Un giovane missionario dalle mille esperienze

lorenzoA TU PER TU CON PADRE LORENZO

Caro Lorenzo, come stai? Da pochissimo sei rientrato in Italia... ti sei già ambientato nella tua nuova squadra a Feriole?
Ciao a tutti. Ormai sono in Italia da più di quattro mesi e da settembre sono a Feriole, nella nostra comunità di animazione missionaria. Ho già iniziato anche a visitare i seminari del Piemonte e della Liguria, collaborando con Missio, l’organismo della CEI che si occupa dell’animazione missionaria e della cooperazione tra chiese.
Qui a Feriole c’è una comunità vivace e accogliente, e, come dite voi, si lavora in squadra, tra Padri SMA, Suore NSA e Laici. Il capitano è P. Toni ma l’allenatore è lo Spirito Santo. La prima testimonianza credibile la diamo con la vita comunitaria. Tutti gli amici che passano per la casa ce lo fanno notare. Lavoriamo a servizio della diocesi per l’animazione missionaria, in collaborazione con il Centro Missionario di Padova e siamo ben inseriti nel nostro vicariato di Teolo. In questo tempo di grandi cambiamenti anche noi siamo alla ricerca, in discernimento per riuscire a rendere la nostra presenza più profetica, aperta e provocante, povera e vicina ai poveri. Intanto tra qualche settimana P. Giuseppe Brusegan riparte per l’Africa a 70 anni suonati.

Sei il padre SMA più giovane tra gli italiani, eppure hai già avuto diverse esperienze, anche molto impegnative: sei stato in un quartiere estremamente popolare e popoloso di una grande città come Adjamé (ad Abidjan), nella zona rurale di Doba, con le sfide che comportava l’apertura di una missione nuova e adesso sei in Italia... che cosa ci dici del tuo essere missionario in tutti questi luoghi così diversi?
Sono convinto che la prima terra di missione sia il nostro cuore. È anche la più difficile e quella che ci dà meno soddisfazioni. Il cuore è il centro della vita, dei sentimenti e, secondo la Bibbia, della ragione. Nel nostro cuore incontriamo il Signore, che abita in noi; in questo cuore facciamo posto per le relazioni, per incontrare l’altro. Brésillac sognava di essere missionario dal profondo del cuore. Un missionario ‘tutto d’un pezzo’, senza distrazioni, concentrato ed unificato dalla missione di accogliere, discernere, annunciare, promuovere e costruire il Regno di Dio, disposto a vivere e a morire al servizio del Signore. Ancora lui ci ricorda che non basta vivere in missione per essere missionari.
Io ho vissuto due anni ad Abidjan (2004-2006) con P. Giovanni Benetti e sei anni a San Pedro e Doba con P. Martino. Abbiamo cercato di parlare il linguaggio della semplicità, della verità e dell’amore. Incontrando gli uomini, riconoscendo Gesù presente nel fratello, nel giovane e nei bambini di strada, negli anziani che portano negli occhi i segreti e le contraddizioni della vita, nei catecumeni che vogliono conoscerlo, nei cuori di chi cerca la pace o soffre la guerra e l’ingiustizia, di chi si sente preso in giro dal neo-colonialismo francese. Parlando o scrivendo di questi luoghi io non penso a luoghi esotici e lontani, al ‘sud del mondo’ (anche se ora sono fisicamente dall’altra parte di quel muro di acque e centri di detenzione che protegge l’Europa), penso a ciò che chiamiamo familiarmente ‘casa’. Questi paesi sono diventati casa mia. Gesù ne ha promesse un centinaio a chi lascia la propria... case abitate da fratelli, sorelle, madri. Così ripenso ad Adjamè, a San Pedro, a Doba, come penso a Villa di Chiavenna, il mio paese di origine. Penso ai fratelli che faticano per vivere, che hanno subito l’onda d’urto della guerra civile, spesso messi ai margini come nei quartieri più nascosti di Abidjan o nelle baracche di San Pedro, fratelli e sorelle che lavorano con coraggio e determinazione per guadagnarsi il pane e la dignità nelle piantagioni di cacao di Doba, madri che piangono i loro figli, senza smettere di credere alla vita, che subiscono ogni violenza, ma che continuano a portare il peso della famiglia e della speranza. Contraddizioni ed ipocrisie, privilegi e corruzione, ma ‘a coloro che lo hanno accolto ha dato la possibilità di diventare figli di Dio (Gv 1,12)’. La missione parte dalla consapevolezza che questo annuncio che ci rivela il volto di Dio è per tutti. Tutti hanno il diritto di sentirsi figli.

Ora che sei in Italia, come vedi la tua “missione” ad gentes? Come vedi l’idea di avvicinare gli stranieri immigrati nelle nostre città? L’Italia di oggi, con la sua pluralità di presenze diverse, può essere considerata uno dei nuovi luoghi della missione?

Noi siamo in Italia per l’animazione missionaria, cioè per ricordare che tutta la Chiesa esiste per la missione, per annunciare il Vangelo e comunicare Cristo; per proporre la vocazione missionaria e suscitare la collaborazione tra chiese.
Negli ultimi anni il contesto italiano è molto cambiato. Le nostre città sono molto più ricche di popoli: circa il 10% della popolazione non è di origine italiana; per la maggior parte si tratta di cristiani ortodossi e cattolici e poi c’è almeno un milione di musulmani. In alcuni contesti abbiamo perso le nostre radici cristiane: tanti italiani conoscono il Cristo e la sua chiesa solo per sentito dire, forse anche grazie agli scandali vaticani. In Italia oggi ci sono molti contesti di prima evangelizzazione. Sono sempre attualissimi quelli indicati da Giovanni Paolo II nella Redemptoris Missio (1992) come nuovi areopaghi: il mondo dei giovani, della comunicazione, della cultura ecc.
Noi possiamo avere un ruolo importante per lottare contro il pregiudizio etnicista che pervade il sentire comune di tanti italiani, per cui si vorrebbero far cadere sugli immigrati tutti i mali del sistema Italia. Secondo me la conoscenza e la prossimità con il mondo dell’immigrazione sono molto importanti. Talmente importanti che non possono rimanere il progetto di qualche battitore libero.
Certo, c’è la strada di un impegno diretto, della condivisione per comunicare ,da poveri, ai poveri l’amore di Dio e leggere la presenza del Signore nelle pieghe della storia. Io credo che la missione più importante sia quella di aiutare i cristiani, le nostre comunità cristiane (o che si dicono tali) ad essere missionarie, aperte. Lievito e sale. Il Signore ci benedica.

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