una conversione missionaria permanente (personale e comunitaria) per rischiar crescere nella “oblatività” alla Missione di Dio. La missione nel Niger è la missione di un Dio nomade che ci chiama a una missione nomade che non ci permette quindi d’installarci. “ “L’amore della povertà, meglio ancora, quest’amore pratico della povertà non è altro che il primo passo verso la rinuncia a se stesso, nel frattempo che ne è il primo effetto.” (M. de Brésillac, SVC 207)
Mi sento chiamato a vivere secondo le mie possibilità, come qualcuno che vuole dissodare nel campo della missione, in una chiesa più contemplativa preoccupata di ridurre al massimo le sue strutture. Una chiesa che abbia il coraggio di rischiare e incarnare il sogno storico del Nazareno partendo dai nostri limiti e vulnerabilità. E perché è povera, è permeabile al dialogo sincero, profondo e vero col mondo musulmano. Una chiesa che non viva nell’accanimento del “fare” ma “nell’essere, o meglio ancora “nell’essere del fare”. E se non siamo uomini di preghiera e di cuore contemplativo, “il fare” sarà allora la scappatoia per non “rischiare” niente. Una chiesa cosciente della sua piccolezza, ma che abbia il coraggio di rischiare e incarnare il sogno che lo Spirito ha soffiato nella sua anima. Una chiesa non paternalista, disposta a camminare “accanto” al popolo e ai laici … e che faccia “del canto del suo popolo il ritmo del suo camminare” (Mgr Casaldaliga).
Questo significa un ritorno inevitabile a una chiesa più profetica e con un volto più africano, che non abbia paura di essere piccola e con mezzi poveri. Rischiare questo sogno, credo valga la pena!



P. Carlos Bazzara
Niger

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