P. Marco: le due facce della Costa d'Avorio

marcoCarissimi amici,
Vorrei darvi qualche informazione sul momento particolare che vive la Costa d’Avorio. Non penso che i mass-media italiani diano notizie regolari di questo paese africano. Per cui condivido con voi ciò che il popolo ivoriano sta vivendo in questi mesi.
Per quello che vedo con i miei occhi di straniero, la Costa d’Avorio rappresenta oggi una grande contraddizione. Contraddizione tra, da una parte, la volontà del suo presidente e del suo governo di considerare ormai concluso il lungo periodo di instabilità e conflitto, e, dall’altra, i numerosi e ricorrenti episodi di violenza, di provocazione, di intolleranza. Episodi, che messi insieme, danno il quadro di una paese ancora lacerato da una profonda divisione, non solo politica ma anche etnica e purtroppo anche religiosa.
Il presidente Alassane Ouattara, originario del nord mussulmano, economista, già alto dirigente al Fondo Monetario e primo ministro in precedenti governi, è molto ottimista, e sa infondere fiducia, fiducia nel futuro della Costa d’Avorio, fiducia nelle sue enormi potenzialità. E non solo la infonde ai suoi concittadini e sostenitori, ma anche ai finanziatori internazionali. Vuole riportare il suo paese al ruolo svolto fino a dieci anni fa: motore economico dell’Africa Occidentale e leader influente nelle questioni geopolitiche della sub-regione.
Da quando è stato proclamato presidente, ha effettuato 42 viaggi all’estero: per negoziare prestiti, per ridurre il peso del debito del suo paese, per riallacciare legami politici con paesi alleati, per dare il suo contributo a risolvere i conflitti nei paesi vicini del Mali e della Guinea-Bissau.
La sua elezione, alla fine del 2010, è stata contrastata: proclamato vincitore dalla Commissione Elettorale Indipendente, riconosciuto presidente legittimo dalla comunità internazionale, è stato però sconfessato dalla Corte costituzionale, che ha dato la vittoria al presidente uscente, Laurent Gbagbo. Costui gli ha ceduto il potere solo quando le truppe ribelli che controllavano il centro-nord del paese sono entrate nella capitale Abidjan, e dopo due settimane di drammatici combattimenti l’hanno catturato e arrestato nel suo bunker. Gbagbo ora si trova a L’Aia, in Olanda, in attesa di essere processato dalla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità.
Non si può negare che, in un anno e mezzo di governo di Ouattara, la Costa d’Avorio ha cambiato faccia. Grandi cantieri sono stati aperti nella capitale e in molte città del paese per riparare la rete stradale, per rendere più vivibili i quartieri popolari, per potenziare la fornitura di elettricità e acqua potabile, per riparare i danni della guerra civile a sedi del governo e dell’amministrazione.
Il mese scorso il presidente ha effettuato due importanti viaggi: uno in Cina, dove ha ottenuto una linea di credito consistente per grandi infrastrutture (nuove autostrade, ampliamento del porto di Abidjan, nuove dighe, nuove università, ecc.), e un altro in Arabia Saudita, dove ha avuto un posto alla riunione annuale dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica (l’Islam è la prima religione del paese col 38% della popolazione), ed ha ottenuto dei prestiti agevolati per realizzare strade, scuole e ospedali nel nord del paese, da sempre meno sviluppato.
Il nuovo direttore della Banca Mondiale è in questi giorni in Costa d’Avorio, scelta significativamente per la sua prima visita all’estero. Infatti mentre l’economia mondiale arranca con grandi difficoltà, la Costa d’Avorio vanta un tasso di crescita annuo dell’8%, e le prospettive economiche sono molto ottimiste.
Ma, vi dicevo, c’è l’altra faccia della medaglia. Una faccia meno serena, fatta di attentati, scontri etnici, violenza, insicurezza, intolleranza politica.
La regione più turbolenta è l’ovest del paese. Da una parte c’è la zona di frontiera con la Liberia, da dove provengono attacchi sanguinosi, ad opera di uomini ben armati e addestrati, ma rimasti finora sconosciuti. Il governo li identifica come mercenari liberiani ed ex-miliziani del partito dell’ex-presidente, l’FPI, Front Populaire Ivoirien. Alla fine di aprile ci sono stati una quarantina di morti e migliaia di sfollati nella cittadina di Tai; a giugno è stata attaccata una pattuglia dell’Onu e sono stati uccisi 7 caschi blu del Niger, oltre che una quindicina di civili; ad agosto un altro attacco a un posto avanzato dell’esercito ha fatto un’altra decina di morti nei due campi.
Dall’altra parte c’è la situazione di intolleranza etnico-religiosa nella città di Duekoué e regione circostante. In questa zona vive la popolazione guéré, poco numerosa, ma proprietaria di una terra fertile, e adatta alla coltura del cacao. Questa terra ha attirato sempre più immigrati dal nord del paese e dal vicino Burkina Faso. Questi comprano la terra dagli autoctoni e creano le loro piantagioni di cacao. In breve si arricchiscono, e investono nel commercio, nelle costruzioni e nei trasporti. La popolazione locale diventa minoranza, dominata economicamente dalla gente del nord, che parla il malinké, una lingua del vicino Mali, e pratica la religione mussulmana.
Con la scusa che la terra non può essere venduta, ma solo data temporaneamente per essere coltivata, gli autoctoni la reclamano indietro, vantando i diritti ancestrali. Gli immigrati non ci stanno a perdere le loro piantagioni, e le difendono con le armi. Il governo precedente all’attuale ha soffiato sul fuoco di questa rivalità etnica, e Duekoué è diventato sinonimo di conflitto etnico. Durante la crisi post-elettorale del 2010-11 è qui e nelle località circostanti che c’è stato il maggior numero di morti. La politica era diventata il pretesto per dare sfogo all’odio etnico e religioso.
Le ferite sono ancora aperte e il desiderio di vendetta è difficile da estirpare dai cuori e dalle menti. Nell’ultimo anno sono stati innumerevoli gli episodi, più o meno violenti, che hanno contrapposto le due comunità. Ma il clou è stato nel mese di giugno: per vendicarsi di un’aggressione a danno di un gruppo di giovani musulmani del nord, che aveva provocato 4 morti, la gente del nord ha preso d’assalto il campo di rifugiati, che accoglie gli autoctoni guéré che hanno avuto la casa distrutta. Il campo è gestito e protetto dai caschi blu dell’Onu, ma quella notte non hanno potuto fermare la furia degli attaccanti. Il campo è stato incendiato, tutti i beni dei rifugiati sono andati bruciati, e alla fine decine di cadaveri sono rimasti sul terreno. È stato uno shock per il paese, ma non è bastato a far prevalere la ragione sull’odio.
Infatti nel mese di agosto il paese ha assistito attonito e terrorizzato a una serie di attacchi e attentati contro caserme dell’esercito, contro commissariati di polizia e sedi dell’amministrazione locale. Quasi tutti sono avvenuti nel sud, soprattutto in quartieri popolari di Abidjan. Il bilancio dei morti non lo si saprà mai, ma i giornalisti indipendenti parlano di almeno 150, tra forze dell’ordine, attaccanti e civili.
Il paese non ha ancora un corpo di polizia e di gendarmeria efficiente. Dopo la presa del potere dei ribelli del nord, poliziotti e gendarmi, quasi tutti originari del sud, hanno abbandonato la divisa. Pochi sono ritornati, e molti ex-ribelli sono stati integrati. Il clima è di grande diffidenza. Come può questa polizia, disorganizzata e inerme, condurre delle indagini, perseguire gli autori degli attacchi, assicurarli alla giustizia?

Potete immaginare che clima di paura, di incertezza, di sospetto si vive oggi nel paese. Sono ritornati i check point lungo le maggiori vie di comunicazione del paese. Ad Abidjan la notte è sconsigliato di uscire. Ronde armate fermano e perquisiscono auto e passanti con poca gentilezza.
Ecco un po’ la contraddizione della Costa d’Avorio di oggi.
Tra i compiti attuali e urgenti della chiesa e di noi missionari c’è quello di favorire il dialogo, la riconciliazione, la tolleranza. Vi chiedo una preghiera, affinché mettiamo tutto il nostro sforzo in questo compito.

p.Marco Prada
Costa d’Avorio, 5 settembre 2012


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