Assemblee in cammino, Missionari del futuro: dove?

Nel numero scorso avevamo cominciato a riflettere sui grandi temi che riempiranno l’agenda delle grandi assemblee generali di aprile provando ad immaginare i possibili nuovi MODI di impegnarsi nella missione ad gentes nel futuro. Partivamo infatti dalla convinzione che, in un mondo sempre più globalizzato, in cui ormai il Vangelo ha raggiunto anche gli angoli più sperduti delle terre emerse e in cui in determinate circostanze, considerare la “prima evangelizzazione” come unica finalità del buon missionario, oggi rischia di lasciare in bocca un sapore un po’ stantìo.
È vero che il carisma della SMA è sempre stato quello di andare verso chi ancora non conosce il messaggio del Signore Gesù e di divulgare la Buona Novella, tanto con le parole, quanto con l’entusiasmo di una vita spesa per Lui, quanto infine con le scelte del quotidiano, e siamo certi che questa continuerà ad essere una priorità per i nostri missionari, ma è innegabile che la modificazione del contesto richiede anche un cambiamento dei tempi, dei MODI e, elemento di cui ci occuperemo in particolare in questo numero, anche dei LUOGHI nei quali fare missione.


I precedenti nelle discussioni...

Non è la prima volta che la SMA si interroga su quale sia, oggi, il LUOGO in cui essa deve sentirsi chiamata a svolgere la sua missione. Da un lato, mentre ai tempi del fondatore, Mons. De Brésillac, lo zelo missionario chiamava moltissimi giovani a partire dall’Europa per spingersi in paesi lontani, di cui spesso non conoscevano null’altro che il nome e il fatto, ahimè, che la maggior parte di quelli che li avevano preceduti erano caduti, come fiori delicati, pochi mesi dopo aver messo piede nella terra tanto desiderata della missione, oggi le vocazioni, non solo missionarie, in occidente in generale, scarseggiano e inoltre si può ormai dire che uno degli obiettivi primari di Brésillac, ovvero quello di formare un clero locale solido e degno di rispetto, in molti paesi è stato raggiunto; tant’è vero che anche nelle nostre parrocchie si cominciano a vedere sacerdoti di colore venuti in Italia magari per studio, che danno una mano ai preti anziani delle nostre parrocchie. Infine stiamo assistendo allo stesso tempo a due fenomeni piuttosto inquietanti: l’allontanamento progressivo dei cattolici occidentali dalla Chiesa e l’arrivo sul territorio di immigrati cattolici che sentono invece molto forte il bisogno di una spiritualità cristiana che li faccia sentire veramente accolti e parte di una famiglia fondata sull’amore del Vangelo.
Tutti questi elementi erano già stati considerati durante l’Assemblea provinciale SMA del 2007, che si era espressa prendendo la seguente decisione per venire incontro ai nuovi bisogni che si andavano creando nelle varie tappe dalla nuova diaspora africana:
“di impegnarsi in primo luogo per gli africani in Europa, in collaborazione con diversi partner locali” (Sfida nr 2).

Modalità di intervento.
Come ci dice, senza peli sulla lingua, padre Louis Genevaux, SMA francese tra i primi a raccogliere la sfida lanciata dall’Assemblea del 2007 e a battere la nuova strada suggerita dall’esito della discussione:
“la messa in opera di quell’obiettivo è stata indubbiamente laboriosa, perché dovevamo scegliere tra due possibilità di inserimento: la prima sarebbe stata quella di vivere in un appartamento in una periferia cittadina e inserirci nel mondo degli immigrati proponendo un’attività sociale o associativa, mentre la seconda quella di vivere in team all’interno di una parrocchia periferica con un alto tasso di popolazione immigrata e contattare gli immigrati partendo dalle relazioni costruite nel servizio parrocchiale. Alla fine noi abbiamo scelto questo secondo percorso”... e chi ha pazienza può leggere nel box con quali risultati.
Come sappiamo, la SMA italiana ha invece scelto il primo tipo di approccio, fondando la prima missione nel centro storico di Genova, avviata da padre Mauro Armanino, oggi in Niger, e portata avanti poi, con estrema cura e con un’energia sorprendente da padre Gerardo Bottarlini: per aiutare noi a comprendere le nuove sfide che affrontano quotidianamente i nostri amici missionari, e i loro confratelli a meditare sul problema che sarà di nuovo sollevato, probabilmente con maggior urgenza durante le Assemblee generali, essi in queste pagine ci racconteranno le loro esperienze.

mauroPadre Mauro Armanino, Niamey
La storia si fa coi piedi, ovvero una missione migrante.

Eppure i liguri, ed io tra questi, conoscono bene il senso del radicarsi. Amano la loro terra e le radici delle vigna e degli olivi, in una regione che, prima dell’avvento del turismo, era sospesa tra le colline e il mare. Eppure ci sono stati molti liguri che migravano altrove, specie attraverso il mare che li portava alle Americhe.
Anche buona parte dei missionari del Nord Italia partivano da Genova, e tra questi i primi padri SMA. Poi è arrivato l’aereo a rendere le comunicazioni più agevoli, rapide e forse anche più effimere. All’inizio si partiva per non tornare oppure per tornare raramente. Il saluto al molo era spesso un addio alla terra madre. Ora si torna e si riparte secondo le stagioni della vita.
La storia del mondo e della missione è una storia migrante. Si fa coi piedi e si incarna nei paesaggi che i piedi camminano. L’Africa dei più abbandonati è stata la scelta dello spirito del tempo ecclesiale dell’epoca, della quale il vescovo Brésillac era testimone appassionato. L’Africa degli abbandonati è ormai un’Africa Migrante che cammina nel tempo e nello spazio. Verso le Americhe in catene ad opera degli Occidentali e verso l’Asia e il Medio Oriente ad opera dei Musulmani. E poi sono iniziate le altre migrazioni. Scelte, informali, clandestine e disperate. Perfino nell’Impero di Mezzo, la Cina, vede crescere la presenza di africani. E allora la missione non può che diventare ciò che è stata fin dagli inizi della storia cristiana. Imprevedibilmente migrante.

p  gerardo a tabouPadre Gerardo Bottarlini
Cronache dal Centro storico di Genova

Certamente che è l’Africa il campo in cui il Fondatore Mons. De Brésillac ci ha spinti a lavorare con entusiasmo e gioia per annunciare il Vangelo. Abbiamo ascoltato il suo messaggio e lì abbiamo incontrato uomini e donne che hanno accolto e valorizzato la Parola di Dio, tanto da creare dal nulla delle comunità viventi e dinamiche che oggi possiamo chiamare vere chiese, diocesi con i loro pastori. Che dire dei tanti laici impegnati su tanti fronti di una fede operosa!
In tanti ce ne danno merito, ma noi sappiamo che Dio ha lavorato con noi.
Ora molti, per tante cause, hanno lasciato la loro terra per cercare libertà, pace, lavoro, dignità di vita e si sono riversati nelle nostre città. Qualcuno ha trovato quello che cercava, ma la maggior parte vaga nelle varie strade delle periferie cittadine sostenuta solo dalla poca ed insufficiente carità dei buoni. Spesso sono famiglie intere che fanno tanta pena, specialmente in questo tempo di freddo.
Anche chi era riuscito a trovare lavoro in questi giorni lo sta perdendo, con conseguenze gravi per l’affitto, il vitto e la salute.
Molti hanno anche perso la fede che avevano con fatica trovato in Africa.
Oggi il missionario troverà qui sulle nostre strade la Missione per cui ha dato la sua vita, ridando dignità a molti che l’hanno venduta per un piatto di lenticchie amare.
Anche qui bisogna lavorare per creare solidarietà, dignità, rinforzare la Fede che pure ha perso la sua attrattiva in un mondo che ha dimenticato Dio. Non tutto è negativo, perché colui che sta unito ai suoi diventa testimone autentico anche nel nostro mondo.
Dal carcere di Marassi, ai vicoli del centro storico, alle case famiglia c’è tanto lavoro per il missionario. Bisogna dire che il ventaglio delle categorie di persone si allarga al mondo che vuol essere di Cristo.
Sono persone che per tanti motivi si rivolgono a noi, sapendo della sensibilità umana e spirituale di cui ci ha fatto dono la Missione.

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