Costa d’Avorio – Francia: Amore e Odio

Vincenza Castaldi dopo la triennale in scienze politiche a Napoli, conseguita presso l’Università degli Studi Federico II, si è trasferita all’Università degli Studi di Perugia per la specializzazione in Relazioni Internazionali, dove si è avvicinata alle tematiche inerenti l’Africa e il sud del mondo. Durante l’ anno di Erasmus (2006/2007) a Lyon, ha collaborato 2 mesi con l’associazione COSI (Centro d’informazione e di solidarietà con l’Africa) dove ha raccolto il materiale per la tesi finale. Dopo la laurea ha avuto esperienze in Senegal ed in Camerun per avvicinarsi ulteriormente alle tematiche studiate fino a quel momento. Al rientro si è specializzata con un Master in Programmazione Comunitaria, durante il quale ha svolto un periodo di studi in Belgio e di lavoro in Olanda fino al 2011. Attualmente collabora con l’Università degli Studi del Molise in qualità di esperta in europrogettazione. Con la Caritas diocesana di Termoli-Larino gestisce un progetto di accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo in Molise.

La Francia, sin dall’inizio delle sue relazioni con la Costa d’Avorio, ha dato numerosi esempi di ingerenza negli affari interni. In particolare, dal 2002 i rapporti si complicarono; gli attori sulla scena internazionale erano cambiati, la Cina e l’India erano sempre più presenti, spinti dalla ricchezza di materie prime ed energetiche del territorio ivoriano. Si costituivano nuovi assi politici, fondati sulle relazioni con le antiche colonie, sul multilateralismo e sul partenariato franco-africano. La Francia ribadiva ancora una volta di non essere più il gendarme dell’Africa e gli obiettivi della politica africana della Francia non erano più legati solo a motivi economici o politici.
Nel 2002 venne testato il nuovo modo di operare nelle crisi, con un impegno diretto delle truppe francesi, ma questa volta sotto il mandato delle Nazioni Unite. Il nuovo interventismo francese nella gestione delle crisi africane, si complicava ed i suoi obiettivi erano più difficili da definire e da mettere in opera. La sfida era rappresentata dalla costruzione di un partenariato di sicurezza che fosse legittimo ed efficace allo stesso tempo.

Presenza ingombrante
La Francia, avendo la particolarità di avere dominato a lungo buona parte della scena africana e dunque di avere ancora un ruolo importante nell’Africa sub-sahariana, cercava di salvaguardare le relazioni con le ex-colonie, garantendone la sicurezza attraverso il mantenimento sul territorio africano di 11.000 militari. Queste modifiche erano dovute anche al cambiamento della situazione in Francia; le elezioni del 2002 videro vincitrice l’équipe capeggiata da Jacques Chirac e videro trionfare un nuovo aspetto della politica francese, quello della “sensibilità africana”. La Francia giocava un ruolo più attivo, evitando impegni militari unilaterali.

2002: prove di forza
In seguito al colpo di stato del 19 settembre 2002, Laurent Gbagbo, Presidente della Costa d’Avorio, invocò esplicitamente l’intervento francese, chiedendo di applicare gli accordi di difesa firmati in precedenza e che prevedevano un eventuale intervento dell’ex madrepatria, nel caso fosse necessario. Parigi replicò dicendo che si trattava di una crisi principalmente ivoriana, che non riguardava la Francia. Fu l’inizio delle incomprensioni tra Parigi e il Paese del cacao. La Francia venne accusata di proteggere un tiranno detestato dagli ivoriani stessi.
Parigi annunciava il rinforzo del dispositivo militare nella regione, con l’invio di una forza posizionata a Dakar, pronta ad intervenire in caso di necessità.
Per la Costa d’Avorio, la Francia aveva tradito la sua ex colonia, mentre da parte francese si cercava di evitare eventuali coinvolgimenti, in quanto si riteneva che il presidente ivoriano facesse un doppio gioco. È il caso emblematico di tutte le ambiguità della “nuova politica africana”.
Fu soltanto l’11 dicembre del 2002 che Parigi denunciò la situazione drammatica ivoriana, rilevando l’inaccettabilità di una guerra che attentava all’integrità stessa della Costa d’Avorio. Risale a questa data l’annuncio della messa in atto dell’Operazione Licorne, mentre la ribellione continuava a crescere. L’operazione in Costa d’Avorio rappresentò l’applicazione del concetto di multilateralismo, nonché una delle operazioni più significative delle politica africana della Francia.

L’operazione Licorne.

Il 22 settembre 2002, arrivarono i primi rinforzi francesi per garantire la sicurezza delle milizie francesi già presenti sul territorio ivoriano. L’azione venne formalizzata il 25 settembre, segnando l’inizio dell’Operazione Licorne.
All’inizio si pensò alle conseguenze che si sarebbero avute in seguito all’intervento francese, poiché le truppe si stabilirono nella capitale, Yamoussoukro, e iniziarono ad agire come forza tampone tra le forze del governo e quelle dei ribelli, costituendo una linea di frattura che si sarebbe conservata a lungo e che avrebbe diviso il paese in due entità, una comprendente le regioni del Nord e l’altra quelle del Sud. Questa divisione involontaria ricordava i tempi coloniali. Già contrariate per via della non attivazione degli accordi di difesa, le autorità ivoriane accusavano la Francia di aver tardato ad intervenire.

Azione di Stati africani
Parallelamente, la Comunità Economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest (CEDEAO) propose un incontro ad Accra - capitale del Ghana - , a livello di capi di Stato o di governo, che si concluse il 3 ottobre a Bouaké, la città più importante della zona in rivolta, con la firma da parte dei ribelli dell’MPCI (Movimento patriottico della Costa d’Avorio) di un accordo che sanciva il cessate il fuoco, denominato poi Accra I.
Il 6 ottobre, paradossalmente, le forze armate francesi, che dovevano fare da tampone tra le due zone in guerra, lasciarono passare le forze FANCI (Forze armate nazionali della Costa d’Avorio) che tentarono di prendere Bouaké. La Francia decise quindi di agire senza mandato ONU in un Paese sovrano. Si pensava che la Francia stesse “ricolonizzando” la Costa d’Avorio, poiché i francesi sembravano essere guidati e motivati nell’agire solo dai loro interessi economici. Fu immediatamente visibile il calo di perdite delle imprese francesi sul territorio ivoriano.

Una seconda decolonizzazione?
Decisi a decolonizzarsi per la seconda volta, Gbagbo e i suoi sostenitori oltrepassarono la linea rossa, sottomettendo una richiesta di offerte internazionali per la costruzione di un terzo ponte sulla laguna di Abidjan, la cui realizzazione era stata promessa in precedenza ai francesi. A conferma della tesi sostenuta dagli ivoriani di un nuovo colonialismo da parte francese vi erano tutti gli investimenti in Costa d’Avorio: le telefonia era in mani francesi; il sistema bancario altrettanto; la distribuzione di carburante, la sola ferrovia che collega Abidjan alla capitale del Burkina Faso, Ouagadougou, erano di proprietà francese.
Una soluzione alla crisi ivoriana prettamente francese non aveva nessuna possibilità di buona riuscita. L’attitudine della Francia non era cambiata, di fatto, i differenti attori della politica francese non furono mai risoluti per ciò che riguarda una soluzione della crisi, ed è per questo che per molti anni la politica francese venne caratterizzata dalla reattività e dall’incostanza.

Gli accordi di Linas-Marcoussis e altri tentativi di mediazione.
Il 25 e il 26 gennaio 2003 la conferenza di pace, chiamata anche Conferenza di pace di rue Kléber, decise di optare per una coabitazione tra il Presidente Gbagbo e il Primo Ministro, Guillaume Soro, proveniente dalle file dei rivoltosi. Il governo venne ribattezzato “grande coalizione”. Le reazioni furono negative, cominciarono numerose manifestazioni anti francesi ed interetniche nel Paese.
Si aprirono negoziati finalizzati al ristabilimento della pace. Il luogo prescelto per i negoziati fu la banlieu parigina di Linas-Marcoussis. Il 15 gennaio tutti gli attori principali della crisi erano presenti, tranne Gbagbo. Il presidente ivoriano era rappresentato da Pascal Affi N’Guessan, uno dei personaggi più moderati di quel periodo. Gli accordi rappresentarono una tappa importante per il raggiungimento della pace: firmati dalle autorità ivoriane e dai ribelli del Nord, costituivano la base della riconciliazione nazionale, allo scopo di aiutare il governo di riconciliazione nazionale a ristabilire l’autorità dello Stato sull’insieme del paese, ma anche di offrire assistenza tecnica in preparazione alle elezioni. Tra i delegati c’erano l’ex Presidente Henri Konan Bédié, l’ex Primo ministro di Houphouët-Boigny, Alassane Ouattara, il Primo ministro in carica, Pascal Affi N’Guessan, e diversi membri eminenti di differenti élite politiche, ex ministri e leader di partiti.
A questi si aggiungeva Seydou Diarra, diventato Primo ministro “de consensus”, alla fine della Conferenza internazionale che concludeva la tavola rotonda. I delegati delle forze politiche ivoriane firmarono un documento in cui identificavano i problemi da trattare per ristabilire la fiducia e la sicurezza e uscire così dalla crisi. Soltanto alcune clausole rinviavano al conflitto armato passato. Si notò come tutte le radici dello scontro avessero uno stretto legame con la questione nazionale, ma soprattutto quello dell’autentica identità ivoriana.
Il documento di Marcoussis non rappresentò affatto una conclusione neutra che portava al raggiungimento della verità. Si trattava piuttosto di un testo che simboleggiava il rapporto tra le forze ed un compromesso tra i calcoli politici. Venne firmato, alla fine, un testo di compromesso il 24 gennaio.

Sentimenti anti-francesi
Dal 26 al 29 gennaio nella capitale ivoriana si susseguirono manifestazioni antifrancesi, gestite dai Giovani Patrioti, movimento di sostegno al Presidente Gbagbo. L’armata francese doveva garantire la sicurezza mantenendo una posizione discreta, ma le rivendicazioni dei ribelli e la risposta di Linas-Marcoussis sollevarono alcuni paradossi. Le rivendicazioni riguardavano piuttosto gli interessi degli stranieri e non quelli delle popolazioni del Nord, per le quali i ribelli affermavano di avere preso le armi.
Dopo la rielezione di Chirac in Francia ed il 22° vertice franco-africano del 2003, la Francia sembrò assumere di nuovo il ruolo di difensore del continente dimenticato. A metà dicembre, la situazione peggiorò in Costa d’Avorio, quando Gbagbo espresse l’intenzione di applicare gli accordi alla lettera. All’inizio, Gbagbo aveva minimizzato la portata degli accordi rifiutando l’attribuzione dei posti chiave a ministri usciti dalla ribellione, affermando di non voler affatto cedere le sue prerogative costituzionali, rischiando così di aprire una nuova guerra civile. Inoltre, un rifiuto brutale da parte del presidente ivoriano significava anche un rigetto nei confronti degli sforzi francesi. Dopo una serie di tergiversazioni, il Presidente ivoriano annunciò che avrebbe sottomesso a referendum popolare le disposizioni testuali.

Interviene l’ONU
Il 13 maggio 2003, il Consiglio di sicurezza dell’ONU votò la risoluzione 1479, che creava la Mission des Nations Unies en Côte d’Ivoire (MINUCI) e che aveva come mandato quello di agevolare l’applicazione degli accordi di pace, con una componente militare. Il 4 luglio 2003, la guerra in Costa d’Avorio si poteva considerare ufficialmente finita e la crisi politica era morta. Ciò nonostante, la presenza diplomatica e militare della Francia non sembrava affatto diminuire. Restava comunque da negoziare l’essenziale: il ritorno alla normalità.
Un anno dopo il colpo di Stato contro il Presidente Gbagbo, la popolazione della Costa d’Avorio era, tutto sommato, soddisfatta della pace che era stata imposta sotto la direzione della Francia. Con l’intervento francese, però, il Paese venne spaccato in due: la parte meridionale controllata dal governo e quella settentrionale nelle mani dei ribelli; in mezzo si trovavano i caschi blu dell’ONU e i soldati dell’operazione francese a fare da cuscinetto. In queste condizioni, la Francia giocava un ruolo determinante nella stabilizzazione e riteneva, dunque, opportuno e saggio il suo intervento sul territorio.

Complicazioni…

La situazione si complicò nel momento in cui l’uomo che si riteneva avere minacciato Gbagbo, sua moglie ed altri uomini del governo, venne liberato dopo solo tre settimane di detenzione. Il sergente Ibrahim Coulibaly, detto anche IB, venne sospettato di essere una delle menti del complotto che mirava a rovesciare il governo e ad assassinare il presidente.
Lo spirito di Marcoussis si rivelò con il tempo. Dopo avere pazientato dieci giorni nell’hotel Dakar, poiché i Giovani Patrioti impedivano agli aerei di atterrare ad Abidjan, Seydou Diarra venne investito del potere esecutivo, il 10 febbraio, dopo un’ingiunzione da parte dei capi di Stato africani (Accra II). Le decisioni finali portarono all’istituzione di una commissione nazionale dei diritti dell’uomo, una commissione internazionale di inchiesta sulle violazioni, sulla soppressione della carta di soggiorno che, tuttavia, restarono a lungo lettera morta. Venne istituito il programma DDR (disarmo, smobilitazione, reinserimento). Parallelamente alle buone intenzioni, il regime cominciò a riarmarsi, fornendosi dalla Russia e da Israele.
Il 27 febbraio 2004 Il Consiglio di sicurezza dell’ONU decise, attraverso la risoluzione 1528, di creare l’ONUCI, l’Opération des Nations Unies en Côte d’Ivoire, della durata di 12 mesi, a partire dal 4 aprile 2004.

Altri accordi
La comunità internazionale decise di intervenire ancora una volta, organizzando un mini vertice ad Accra, svoltosi tra il 30 e il 31 luglio 2004, che riunì tredici capi di Stato africani.
Alla fine dell’incontro, si giunse ad un accordo che stabiliva l’uso dei poteri costituzionali da parte del Presidente affinché si giungesse all’emendamento dell’articolo 35 della Costituzione ivoriana, nonché al disarmo dei ribelli e di tutte le formazioni paramilitari e le milizie che fossero nate prima del 15 settembre (accordi di “Accra III”). Gli accordi prevedevano il riconoscimento dei pieni poteri al Presidente eletto e nello stesso tempo si chiedeva di accettare la designazione, suggerita dalla Francia, del primo ministro, Seydou Diarra, che avrebbe goduto di alcune prerogative precedentemente riservate al Presidente.
Diarra appariva come l’uomo della Francia, adatto per far applicare gli accordi di Marcoussis. Si stabilì alla data del 15 ottobre 2004 il giorno del disarmo. Ancora una volta fu una falsa promessa. Il 12 ottobre tutti gli attori della crisi, tranne Soro, si riunirono a Yamoussoukro. Verso la fine di ottobre cominciarono violenze nei confronti dei francesi presenti sul territorio da parte dei patrioti e dei gendarmi ivoriani. Fu battezzata operazione Dignité.

Altra violenza

La violenza culminò tra il 3 e il 4 novembre 2004, con la rottura del cessate il fuoco da parte degli ex ribelli del Nord. Dal 6 novembre in poi si costituirono gruppi di patrioti, che molto giovani e sensibili al tema del colonialismo, distrussero cinque strutture scolastiche francesi. Durante la notte del 7 novembre, Abidjan divenne il campo di una vera e propria guerriglia urbana. Queste violenze antifrancesi durarono tre giorni; cominciò il piano di evacuazione dei residenti francesi. Diverse erano le ipotesi: si pensava, tra l’altro, a un colpo di Stato orchestrato dalla Francia, tendente alla destituzione di Gbagbo. Messi in allerta dalla televisione, migliaia di cittadini ivoriani circondarono le truppe francesi.
Un poliziotto ivoriano venne colpito e la televisione di Abidjan diffuse le immagini di persone decapitate, gente picchiata e maltrattata, mentre da parte francese, si continuava a difendere la tesi dell’attacco ivoriano. Al contrario, le autorità di Abidjan parlavano di una carneficina e accusavano i soldati francesi di avere massacrato diversi patrioti.

Versioni contrastanti

I francesi colpirono successivamente il palazzo presidenziale, occupando le strade della capitale con decine di mezzi blindati e spararono sulla folla scesa in piazza a manifestare, in sostegno del presidente ivoriano, il 9 novembre. La capitale ivoriana parlò di almeno sette morti in seguito alla sparatoria, mentre Parigi diffondeva la notizia di un “bilancio ipotetico di due morti”. Secondo la Radio Nazionale Ivoriana, erano 62 i morti ed oltre mille i feriti. La Costa d’Avorio accusò apertamente la Francia di voler opporsi al Presidente ivoriano, poiché questi era considerato un eventuale pericolo e metteva a rischio gli interessi francesi, cercando di cooperare con altri partner internazionali. Le immagini degli scontri tra i soldati bianchi e i manifestanti neri di un paese africano nel 2004, fecero il giro di tutto il mondo, provocando le reazioni della comunità internazionale.

La fine del ruolo della Francia in Costa d’Avorio?
Il 15 novembre la comunità internazionale reagì attraverso una risoluzione Onu che stabilì l’embargo sugli armamenti in Costa d’Avorio.
I rapporti tra Parigi ed Abidjan furono ridotti al minimo; i rispettivi Presidenti non avevano più nessun contatto tra di loro. A febbraio 2005 il Consiglio di sicurezza dell’Unione Africana autorizzò l’utilizzo dell’ONUCI e delle forze Licorne per sorvegliare l’applicazione dell’embargo. Il 6 aprile 2005 venne firmato un accordo a Pretoria sul processo di pace in Costa d’Avorio, che decretava la cessazione immediata e definitiva di tutte le ostilità. La missione delle forze dell’ONU e dell’operazione Licorne venne estesa fino al 24 gennaio 2006. Si giunse agli accordi di Pretoria II, il 29 giugno, che prevedevano lo smantellamento delle milizie presenti sul territorio entro il 20 agosto 2005 e l’istituzione di una Commissione Elettorale Indipendente (CEI), che avrebbe garantito elezioni libere e trasparenti.
Venne eletto, il 4 dicembre, come primo ministro Charles Konnan Banny.
Il 28 febbraio 2006 al vertice di Yamoussoukro si riunirono Banny, Bédié, Gbagbo, Soro e Ouattara, il primo incontro dopo il 19 settembre 2002. Il 1 novembre 2006 l’Onu stabilì le elezioni alla data del 31 ottobre 2007. Gbagbo annunciò poco dopo il non rispetto della risoluzione proponendo un piano alternativo, con Soro come primo ministro. Il 4 marzo 2007 si firmarono gli accordi di pace di Ouagadougou (APO) tra Soro e Gbagbo, sul disarmo, sulla riunificazione del territorio e sulle nuove elezioni.
Non si faceva riferimento al ritiro delle truppe dell’Onu, infatti fino al 15 gennaio 2008 vennero estesi i mandati delle missioni. Il 6 aprile venne costituito il nuovo Governo ivoriano. La coalizione di governo era formata da sostenitori del presidente Gbagbo e guidata da Soro. Il processo di disarmo dei membri delle Forze Nuove e la creazione di un esercito integrato non venne mai completato.

Cammino tortuoso verso le elezioni
Le elezioni successive vennero stabilite al 30 novembre 2008. Dal 2005 in poi, le consultazioni sono state rimandate di anno in anno, con l’avallo dell’Onu. A giustificare i rinvii c’erano la lentezza e le difficoltà incontrate durante l’identificazione degli elettori, il disarmo degli ex ribelli e il loro reintegro nell’esercito. Per il quarto anno consecutivo, Gbagbo vide prolungato d’ufficio il suo mandato. Il 31 ottobre 2010 si sono svolte le elezioni presidenziali: tra i candidati vi erano Ouattara e Gbagbo, che ottennero rispettivamente il 32,08% e il 38,02%. Il 28 novembre si è svolto il ballottaggio, al termine del quale Ouattara ha annunciato la sua vittoria con il 54,10% dei voti. Gbagbo, contestando il risultato, non ha lasciato la Presidenza nonostante le innumerevoli pressioni provenienti anche dall’estero. Con il fallimento di tutte le trattative diplomatiche si sono svolti scontri sanguinosi tra le fazioni opposte in tutto il paese. Grazie all’intervento delle truppe francesi, l’11 aprile 2011 Gbagbo, accusato di crimini contro l’umanità, viene arrestato e Ouattara diventa il nuovo Presidente.
Si stima che nella lotta per il potere siano morte circa 3.000 persone e più di un milione siano fuggite dal paese. Questi mesi di conflitto hanno piegato l’economia del principale produttore di cacao al mondo, le banche hanno chiuso ed i negozi sono stati saccheggiati. Ouattara si appella all’unità nazionale, promettendo di fare ripartire l’economia, si definisce houphouettista, cercando di conquistare gli ivoriani sulla base della nostalgia per il primo presidente (Félix Houphouët-Boigny). Ouattara ha pienamente recuperato il rapporto con la Francia, guadagnandosi l’etichetta spregiativa di “candidato dell’estero” dal contendente Gbagbo.

Sembra riduttivo e semplicistico sostenere che la guerra che ha scosso la Costa d’Avorio dal 2002 fosse una guerra unicamente etnica, economica, religiosa o per il raggiungimento del potere. I problemi del passato non possono risolversi dall’oggi al domani. Di certo, la soluzione non sta nello scegliere il migliore rappresentante della Costa d’Avorio, ma nel prendere in conto l’interesse generale per permettere di evitare situazioni catastrofiche.
Gli ivoriani attendono ancora una sorta di miracolo, ma più che di un miracolo, la Costa d’Avorio avrebbe bisogno di un nuovo personaggio politico, capace di prendere in mano la situazione e di risollevare le sorti del paese.

Vincenza Castaldi

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