Il missionario del futuro

leopoldoIl periodo di Natale, che coincide con la fine dell’anno, diventa spesso un tempo di bilanci, di valutazioni di ciò che si è fatto e di buoni propositi per il futuro. Tanto più questo succede, quando in corrispondenza del nuovo anno, siamo chiamati ad intraprendere un’esperienza nuova, proprio come sta facendo il nostro padre Leopoldo Molena, da pochi mesi rientrato dal Togo, che ha accettato di condividere con noi alcune riflessioni sulla sua esperienza appena conclusa in Africa e su quello che si aspetta per il futuro, suo e, più in generale, quello della SMA e della missione ad gentes...

Caro padre Leopoldo, come stai? Sappiamo che sei appena rientrato dal Benin dove sei stato formatore per molti anni... com’è stata la tua esperienza?

La fine del mio mandato nella formazione dei nostri seminaristi, prima come padre Spirituale in Nigeria (3 anni) e poi come superiore dell’Anno di Spiritualità in Benin (6 anni), ha coinciso con una tappa importante della mia vita: 25 anni di sacerdozio che ho celebrato a Calavi il 10 giugno del 2011. Poi ancora qualche mese di servizio a Calavi per terminare il mio mandato ed ora eccomi qui in Italia per trascorrere un anno sabbatico. Le idee e i progetti erano tanti, ma poi alla fine ho deciso di trascorrere questo anno in famiglia. Ho pensato fosse importante ritrovare e rinsaldare i legami familiari, darmi il tempo per una revisione della mia salute e soprattutto trovare lo spazio per rinnovare la mente e il cuore. Per questo mi sono iscritto come uditore al 2° anno di Licenza di Teologia Spirituale all’Istituto Teologico S. Antonio di Padova. Vorrei, con questa esperienza, poter rileggere ciò che ho vissuto in questi anni sia in Africa che in Italia e poter aprire dentro di me spazi nuovi al soffio dello Spirito.

Il tema generale di questo numero di SMANotizie sono i luoghi della missione. In un mondo che sta cambiando così velocemente come vedi il ruolo del missionario?

È vero che l’Africa non è più “solo” il luogo della prima evangelizzazione, tuttavia mi sembra di poter dire almeno tre cose:
Anzitutto in Africa sono ancora molte le zone geografiche ed umane di prima evangelizzazione che costituiscono l’ambiente primario dove si inserisce il nostro carisma. Quindi la missione non può certo dirsi finita.
In secondo luogo si può parlare, anche in Africa, di seconda o nuova evangelizzazione di fronte ad un cristianesimo che fatica ancora a trovare la propria identità. Diversi sono i problemi con cui la Chiesa e l’evagelizzazione devono confrontarsi e che non sono ancora del tutto risolti: l’inculturazione del Vangelo nelle società tradizionali e nuove, la doppia identità, il confronto con un sincretismo sempre più diffuso e voluto da certi poteri istituzionali politici ed economici, il dialogo con le religioni e soprattutto con l’Islam…
In terzo luogo il mondo oggi cambia così velocemente che diventa sempre più difficile fare progetti a lungo termine, anche in ordine alla prima evangelizzazione. Sempre più mi sembra importante imparare a lavorare insieme, a fare progetti a breve termine e a saper lavorare in sincronia: c’è chi può iniziare un progetto ed altri che lo portano a termine. Questo domanda al missionario una duttilità, una formazione e una disponibilità a 360° gradi. La missione, proprio perché guidata dallo Spirito, è sempre più un’opera di coralità.

Quali pensi che siano, per un missionario, e soprattutto per un formatore, i luoghi in cui oggi ci si dovrebbe impegnare maggiormente?

Parlando di ambiti, credo che il primo sia proprio quello della formazione iniziale e permanente: i cambiamenti sono oggi talmente rapidi e le situazioni talmente complesse che ci viene richiesta una formazione sempre più adeguata e complementare. E’ vero che bisogna essere specializzati, ma occorre avere anche una grande visione d’insieme della realtà.
Parlando invece di luoghi credo non si possano dimenticare tutte quelle aree nuove di povertà e di sfruttamento a cui generalmente non pensiamo. La pastorale ordinaria può essere assunta sempre più dalle chiese locali, soprattutto là dove il clero locale non manca. Questo ci domanda di diversificare la formazione dei nostri seminaristi, una formazione che non sia più solo centrata sull’aspetto clericale e devozionale, ma anche su quello esperienziale e dinamico, aperto alle realtà del mondo di oggi. Non basta la preparazione intellettuale, ma occorre una forte esperienza di fede, capace di spingere a scelte rischiose e controcorrente: non dimentichiamo quello che diceva Paolo VI, che il mondo oggi ha più bisogno di testimoni che di maestri, di gente che vive più che di parole.

Quali ritieni che siano gli scopi della formazione missionaria oggi in Europa e in Africa?
Qui ci sarebbe da scrivere più che un libro. Voglio sottolineare solo tre aspetti che ho preso come guida in questi anni in cui ho lavorato nella formazione.
Il primo è quello di aiutare a fare un buon discernimento, non solo per i giovani che sono ancora in formazione iniziale, ma anche per noi adulti: un responsabile di comunità dovrebbe avere proprio come prima caratteristica la capacità di fare discernimento, di saper proporre e far emergere ciò che è bene per sé e per la comunità di cui è leader o guida.
Il secondo è quello di favorire un’esperienza di fede profonda, capace di motivare e di sorreggere in tutte le variegate situazioni di vita, capace di aiutare a passare dalla fede professata ad un’esperienza di fede che diventa testimonianza.
Il terzo aspetto mi sembra quello della vita pratica, concreta, lavorativa, esperienziale che ci aiuti a sintonizzarci con quello che la gente vive e soffre, con le nuove realtà emergenti: la famiglia, i giovani (è vero che le nostre chiese sono piene di giovani, ma in realtà fuori sono molti e molti di più: ho l’impressione che stiamo perdendo i giovani. Tanti sacramenti e culto, ma presto poi si dileguano), il mondo del lavoro e della salute, il mondo dei poveri che si allarga e si diversifica sempre più (in questo ambito mi sembra ci venga richiesta una grande capacità di attenzione, di audacia e di lavoro di squadra). Occorrono a mio avviso progetti nuovi, puntuali, a breve termine, dove chi comincia lascia spazio ad altri per integrare e per portare a termine quanto iniziato. Questo richiede oggi al missionario di saper essere umile, collaborativo, aperto, coraggioso, critico e dialogante allo stesso tempo.

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