Il secondo Golfo del petrolio

L’autore dell’articolo, Valerio Colicchia nasce a Roma il 27 ottobre 1984.
Nel 2007 si laurea in Relazioni Internazionali con una tesi intitolata “Due letture della crisi ivoriana: etnica vs politica. Ruolo della Francia” ottenendo il massimo dei voti e la lode accademica. Nel 2010 ottiene la lode accademica discutendo la tesi magistrale “Geopolitica del petrolio nel Golfo di Guinea. Caso del Gabon”, tesi che successivamente verrà premiata con la borsa di studio Paola Bianchi.
Pochi mesi dopo si trasferisce in Gabon dove collabora con l’ambasciata d’Italia a Libreville.
Affascinato dalla cultura africana, da febbraio 2011 vive in Camerun dove gestisce un complesso scolastico per conto di una Ong italiana.

***

Il settore petrolifero della regione del Golfo di Guinea è in grande sviluppo. Il volume di petrolio estratto nell’area e la stima delle riserve presenti nel sottosuolo sono notevolmente aumentati e così si è iniziato a parlare di “secondo Golfo” per esaltare la somiglianza con il Golfo Persico, prima fonte di approvvigionamento petrolifero mondiale. I paesi del Golfo di Guinea sono anche lontani da zone politicamente “calde” come il Medio Oriente, dove regna l’instabilità.
Così, nella corsa alle fonti energetiche il Golfo di Guinea è diventato centrale. Le difficoltà incontrate in Medio Oriente dai nuovi attori geopolitici (un mercato fortemente controllato dalle società nazionali e dalle società statunitensi mal si adatta alle esigenze di crescita) hanno reso necessario aumentare le dimensioni e la diversificazione del mercato mondiale. Per la Cina oggi l’Africa rappresenta la prima “zona di caccia”.

Diversificare…

La diversificazione delle fonti di approvvigionamento per ridurre la rilevanza energetica del Medio Oriente si è imposta anche agli Usa. Il Golfo di Guinea è divenuto l’alternativa al Golfo Persico, al punto che nel febbraio e marzo 2007 le importazioni statunitensi di greggio dall’Africa sub-sahariana hanno superato quelle mediorientali. Attraverso il petrolio l’Africa ha acquisito una nuova statura internazionale, un ritorno d’importanza strategica ben visto dai governi africani.

e sviluppare…

Il settore petrolifero è un polo industriale di alta qualità che necessita di manodopera qualificata, innovazione tecnologica e realizzazione d’infrastrutture; ciò rende l’industria petrolifera uno strumento di cambiamento e sviluppo. Ma l’impatto economico e sociale della produzione petrolifera nel Golfo di Guinea è ben lontano dall’essere positivo. Gli stati produttori non sono esenti dagli aspetti negativi legati all’estrazione e l’esportazione di risorse naturali.

…anche i problemi!

I problemi delle petro-economie sono di due tipi; vi sono quelli economici, legati al Dutch disease (la “maledizione olandese”, effetto della distorta politica economica che considera le materie prime di cui è ricco un paese l’unico bene da esportare, condannandolo alla monoproduzione d’esportazione e rendendolo economicamente vulnerabile) e alla variabilità delle rendite petrolifere (dipendenti essenzialmente dal prezzo del petrolio sui mercati internazionali), che rendono difficoltoso istituire politiche di lungo periodo, e quelli sociali: in assenza di un sistema di controlli funzionante (a livello giuridico, della società civile, politico), i grandi flussi di denaro spingono al malgoverno e alla corruzione. Una parte delle entrate infatti è stata investita in progetti improduttivi, nel foraggiamento di un’amministrazione corrotta e clientelare e in sovvenzioni che distorcono l’economia.
Per la quasi totalità dei paesi esportatori dell’Africa sub-sahariana, nel 2010 le esportazioni legate al settore energetico hanno rappresentato circa il 60% delle rendite statali e l’80% delle esportazioni totali. Se negli anni Cinquanta le riserve provate africane erano praticamente nulle, nel 2010 erano pari a 120 miliardi di barili, con una produzione del continente di 10 milioni di barili al giorno. Le risorse petrolifere da sempre sottomettono l’economia e i sistemi politici a intense pressioni che ne hanno limitato lo sviluppo. In questo consiste la “maledizione delle risorse naturali”.

Ricchezza petrolifera = benessere?

Guardando i dati relativi alle maggiori petroeconomie dell’Africa sub-sahariana, ci si accorge immediatamente che ricchezza petrolifera non è sinonimo di benessere. La Nigeria, insieme all’Angola il più grande paese petrolifero dell’Africa (2,4 Mb/d [milioni di barili al giorno] pari all’80% delle entrate governative), è anche uno dei paesi più poveri del continente. Il 70% della popolazione vive sotto la soglia di povertà e più dei 2/3 delle abitazioni non ha accesso all’energia elettrica. Nel 2010 la Nigeria si è situata al 142° posto su 177 nella tabella dell’UNDP (Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo) dell’Indice di Sviluppo Umano (ISU).
La produzione petrolifera angolana si è attestata a circa 2 Mb/d nel 2010. Le esportazioni di petrolio contribuiscono al 40% del Pil e al 90% delle entrate statali del paese e il suo ISU la situa al 146° posto. Poco più positiva è la situazione dei piccoli paesi produttori come Gabon, Guinea Equatoriale e Repubblica del Congo, fra i sei maggiori produttori del continente, che nel 2010 si attestavano rispettivamente al 93°, 117° e 126° posto in graduatoria ISU.

Il gioco petrolifero africano e i suoi attori: Cina
Il tentativo di assicurarsi l’approvvigionamento di risorse energetiche condizionerà il nuovo grande gioco geopolitico e la conflittualità mondiale. L’affacciarsi della Cina sul mercato petrolifero porta ai paesi produttori nuove carte strategiche da spendere, concedendo
ampi margini di manovra in campo diplomatico.
Data la forte presenza americana in Medio Oriente, la Cina è stata costretta a rivedere la sua politica energetica puntando a una diversificazione delle fonti. Sono emerse tre zone d’interesse: l’Asia Centrale, la Siberia e l’Africa. Dopo decenni di monopolio europeo legato alle avventure coloniali e dopo l’entrata statunitense nel continente africano avvenuta alla fine del secolo scorso, il terzo millennio vede affacciarsi le società cinesi, spinte dal bisogno energetico del paese.

Imperativi cinesi

Gli interessi cinesi in Africa sono legati a due imperativi: da una parte c’è la necessità di rendere più sicuro l’accesso alle materie prime e agli idrocarburi e diversificare le fonti di approvvigionamento; dall’altra c’è il tentativo di spingere le grandi società cinesi a esportare prodotti made in China. Oggi in Africa sono presenti oltre 900 società cinesi, che hanno permesso di decuplicare il volume di scambio commerciale: dai 10 miliardi di dollari del 2000 ai 129 nel 2010; potrebbero arrivare a 400 nel 2015. Ma da quando la Cina è diventata importatrice netta di petrolio, all’inizio degli anni ’90, il primo imperativo si è imposto con violenza nell’agenda delle autorità: con un’economia in forte crescita basata su un’industrializzazione senza regole la Cina è diventata la principale rivale degli Stati Uniti in materia di approvvigionamento energetico.

Fabbisogno energetico
Il fabbisogno d’energia della R.P.C. è in forte aumento: dopo aver registrato una crescita superiore al 9% annuo a partire dal 1978, nel 2004 il Pil cinese è aumentato del 15%, causando un incremento del 17% del consumo petrolifero (circa 900.000 barili al giorno), che ha superato i 6 Mb/d (erano 4,7 Mb/d nel 2000 e 2,3 nel 1990). Il paese asiatico è divenuto il secondo consumatore mondiale, dopo gli Stati Uniti. Nel 2010 ha mantenuto la sua posizione con 9,8 Mb/d. Gli Stati Uniti, che ne consumano oltre 19 Mb/d, sono ancora ben lontani, ma la Cina ha grandi prospettive di crescita se si considera che ciascun abitante consuma 2,5 barili di petrolio all’anno, contro i 13 di un europeo e i 22 di un americano.
Sono quindi le risorse africane l’obiettivo primario della Cina nel continente. Il 30% del suo fabbisogno energetico è fornito dai paesi del Golfo di Guinea e dal Sudan. L’Angola, che vende alla Cina 1/3 della sua produzione (pari al 16% delle importazioni petrolifere cinesi) contende all’Arabia Saudita la posizione di primo fornitore di greggio del gigante asiatico.

Imprese pubbliche, imprese private

L’approvvigionamento energetico è assicurato dalle grandi imprese pubbliche ma anche dalle imprese private, a cui viene lasciata mano libera. Questa sorta di “capitalismo cinese” rappresenta una minaccia per i paesi occidentali: mentre le imprese occidentali sono sempre più sottoposte a controlli etici sull’operato, quelle cinesi hanno una libertà di manovra molto più ampia.
Le relazioni fra Cina e paesi esportatori si fondano sulla “via cinese allo sviluppo”, una strategia che permetterebbe di concludere accordi win-win, reciprocamente vantaggiosi, in cui Pechino punta alla realizzazione di progetti comuni attuando la “non ingerenza politica” e l’assenza di precondizioni nella concessione di crediti, prestiti e aiuti. A differenza degli Occidentali, i Cinesi non vincolano i governi africani al rispetto dei principi cari al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale quali la trasparenza negli affari, nei contratti e nei bilanci e neppure al rispetto dei diritti civili e umani o dei processi di democratizzazione. Anzi, quando questi sono stati violati sistematicamente (come in Zimbabwe e Sudan) Pechino si è opposta in sede ONU a condanne e sanzioni nei confronti dei paesi implicati.

Successo assicurato
Il successo del progetto cinese è basato quindi su massicci investimenti per assicurarsi le fonti energetiche, nessuna imposizione esterna in materia di good governance e diritti umani, offerta del know-how, forza lavoro, prestiti a tassi ridotti e vantaggi finanziari per costruire un sistema d’infrastrutture adeguato allo scopo (strade, aeroporti, porti, ma anche ospedali, scuole) con forti e positive ripercussioni sulla popolazione locale (anche se poi questi lavori sono affidati a imprese cinesi permettendo alla Cina un doppio guadagno). Per iniziare e mantenere le relazioni la Cina chiede solo di rompere i rapporti con Taiwan (clausola considerata del tutto accettabile dalle controparti). Pechino lascia i suoi partner liberi di votare all’Assemblea generale dell’Onu, non propone lo schieramento di truppe sul territorio e, come già detto, evita di dare “lezioni di democrazia”.
I paesi i cui rapporti con la comunità internazionale non sono dei migliori vedono così nella Cina un partner ideale che permette loro di smarcarsi dai rigidi limiti occidentali e di ottenere un nuovo sostegno diplomatico ed economico soprattutto in funzione anti-statunitense.

Stati Uniti
La presenza statunitense in Africa ha lo stesso obiettivo di quella cinese: la diversificazione delle fonti energetiche. Il problema si è posto con intensità fin dagli anni ’90, ma è soprattutto con l’amministrazione Bush che gli Usa si sono trovati ad affrontare l’eccessiva dipendenza dalle risorse mediorientali. Questa dipendenza ha due cause: da una parte l’ingente quantità di petrolio necessaria a mandare avanti l’economia (nel 2010 la domanda è stata pari a 19 Mb/d), dall’altra la mancata valorizzazione delle risorse nazionali. Approvvigionamento petrolifero e sicurezza militare (guidate dalla visione americana degli interessi nazionali e della guerra al terrorismo) sono divenute le priorità della politica estera dell’amministrazione Bush.

Strategie di penetrazione
Dopo l’11 settembre si è chiesto un allentamento della dipendenza energetica dall’Arabia Saudita. In seguito al National Energy Policy Report (Rapporto sulla politica energetica nazionale) del vicepresidente Cheney, è stato istituito l’African Oil Policy Initiative Group (Aopig: Gruppo di Iniziativa per la Politica Petrolifera), nato da una conferenza organizzata nel 2002 dallo Iasps (Institute for Advanced Strategic & Political Studies: Istituto di Studi Strategici e Politici Avanzati), un think-tank con sede a Gerusalemme attivamente impegnato nell’avvicinare il Likud e i neocons statunitensi. Alla conferenza hanno partecipato numerosi funzionari dell’amministrazione Bush, membri del Congresso, responsabili delle compagnie petrolifere Usa, e ambasciatori di alcuni Stati produttori africani. Walter Kansteiner, all’epoca Sottosegretario per gli Affari Africani, decretava che il petrolio sub-sahariano era ormai “un interesse strategico degli Stati Uniti”; in Petrolio africano: una priorità per la sicurezza nazionale USA e per lo sviluppo in Africa, libro bianco redatto dall’Aopig, si poneva l’obiettivo di far passare tra i dirigenti Usa l’idea che il Golfo di Guinea e in generale l’Africa occidentale dovessero diventare zona di interesse primario.

Divide …
Nel maggio 2002 il vicepresidente Cheney dichiarava fra le linee guida della politica energetica nazionale che “il petrolio africano […] rappresenta un mercato in sviluppo per le raffinerie della costa est”. Kansteiner, accompagnato da una delegazione dell’Aopig durante un viaggio in Nigeria per convincere il presidente Obasanjo a uscire dall’OPEC, affermava: “L’Africa rientra negli interessi nazionali degli Usa e la sua importanza aumenterà in futuro”.

… et impera,
L’importanza del Golfo di Guinea è ulteriormente aumentata dopo il “Discorso sullo Stato dell’Unione” del 2006, durante il quale il presidente Bush ha espresso la volontà di rimpiazzare il 75% delle importazioni petrolifere mediorientali dal 2025. Nel 2004, infatti, il National Intelligence Council stimava che le importazioni americane di petrolio dall’Africa Occidentale sarebbero aumentate del 25% entro il 2015 arrivando quindi a superare le importazioni dal Golfo Persico. Un’ipotesi realizzabile, visto che nel 2010 le importazioni petrolifere dal Golfo Persico hanno rappresentato il 14,53% contro il 14,15% del Golfo di Guinea (18,9% se si considera l’intero continente africano).

mostrando i muscoli
Tutto ciò ha fatto sì che il continente africano divenisse parte centrale della politica di sicurezza energetica statunitense. Sul piano geopolitico l’amministrazione Bush ha inquadrato l’Africa nella cornice della sicurezza e del controterrorismo, con un rafforzamento della presenza di intelligence e dell’impegno militare americano. L’attenzione americana va in particolare al Golfo di Guinea dove alla Nigeria e all’Angola (paesi in cui da tempo sono presenti società Usa e che nel 2010 hanno rappresentato rispettivamente il quinto e l’ottavo fornitore di greggio degli Stati Uniti) si sono aggiunti Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica del Congo, Camerun, São Tomè e Principe. Nel 2008 è stato creato un comando militare appositamente per l’Africa (Egitto escluso) l’U.S. Africa Command (AFRICOM) con l’obiettivo della messa in sicurezza dell’area contro la diffusione del terrorismo islamico e di disordini sociali attraverso una serie di programmi umanitari, economici e di sicurezza.
La politica di Obama sulla questione africana è molto simile a quella del suo predecessore. A maggio 2009 Obama ha proposto al Congresso un cospicuo finanziamento per il 2010 all’AFRICOM e ai suoi programmi.
Ma se l’interesse statunitense verso l’Africa è guidato anche dalla sicurezza militare e non solo dalla sicurezza energetica, gli Stati Uniti devono considerare quanto la produzione petrolifera influisca sui paesi produttori in tema di stabilità interna, good governance, corruzione, investimenti sociali.
Il mondo ricco vuole liberarsi dalla sua dipendenza dal petrolio mediorientale e così entra in scena l’Africa. Spostare la fonte del nostro approvvigionamento non servirà a garantire la nostra sicurezza se al tempo stesso si sposterà anche la “maledizione delle risorse”. Dipendere dalle risorse dei paesi più arretrati farà sì che all’espressione “altro Golfo” per indicare il Golfo di Guinea corrisponda anche un “altro Medio Oriente” indicando l’instabilità politico-sociale.

Europa e Unione Europea

Gli interessi europei nell’area fanno meno scalpore rispetto a quelli cinesi o statunitensi. Non c’è l’energy security statunitense e non vi è neanche l’elemento di novità come per il modello cinese. Gli Europei non si sono avvicinati al Golfo di Guinea per il suo ruolo nello scacchiere petrolifero mondiale: vi sono presenti dal XV secolo! Ma la recente entrata statunitense nel continente, e ancora di più quella cinese, hanno dimostrato la fragilità e la perdita di peso strategico dei paesi europei nel gioco africano. I contratti delle principali compagnie petrolifere europee (Eni, BP) sono sempre più minacciati. Solo la francese Total è riuscita a mantenere un certo peso strategico, ma in stati con una produzione in declino (Gabon, Camerun) o marginali (Costa d’Avorio). Questa marcia indietro delle compagnie europee può forse essere spiegata dal fatto che l’Europa si rifornisce prevalentemente in Russia e Medio Oriente. Ciononostante gli Usa importano dal Golfo di Guinea il 14% del loro fabbisogno, l’Unione Europea il 24% e la Cina il 30%. Dati destinati ad aumentare.

Necessità di diversificare
Oggi l’Europa produce meno di un quarto del petrolio che consuma e importa la quota restante da Russia, Medio Oriente, Africa. Ma con l’instabilità mediorientale, le tensioni fra ex repubbliche sovietiche, la qualità dei giacimenti africani e le nuove infrastrutture in costruzione, gli analisti ritengono che il Golfo di Guinea aumenterà il suo volume d’esportazione di prodotti energetici verso l’UE.
Nel 2006 la crisi del gas fra Ucraina e Russia ha messo in una nuova luce l’eccessiva dipendenza europea dalle importazioni energetiche e le difficoltà che conseguono al detenere solo politiche energetiche nazionali. La Commissione ha così redatto un Green Paper per inserire nell’agenda europea una politica energetica mirante ad ottenere approvvigionamenti “sostenibili, sicuri e competitivi”. Un’attenzione particolare è stata rivolta alla promozione del dialogo sui temi dell’energia con i “partner strategici” e con i principali paesi produttori, in modo da ottenere una maggiore diversificazione delle risorse energetiche e maggiore sicurezza nell’approvvigionamento. L’UE ha quindi sviluppato una fitta rete di dialoghi bilaterali e regionali con i paesi produttori di energia, i paesi consumatori e quelli di transito.

Strategia europea
Nel 2008 è stata istituita la Africa-EU Strategic Partnership che include energy security, aiuti allo sviluppo e sicurezza strategica con l’obiettivo di stabilizzare l’Africa tramite la promozione di pace e sicurezza uniti a uno sviluppo sostenibile per la realizzazione entro il 2015 degli Obiettivi del millennio. L’Europa si è impegnata in un importante progetto infrastrutturale: il potenziamento del Trans-Saharan Gas Pipeline (NIGAL). Questo gasdotto permetterà di collegare i pozzi nigeriani di Warry con l’Europa.
All’interno del Africa-EU Strategic Partnership s’inserisce l’Africa-EU Energy Partnership  (AEEP), una collaborazione fra i due continenti sulle questioni della sicurezza energetica, dell’energia sostenibile, e dell’accesso alle fonti energetiche. L’AEEP si propone di istituire un quadro politico di collaborazione a lungo termine sulle questioni energetiche che tenga conto dei bisogni di crescita economica, sviluppo sociale e rispetto dell’ambiente di tutti gli attori coinvolti.

Sviluppo…

Sono nati così diversi programmi volti a migliorare le infrastrutture e l’integrazione regionale e a diffondere l’accesso alle risorse energetiche, che hanno portato a una serie di studi, accordi, dichiarazioni, e politiche miranti a creare strategie energetiche nazionali, strategie d’investimento locale e strategie di investimenti regionali.
All’energy policy europea va riconosciuto di aver anticipato in parte i temi presenti in quella statunitense del 2009 (riduzione delle emissioni nocive, riduzione dei consumi energetici, sostenibilità delle fonti energetiche e quindi con un’attenzione alle fonti “pulite”) ma manca di un legame forte con gli attori rilevanti. Il coinvolgimento e l’influenza delle società energetiche europee nel delineare la politica estera dell’UE è stata sicuramente inferiore a quella delle società statunitensi nel definire la politica del paese.

e mani libere!

In alcuni casi le società europee sono state impegnate molto più dei governi nel definire una politica energetica in ottica geopolitica. Ad esempio, l’Italia ha appaltato la propria politica energetica totalmente all’Eni mentre la francese Total, che dai primi anni 2000 spende il 30% del suo budget nell’esplorazione e sviluppo in Africa, lamenta da tempo l’assenza di una strategia geopolitica europea nel continente; d’altra parte però sono le società stesse a temere che un sostegno unitario europeo ai loro rapporti con paesi terzi comporti una grave riduzione della loro libertà di manovra: l’attenzione europea a una politica energetica sostenibile, rispettosa dei diritti umani, dell’ambiente e di principi quali la good governance, ha portato ad uno scontro con le società petrolifere più inclini a una realpolitik fatta di un costante adeguamento a contesti politico-istituzionali non propriamente trasparenti. Perciò il settore energetico europeo non ha sostenuto gli sforzi della Commissione per l’implementazione di una politica energetica comune.
Ma è chiaro oramai che le relazioni “personali” tra società petrolifere europee e élite politiche in contesti di bad governance possono portare a gravi problemi per gli investitori internazionali. Molte compagnie europee hanno visto i loro interessi severamente minacciati dal “nazionalismo delle risorse” e dalla mancanza di trasparenza nell’assegnazione delle concessioni e dei contratti petroliferi. Per questi motivi molti analisti chiedevano che l’energy policy entrasse a far parte di una visione più ampia, legata sì alla sicurezza energetica, ma anche a una politica estera comune.
Le società petrolifere hanno bisogno di intraprendere una “politica estera” comune perché, se nel breve periodo possono trarre vantaggio da accordi bilaterali con i paesi produttori che taglino fuori le concorrenti europee, nel lungo termine questa politica andrà contro i loro stessi interessi, già minati dall’emergere delle compagnie nazionali.

Valerio Colicchia


SMA, via Borghero 4 - 16148 Genova - info(at)missioni-africane.it - Web Design & CMS RossiWebDesign/Siti Web Genova