Immigrazione e religione

Una Sfida per il Domani (o per l’Oggi?) in una Ricerca tutta Bergamasca

Circa un anno fa il Segretariato Migranti della Diocesi di Bergamo mi ha contattata per una questione molto delicata. Si trattava infatti di disegnare un progetto di ricerca che avesse come obiettivo quello di studiare il fenomeno dell’esplosione in termini di numeri, dei movimenti religiosi cristiani di matrice neopentecostale tra gli immigrati africani. Il principale fattore di interesse, secondo il responsabile del Segretariato Migranti, don Massimo Rizzi, era il fatto che molti dei fedeli di quelle chiese, i cui rappresentanti in molti casi si presentavano a lui per avere aiuti economici e fondi a sostegno delle proprie attività caritatevoli, erano stati battezzati nei loro paesi d’origine, nei quali frequentavano la Chiesa Cattolica delle missioni.
La domanda dunque era duplice: da un lato bisognava capire quale fosse l’elemento di attrazione di questi movimenti neopentecostali e dall’altro si doveva trovare la causa dell’allontanamento dei cattolici dalla Chiesa di Roma, tanto più che uno dei dati allarmanti era il fatto che ultimamente anche alcuni fedeli italiani cominciavano a fare capolino nelle sale di riunione di questi nuovi gruppi.

Il fenomeno in Europa e nell’Occidente.
La situazione di Bergamo e dei sui migranti non rappresenta certo un caso isolato nel nostro mondo occidentale globalizzato. Nell’Editoriale della rivista belga Agenda Interculturel n° 297 del novembre 2011, Nathalie Caprioli scriveva infatti a proposito dei movimenti neopentecostali in Belgio: “Le Synode fédéral des Eglises protestantes et évangéliques de Belgique (...) estime qu’une nouvelle église naît tous les dix jours” e anche nel piccolo del territorio di Bergamo, ci dice don Massimo, “nel giro di quattro anni, da quando cioè le ACLI hanno cominciato a monitorare i luoghi di culto degli immigrati in Diocesi, si è notata la stessa estrema fluidità. Le nuove chiese nascono e muoiono anche nel giro di pochi anni, seguendo gli spostamenti del leader carismatico, vengono fatte chiudere o costrette a spostarsi dalle forze dell’ordine ed è davvero difficile avere dati certi sulla loro reale consistenza”.
Il fatto è che il mondo di oggi è troppo fluido in se stesso e troppo spesso, come scrive Zygmunt Bauman in una delle sue Lettere dal Mondo Liquido (in Cose che abbiamo in comune, edito da Laterza nel 2010, p. 142) “Si fa un gran parlare oggi della “politicizzazione della religione”. Troppo poca attenzione viene invece rivolta alla tendenza parallela di quella che potremmo definire “religionizzazione della politica” (...)”, intendendo che spesso i toni dei Leader politici sollevano sentimenti e questioni di tipo religioso, demonizzano l’avversario ed estremizzano la propria “buona” posizione e quella “malvagia” degli oppositori e talvolta arrivano a dichiararsi “unti dal Signore” per dimostrare l’indiscutibilità del loro essere in cima alla scala sociale.
Allo stesso tempo, l’uomo globalizzato, che sente tutta la sua fragilità davanti ad una situazione economica gravemente corrotta e a fenomeni naturali che paiono fuori controllo, non può far altro che cercare conforto in quanto di più rassicurante possa trovare: un messaggio religioso di redenzione e guarigione dai beni spirituali e materiali. Tutte cose che si trovano proprio al centro del discorso teologico dei nuovi movimenti religiosi, per i quali esiste una corrispondenza diretta tra la “forza” della fede, il comportamento (retto) della persona e la sua riuscita sociale, politica, economica e addirittura la sua salute.
Non è un caso forse, che anche il concorrente di Obama alle ultime presidenziali negli USA, Romney, fosse un mormone, membro cioè di un movimento alternativo a quelli cristiani tradizionali (anche protestanti), o che al festival di Venezia “The Master”, il film sulla vita di Ron Hubbard, fondatore di Scientology, sia stato presentato con altissime aspettative.

I discorsi dei fedeli.
Durante la ricerca svolta per la Caritas e la Diocesi di Bergamo, sono state intervistate una quarantina di persone che frequentano regolarmente i movimenti neo-pentecostali e tutti hanno confermato che ciò che li spinge a scegliere quelle chiese, oltre ad un vago senso di appartenenza basato soprattutto sul colore della pelle e sul fatto di sentirsi emarginati, anche e soprattutto dai cattolici e dai sacerdoti dei loro quartieri (e questo è un dato allarmante sul quale la Chiesa dovrebbe riflettere profondamente) è proprio il messaggio di liberazione e guarigione che esse si curano di mettere così apertamente in primo piano. Tutti i fedeli intervistati parlano della sensazione di sentirsi accolti e accuditi dalla comunità, di avere su di sé l’attenzione del gruppo e di meritarla, perché “tutti siamo uguali davanti a Dio”, “tutti possiamo sbagliare”, ma anche “tutti, con la preghiera, possiamo guarire”. Durante la partecipazione a diversi momenti di culto in diverse comunità distinte, ci siamo rese conto che in quei contesti proprio il momento della preghiera collettiva diventa il centro di tutto, il pivot su cui si innestano le speranze e le tensioni dei più disperati, che, offerte sull’altare della preghiera comune, vengono in qualche modo purificate ed elevate al Signore, nella certezza che a quel punto Lui non potrà fare a meno di provvedere.
A riprova di questa speranza e di questa lettura, forse inconscia, dell’evento, sta il fatto che l’altro momento clou del culto è quello nel quale alcuni fedeli raccontano esperienze miracolose e toccanti della propria vita, nelle quali hanno percepito l’intervento divino, grazie alla mediazione della preghiera della comunità che avevano alle spalle.

La finalità della ricerca.

Dopo un anno di lavoro, che ha visto coinvolto un team composto da me, come supervisore scientifico, da 3 persone per la realizzazione delle osservazioni sul terreno e delle interviste ai fedeli, da 3 mediatori culturali e da 2 sacerdoti (oltre a don Massimo Rizzi, dal responsabile del progetto, don Mario Marossi), la ricerca è arrivata al termine. I dati sono in fase di elaborazione, ma la finalità del progetto era quella di offrire ai sacerdoti diocesani un elemento importante sul quale riflettere per trovare nuove modalità di approccio e di intervento per il pieno coinvolgimento degli immigrati, soprattutto quelli già battezzati e che si dichiarano cattolici, ma che, troppe volte per colpa dei nostri sguardi offensivi, della nostra chiusura e della nostra indifferenza nei loro confronti, si rivolgono ad altri per avere quel calore umano e quell’aria di famiglia che dovrebbe essere alla base di qualsiasi rapporto umano, non necessariamente fondato su un sentimento religioso, ma che dovrebbe essere tanto più fondamentale come elemento distintivo in una società incardinata sui valori del Vangelo, come vorremmo fosse la nostra.
Ilaria Micheli

SMA, via Borghero 4 - 16148 Genova - info(at)missioni-africane.it - Web Design & CMS RossiWebDesign/Siti Web Genova