SMA internazionale: sguardo al SUD AFRICA

“MANDELA NON HA FATTO TUTTO DA SOLO!”
LA SMA IN SUDAFRICA

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Il nostro viaggio alla scoperta del continente africano attraverso lo sguardo dei nostri confratelli SMA internazionali questa volta ci porta all’estremo limite Sud del territorio: il Sud Africa. Sinonimo di economia in forte crescita (da qualche anno ormai il Sudafrica fa parte del BRIC, che infatti è diventato BRICS, cioè di quel gruppo di paesi in via di sviluppo - Brasile, Russia, India, Cina e, appunto Sudafrica - che potrebbe nel prossimo futuro diventare il motore trainante dell’economia globale), di spiagge bianche e di incontri con gli squali, il paese nell’ultimo secolo è anche stato stato teatro di profondi scontri sociali, essendo la patria dell’Apartheid, dei diritti negati e poi conquistati e del riscatto civile di Nelson Mandela.
A 18 anni dalla conclusione ufficiale della vergogna dell’Apartheid, abbiamo intervistato padre Pius Afiabor, SMA togolese, da 10 anni in Sudafrica, attualmente Regionale, per otto anni attivo nella missione di Kanana, una delle aree ancora “nere” e degradate della città di Rustenberg, dove l’integrazione resta a tutt’oggi un miraggio.


Uno sguardo sull’Apartheid.

Dunque padre Pius, cominciamo il nostro percorso; proviamo a parlare di Apartheid e del ruolo della Chiesa e dei missionari prima e dopo il cambiamento epocale ottenuto da Mandela...
Parlare di Apartheid e soprattutto della sua fine non è facile. Ufficialmente sì, il governo ha decretato definitivamente chiusa quella parentesi, ma il processo di cambiamento della mentalità della gente è molto più lento dell’entrata in vigore di una nuova legge. La Chiesa senz’altro ha fatto e continua a fare molto, ma il processo credo sarà ancora lungo.

In che senso?

Nel senso che, sebbene sulla carta non esistano più trattamenti diversi per bianchi, neri e meticci, in realtà molti sono ancora gli ostacoli da superare e la vera integrazione non potrà arrivare se non nelle prossime generazioni. Ci sono problemi di educazione, di formazione, di lingua e di cultura... non è possibile pensare che chi è cresciuto senza istruzione, solamente con l’introduzione di una nuova legge miracolosamente diventi istruito, o che chi è cresciuto con l’idea di stare a contatto con una razza inferiore all’improvviso ammetta a se stesso che in effetti si sbagliava.
Mi pare una visione pessimista...
No, non del tutto, non direi. Dico semplicemente che il caso del Sudafrica è molto particolare e molto complesso, Non si può generalizzare, né si possono fare paragoni. Si deve solo provare a vivere qui e cercare di capire le ragioni profonde dei problemi che si vedono. Però le cose, anche se molto lentamente, stanno cambiando, e anche se ci sono ancora quartieri in cui un (prete) nero non può andare, oggi per fortuna i bambini non vedono più bianchi, neri e meticci, ma solo esseri umani.
In un certo senso si tratta quindi di un’operazione di rinnovamento della coscienza collettiva delle persone?
In effetti è così. L’Apartheid ha rappresentato una bastardizzazione sistematica della psiche dei neri, se vogliamo dirla con parole forti, e anche oggi molti adulti di colore continuano a sentirsi inferiori. E allo stesso tempo molti bianchi continuano a ritenersi migliori, perché così per anni è stato insegnato loro. E poi ci sono quelli che qui chiamano colored, i meticci, che di fatto non sono né carne, né pesce e si trovano tragicamente a cavallo di due gruppi in forte opposizione. Le differenze erano e sono evidenti.

Chiesa cattolica e Formazione

In che cosa si può dire dire che le disparità siano più forti?
Per prima cosa la scolarizzazione. Le scuole dei bianchi hanno sempre avuto un certo standard, mentre quelle dei neri erano diverse. Gli insegnamenti erano tenuti nelle lingue locali... ma come si fa ad insegnare matematica in Tswana o in Sesotho? In più la lingua dell’economia e del commercio era l’Afrikaans, ma ancora oggi pochissimi neri lo parlano, dunque essi erano (e spesso sono) tagliati fuori da tutto a priori.
Inoltre con la legge che impone alle ditte di assumere comunque un certo numero di neri, che per forza di cose hanno una formazione inadeguata, e di farli lavorare fianco a fianco con colleghi bianchi più preparati, è chiaro che le tensioni si acuiscono e che l’idea del nero stupido continua ad essere molto forte.
E la Chiesa che cosa ha fatto per questo?
La Chiesa, i missionari, hanno sempre fatto molto, perché hanno puntato e continuano a puntare proprio su questo, sull’istruzione. Nei primi anni dopo l’Apartheid gli unici neri in grado di ricoprire cariche pubbliche o di assumere determinati impieghi nelle ditte private erano quelli che avevano studiato nelle scuole delle missioni.

Veniamo all’oggi, qual è l’atteggiamento dei cristiani da questo punto di vista?

I cristiani d’oggi non vengono dal mondo della luna. Anch’essi sono figli della cultura nella quale sono cresciuti e dunque anche per molti di loro le questioni razziali purtroppo non sono superate. Intendiamoci, ci sono esempi stupendi del contrario, ma ripeto, ci vuole molta pazienza, quando anche molti preti locali condividono ancora le vecchie ideologie. Per questo dico che è necessario comprendere il contesto. Perché è un processo in atto, alcuni sono chiusi e conservatori, altri aperti e tolleranti. Il mondo di domani sarà diverso.

Dunque la Chiesa non ha fatto né più né meno di altri per migliorare le cose? Quali sono state le sue priorità negli anni del passaggio?
No, questo non si può dire. Mandela non ha fatto tutto da solo e la Chiesa Cattolica ha avuto il merito di essere una delle forze trainanti per uscire dall’Apartheid. Molti dei missionari che all’epoca davano istruzione ai neri venivano deportati, molti vescovi vivevano sotto costante minaccia e insieme alle altre chiese c’è stata una bella solidarietà spirituale per lottare tutti insieme contro il nemico comune, che all’epoca (e anche oggi) era l’ingiustizia.

Padre Pius, continui a puntare sull’educazione... che cosa puoi dirci delle scuole di oggi?
Oggi la legge prevede scuole pubbliche multirazziali, cioè non possono esistere scuole che rifiutano di iscrivere un bambino nelle proprie classi solo perché nero, bianco o meticcio. Il fatto è che anche le scuole non esistono nel mondo della luna, ma in un mondo reale, dove ci sono quartieri neri degradati e poveri e quartieri bianchi ricchi e puliti e di conseguenza in certe istituzioni continuano ad esserci solo neri e in altre solo bianchi e di nuovo la qualità degli uni differisce di molto da quella degli altri.

E ovviamente la stessa cosa vale per le scuole cattoliche?

Anche in questo caso non si può generalizzare. Ci sono diversi tipi di scuole cattoliche - che in realtà non si possono chiamare cattoliche perché oggi l’insegnamento della religione è vietato -, bensì di scuole pubbliche situate sulla proprietà privata della Chiesa. Gli insegnanti sono tutti statali e la gestione anche. Alcune si trovano in quartieri disagiati e provvedono come possono alla formazione dei ceti meno abbienti e meno preparati, mentre altre si trovano tradizionalmente nei quartieri delle élite, continuano ad essere private e ad avere rette molto alte, e in esse convivono neri, bianchi e meticci, insomma di tutte le razze, purché molto ricchi.
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Il Sinodo africano del 2011 e il Sudafrica.

L’anno scorso c’è stato il grande Sinodo Africano e sono stati posti tre obiettivi specifici per l’Africa: giustizia, pace e riconciliazione. Che cosa sta facendo concretamente la Chiesa del Sudafrica per rispondere a questi obiettivi?
Forse è troppo presto per parlare di questo. Siamo ancora in uno stadio embrionale, perché i documenti ufficiali non sono ancora stati redatti. Però siamo già in cammino. Sono già stati aperti uffici di Giustizia e Pace sul territorio, ma il problema è sempre quello: sebbene oggi si possa dire che il Sudafrica sia uno stato ricco, la sua Chiesa è povera, dunque anche per queste cose istituzionali continuiamo a dipendere dalle donazioni dell’Europa e di conseguenza facciamo un po’ fatica a fare le cose velocemente.

Allora possiamo parlare di Lavori in Corso...
Certamente sì, senza dimenticare il ruolo che comunque la Chiesa ha avuto nel sostenere la verità e la giustizia in tutto il periodo dell’Apartheid e del post-Apartheid e di cui abbiamo parlato ampiamente... Le priorità individuate dalla conferenza episcopale durante il Sinodo sono in pratica le stesse che la Chiesa sudafricana persegue da oltre vent’anni con risultati, come dicevo, anche molto buoni.

Esperienze dirette.


Il quadro generale è molto chiaro. Vuoi parlarci ora della tua esperienza diretta nella tua missione?

Volentieri... anche se sono due anni ormai che sono qui alla casa regionale e non ho una parrocchia tutta mia. Ieri era qui con me padre Justin che viene proprio da Kanana, la parrocchia nel quartiere nero, un tempo frequentata solo da neri, in cui avevo lavorato per otto anni e che a mio avviso oggi rappresenta un bell’esempio di integrazione, perché è frequentata da tutti: bianchi, neri e meticci.
Tutti, tutti insieme? Avete fatto un miracolo allora...
Beh, non proprio tutti insieme. In otto anni che sono stato lì saremo riusciti sì e no un paio di volte ad ottenere che tutti partecipassero alla medesima celebrazione.
Normalmente le funzioni sono 4: una per i neri, una per i bianchi, una per i meticci e una per gli altri (africani di altre nazionalità venuti qui per lavoro e asiatici in particolare).

E perché è così difficile metterli insieme?
Torniamo di nuovo alla questione del contesto... i bianchi dicono che le messe dei neri sono troppo lunghe e rumorose a causa dei canti e delle danze, viceversa i neri dicono che i bianchi vengono di fretta alle funzioni e ne fanno una questione di orologio... insomma, ci vuole pazienza anche qui per arrivare alla condivisione vera degli spazi e dei tempi.

E voi missionari che cosa fate per cercare di accelerare questo processo?
Noi cerchiamo di fare il possibile per essere vicini a tutti. Per prima cosa non ci limitiamo a parlare Afrikaans, ma impariamo l’inglese per gli immigrati africani anglofoni, il francese per i francofoni e le lingue locali, ovviamente, per chi è nato qui...
Questo implica un lavoro in più... quante lingue parli, per curiosità, padre Pius?
Io? Beh, io sono togolese, dunque parlo francese, poi parlo inglese, portoghese, Tswana e Sesotho, per ora... poi vedremo!

Complimenti!
Ah, ah! Quando serve...

Una parola per concludere

Padre Pius, grazie per questa bella chiacchierata... hai una parola per concludere?
Per concludere dico solo che il perdono e la riconciliazione vera non potranno arrivare se non passando attraverso la prova della verità e la Chiesa in questo ci sarà. Mandela, ricordatevi, non ha fatto tutto da solo. Accanto all’impegno di molti civili c’è stato anche tanto lavoro sotterraneo di noi cattolici e questo non va dimenticato.
Il Sudafrica sta iniziando una nuova era... invito tutti gli amici della SMA a venire a trovarci e a scoprire con i propri occhi e soprattutto a comprendere con il proprio cuore ciò che l’Apartheid si è lasciata dietro e ciò che comporta il processo di ricostruzione, delle persone prima di tutto, in uno stato piagato dal razzismo per troppo tempo.

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