Nigeria Dove i musulmani non si riconoscono in Boko Haram

In questo numero speciale, dedicato ai luoghi della missione, abbiamo deciso di tornare in Nigeria, dove nel numero 115 avevamo lasciato il nuovo vescovo di Kontagora. Come lui ci raccontava infatti, la Nigeria è un paese enorme, molto esteso in termini geografici, e soprattutto molto vario per quanto riguarda il panorama umano, le sue culture, i suoi modi di vivere e i suoi credo religiosi. Essere missionario in un paese come questo dunque può essere molto vario. Ci sono realtà rurali, soprattutto al nord, nelle quali il messaggio evangelico non è ancora arrivato, e realtà cittadine, soprattutto negli stati del sud, dove invece la Chiesa cattolica è molto forte e dove lavorare con laici entusiasti e saldi nella fede è cosa ormai radicata. In questo nostro viaggio nigeriano vogliamo dunque presentarvi le due facce di questa particolarissima medaglia posta quasi al centro dell’africa Subsahariana e lo facciamo presentandovi le esperienze di due confratelli della SMA internazionale, padre Narcisse Seka Ougu e padre Francis Rozario, che lavorano in due zone molto diverse e ai quali abbiamo chiesto di rispondere alle medesime domande.

nigerParlateci un po’ di voi... chi siete? Da quanto tempo siete SMA? E da quanto siete in Nigeria?

p. Narcisse: Beh, io sono padre Narcisse, sono ivoriano e mi trovo in Nigeria da 14 anni. Prima ho studiato teologia per 3 anni ad Ibadan, nel Sud, poi, dopo l’ordinazione sono stato mandato per 4 anni nelle zone rurali del distretto di Bauchi e infine, da 5 anni, sono qui ad Abuja, la capitale del paese, e mi occupo delle zone rurali limitrofe alla periferia cittadina.
p. Rozario: Io invece mi chiamo Rozario, sono indiano e sono stato ordinato SMA nel 2003. Dal 2003 al 2006 ho lavorato in una missione rurale nel vicariato di Kontagora qui in Nigeria. Dal 2006 al 2010 sono stato a Roma per perfezionare i miei studi e dal 2010 insegno Sacra Scrittura qui al seminario di Ibadan.

Si sa che in Nigeria da qualche tempo la situazione per i cristiani è molto delicata. Come va nelle vostre missioni? Lo sentite quest’odio contro la Chiesa?
p.Narcisse: In effetti ad Abuja siamo tutti un po’ spaventati perché in realtà non si capisce niente. Non si capisce chi è contro chi e nell’aria si respira un clima diffuso di diffidenza e di sospetto. La settimana scorsa nella nostra parrocchia, ad esempio, si sono presentati due agenti dell’Intelligence che ci hanno detto di stare molto attenti perché ci sono state minacce di attentati anche nella nostra zona e ci hanno invitato a non far entrare auto alla missione per nessun motivo. Noi ci siamo adeguati e in effetti abbiamo chiuso i cancelli. Che cos’altro potevamo fare? La situazione è davvero molto tesa, tra cristiani e musulmani, ma anche gli altri hanno paura, perché i fondamentalisti hanno iniziato ad attaccare praticamente chiunque e inoltre si ha l’impressione che qualcuno usi questo clima teso per regolare vecchi rancori che nulla hanno a che fare con la religione. I vicini temono i vicini e nessuno si fida più di nessuno.
p. Rozario: Fortunatamente a Ibadan, che si trova nel sud del paese, il clima è molto meno teso. Il seminario si trova in una zona praticamente tutta cristiana, dunque ci si sente tutti più al sicuro, non so come dire...
narcisse
Qual è l’influenza dei fondamentalisti di Boko Haram nella vostra area? Quale la reazione della comunità cattolica nei loro confronti?
p. Narcisse: Prima di tutto credo che si debba chiarire chi sono quelli di Boko Haram, perché di fatto essi vengono presentati come una setta fondamentalista islamica, ma in realtà si tratta solo di un gruppo di giovani analfabeti e disperati al soldo dei politici, che compiono azioni sconsiderate al solo scopo di destabilizzare il paese. È vero che rivendicano un’appartenenza islamica e un legame con l’organizzazione africana di Al Quaeda, ma se guardiamo a quello che stanno facendo in Nigeria, è evidente che le cose non sono proprio così chiare. All’inizio sì, se la sono presa con la Chiesa cattolica e con i cristiani di altre confessioni, ma ultimamente se ci fate caso, attaccano anche gli edifici delle Nazioni Unite e governativi e in più di un’occasione hanno fatto strage anche dei loro fratelli musulmani...
p. Rozario: Concordo in pieno con Narcisse. Purtroppo la politica nigeriana, come spesso accade, è fatta in larga parte da persone estremamente ricche, corrotte e corruttibili, che per i propri interessi sono pronte a pagare persone disposte a tutto per guadagnare qualche soldo per sé e per le proprie famiglie. Boko Haram è un gruppo di matrice islamica, ma che è costituito da persone che non sanno esattamente quello che fanno, e che si fanno usare, manipolare da questi politici, i cui nomi per fortuna stanno uscendo... andate a vedere gli articoli riportati sul sito di sahareporters sulla Nigeria e vedrete (www.saharaporters.com)! Il problema è che si tratta di persone ad oggi intoccabili, ma spero che arrivi un giorno in cui potranno essere processati e il paese potrà tornare alla pace. Oggi Boko Haram si è incattivita perché di fatto, ottenuto il risultato che volevano alle ultime elezioni, i politici che prima pagavano profumatamente i capi dell’organizzazione si sono tirati indietro e adesso loro si sentono traditi. Si stanno giocando il tutto per tutto. Hanno imparato come destabilizzare il paese, continuano a farlo e continueranno finché non saranno “ricompensati” adeguatamente per il lavoro che hanno svolto fino ad oggi e per le perdite che hanno subito. Non è un caso che il 16 settembre 2011 il presidente Obasanjo abbia incontrato i capi di Boko Haram per chiedere scusa degli attacchi fatti nelle loro zone e che Human Rights Watch il mese scorso abbia condannato il governo nigeriano per azioni contro i diritti umani nelle regioni del nord e nei villaggi di Boko Haram, dove ad esempio sono stati fatti rastrellamenti e sono state portate in carcere persone innocenti esclusivamente sulla base di sospetti indiziari. Come al solito, in questi casi la ragione non sta mai tutta da una parte sola...
p. Narcisse: P. Rozario ha ragione, infatti ormai Boko Haram attacca anche i musulmani. Ultimamente hanno fatto un attentato anche allo Sheik di Meduguri. La reazione dei cristiani di Abuja nei loro confronti è ben espressa dalle dichiarazioni dell’arcivescovo, che ha invitato tutti a vivere questa situazione come un’occasione per avvicinarci di più ai nostri fratelli musulmani, anch’essi vittime in questa situazione. L’Arcivescovo ha ricordato che nell’attacco alla chiesa di Santa Teresa del Natale scorso, uno degli agenti di guardia rimasto ucciso nell’attentato era un musulmano e questo ci unisce nella disgrazia. Anche noi, nel nostro piccolo, facciamo quello che possiamo, e proprio qualche giorno fa siamo stati a visitare l’imam della moschea vicina, con i quali stiamo cercando di instaurare relazioni di buon vicinato e reciproco sostegno.
p. Rozario: Sono d’accordo con p. Narcisse. Bisogna lavorare dal basso, giorno per giorno, nelle scelte di vicinanza del quotidiano. Bisogna arrivare a cambiare mentalità e capire per davvero che i musulmani sono nostri fratelli e che non hanno niente a che vedere con i fondamentalismi, o peggio, con la mala politica di bandiera.

Considerando la vostra esperienza, che cosa ha aiutato, o che cosa potrebbe aiutare nel migliorare i rapporti tra cristiani e musulmani nelle vostre aree? Credete che i padri missionari abbiano un ruolo specifico in questo processo?

p. Narcisse: In una parola l’unica cosa che può aiutare in questo è una relazione diretta, con i nostri vicini e fratelli musulmani nel quotidiano. Solo la vicinanza reale e non intellettuale aiuta a cambiare le cose e la mentalità della gente. Un esempio. Ieri sono stato al matrimonio di un musulmano, fratello di un cristiano della mia parrocchia, che mi ha raccontato la sua storia. Lui è l’unico cristiano della sua famiglia e sapete perché si è fatto battezzare? Perché da piccolo aveva paura delle percosse nella “madrasa”, la scuola coranica della moschea vicina, e si sentiva attratto dal clima tranquillo della scuola cristiana. Si è avvicinato così a noi e oggi è un fedele modello, un cristiano in una famiglia musulmana, tollerante e aperta, un esempio perfetto di convivenza.
p. Rozario: Secondo me la Chiesa dovrebbe agire su due livelli. Da un lato i vescovi nigeriani, che conoscono bene la situazione politica essendo ormai in molti casi vicini ai 60 anni ed essendo diventati vescovi da giovani a 30, 35 anni, dovrebbero occuparsi di fare pressione sulle forze internazionali, affinché i politici corrotti e coinvolti in questa storia di sangue vengano processati e si arrivi ad una politica più pulita e davvero democratica nel paese. Dall’altro lato invece i missionari devono assumere il ruolo neutro di chi porta tra la gente di strada il messaggio del Vangelo. Devono essere ambasciatori di pace e nel concreto lavorare ad esempio alla creazione di progetti comuni tra cristiani e musulmani, proporre corsi di formazione o attività di volontariato che vedano insieme gruppi di laici delle due appartenenze religiose. Solo così, lavorando dal basso, si può arrivare a superare la diffidenza reciproca.

Per tradizione i padri SMA hanno sempre lavorato nelle zone rurali, dedicandosi principalmente alla prima evangelizzazione. Oggi però molti di loro si trovano nelle periferie delle grandi città. Voi che cosa ne pensate?

p. Narcisse: Rifacendomi alla situazione della Nigeria, io credo che la prima evangelizzazione debba restare una priorità per i missionari SMA, in linea con le idee del nostro fondatore Mons. De Brésillac. Qui infatti, soprattutto al nord, in vicariati come quello di Kontagora ad esempio, ci sono ancora molte zone in cui il Vangelo non è ancora arrivato e dove un solo prete si deve occupare di più di 100 villaggi, che riesce a visitare solo una volta l’anno. Resta vero però che oggi non si può fingere di non sapere che anche le zone periferiche delle grandi città hanno bisogno di una presenza missionaria come quella della SMA, che ha il dovere di andare incontro agli ultimi, il dovere di accudire le nuove povertà e di restituire dignità alla gente. Allo stesso tempo in città i missionari devono svolgere anche un ruolo diverso, di animazione, di monito nei confronti dei cristiani locali che hanno possibilità economiche e che oggi potrebbero prendersi cura da soli dei bisogni delle proprie parrocchie e dei poveri lì residenti, senza aspettare sempre i fondi che arrivano dall’Europa come se fossero loro dovuti.
p. Rozario: Anch’io credo che, almeno per un’altra generazione, dunque per i prossimi 20 anni, ci sia ancora bisogno in Nigeria di missionari che si dedichino alla prima evangelizzazione nelle zone rurali. Al nord le comunità cristiane sono ancora molto giovani e anche il clero locale è appena nato ed ha bisogno del sostegno dei missionari che hanno più esperienza, almeno in questi primi anni in cui si deve consolidare. Dunque la SMA non può ancora ritenere di aver finito il suo lavoro qui da noi. Per quanto riguarda le città, e soprattutto quelle del sud del paese, credo invece che si debba passare ad una nuova fase, a parrocchie in cui ci siano più preti di quelli strettamente necessari, di modo che ci si possa dedicare davvero all’animazione. Ho come modello la missione di Port-Bouet nella Costa d’Avorio degli anni 90’, in cui è nata Radio Espoir, oggi la maggiore emittente cattolica del paese, e dove la Caritas è stata seguita così bene da diventare la prima della Costa d’Avorio. Credo che la parola chiave nelle città oggi debba essere team-work, lavoro di gruppo. Ci vuole un gruppo unito, di larghe vedute, capace di stimolare i laici a interessarsi e a collaborare con la parrocchia per alleviare i mali fisici e morali dei quartieri più degradati. Per questo, guardo con grande favore e interesse alle esperienze di Lione e di Genova, dei nostri padri al servizio degli immigrati e degli sbandati di ogni appartenenza etnica o religiosa.

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