Diritti oltre le frontiere

Ilaria Botti, dopo aver conseguito una laurea in Relazioni Internazionali presso l’Università di Napoli L’Orientale, ha lavorato in vari settori cercando sempre di coltivare lo studio e l’interesse per il continente africano. Oggi promuove progetti di innovazione in campo tecnologico che abbiano come obiettivo il benessere sociale ed economico del maggior numero di persone. È mamma di una bimba di 3 anni con la quale spera di poter presto organizzare un lungo viaggio dal Kenya al Sudafrica.


Quando nel 2008 mi sono occupata della situazione socio-politica del Continente africano, la crisi economica mondiale non aveva ancora mostrato tutti i suoi effetti più negativi. C’era, piuttosto, un nuovo fermento, un clima di rinascita e di partecipazione che dal Maghreb al deserto sub-sahariano e fino alla Repubblica Sudafricana era approdato al World Social Forum di Nairobi. Qui, nel 2007, si era discusso con tutte le organizzazioni della società civile (movimenti, associazioni, organizzazioni non governative, ecc.) del futuro dell’Africa, del ruolo della politica e del bisogno di un approccio collettivo a problemi ormai divenuti strutturali come la povertà, gli scarsi livelli di istruzione e le pessime condizioni di salute di gran parte della popolazione. Da allora è cresciuta sempre di più la consapevolezza che, per ottenere risultati concreti, fosse necessaria una condivisione di valori diversi rispetto a quelli che fino ad oggi hanno governato il funzionamento delle relazioni tra Nord e Sud del mondo.

Globalizzazione e modelli di sviluppo

Alla base del nostro attuale sistema di integrazione e di scambio che abbraccia tutte le aree del pianeta, c’è una concezione di fondo legata al pensiero neoliberale. Questa ideologia, veicolata dalle istituzioni finanziarie mondiali, governa ogni settore della nostra società: dal commercio alla politica, dall’ambiente alla salute. Gli elementi dominanti sono il libero mercato e la deregolamentazione che dovrebbero assicurare un maggiore benessere per tutti. Tuttavia, malgrado le buone intenzioni dei suoi fervidi sostenitori, il neoliberismo “senza regole” ha fallito nel compito di migliorare le condizioni delle persone più povere e vulnerabili. Non è la globalizzazione in sè che ha provocato questo stato di cose, ma sono i suoi presupposti ideologici che si sono rivelati inadeguati per i 2/3 della popolazione mondiale.

E l’Africa?

L’Africa accoglie gran parte di questi cittadini che chiedono azioni concrete per l’avvio di uno sviluppo durevole, ma sono anche portatori di una visione “alternativa” nella gestione delle politiche globali. Nonostante l’immagine che ci viene costantemente proposta dai nostri media e dalle agenzie umanitarie, l’Africa non è solo fatta di guerre e di miseria; è un continente abitato da un’umanità viva e partecipe che si identifica nella società civile. La globalizzazione e l’uso delle nuove tecnologie hanno offerto delle opportunità inimmaginabili ai movimenti sociali che si avvalgono dei diritti garantiti e delle istituzioni create dalla democrazia liberale per conquistare un ruolo nella gestione delle politiche di sviluppo.

Programmi…
Quante volte abbiamo sentito parlare del lancio di “nuovi” programmi di aiuto e di crescita per gli Stati africani? Quali risultati hanno prodotto?

Gli “Obiettivi di sviluppo del millennio delle Nazioni Unite” (http://www.un.org/millenniumgoals/) sono stati individuati affinché entro il 2015 si potessero:
sradicare la povertà estrema e la fame;
rendere universale l’istruzione primaria;
promuovere la parità dei sessi e l’autonomia delle donne;
ridurre la mortalità infantile;
migliorare la salute materna;
combattere l’HIV/AIDS, la malaria ed altre malattie;
garantire la sostenibilità ambientale;
sviluppare forme di partenariato mondiale.

A tre anni dalla scadenza fissata per il raggiungimento di questi ambiziosi obiettivi, i rapporti elaborati dalle stesse Nazioni Unite dimostrano che ancora troppo pochi sono i passi avanti fatti in questa direzione. Allo stesso modo, il tentativo della NEPAD (New Partnership for Africa’s Development: Nuovo partenariato per lo sviluppo dell’Africa), un programma di rinnovamento economico e sociale attraverso una collaborazione costruttiva tra il continente africano e l’Occidente, lanciato nel 2001 (http://www.nepad.org/), non ha prodotto gli effetti sperati. Quello che emerge con chiarezza, dopo decenni di interventi e di donazioni dall’esterno, è che le politiche di aiuto hanno prodotto soltanto meccanismi di dipendenza che, a loro volta, hanno alimentato la corruzione. Inoltre, appare evidente la mancanza di coinvolgimento dei cittadini dell’Africa nella discussione pubblica laddove gli stessi mezzi di comunicazione non riescono a trasmettere e a far comprendere l’impatto delle politiche socio-economiche sul continente. Tuttavia, molte cose sono cambiate e stanno ancora cambiando a grande velocità grazie ad una spinta fortissima che proviene “dal basso”.

La società civile e il potere del web
Il 2011, infatti, verrà ricordato come l’anno delle rivolte e dell’inizio della cosiddetta “primavera araba” che ha provocato la caduta dei regimi in Egitto, Libia e Tunisia. Alla base di queste rivolte ci sono stati diversi fattori, tra cui sicuramente l’aumento dei prezzi dei beni alimentari e del carburante, ma in definitiva ciò che le ha caratterizzate è stata la protesta contro l’oppressione politica, l’ineguaglianza sociale e la mancanza di opportunità economiche.

Il ruolo dei Social Network
Come è stato riconosciuto dalla maggior parte degli analisti internazionali, la partecipazione ai movimenti di ribellione è cresciuta ed è stata alimentata sul web attraverso l’utilizzo dei social network. Facebook (su 139.875,42 di fruitori della rete, circa 43.400 sono gli iscritti in Africa: http://www.internetworldstats.com/stats1.htm) e Twitter (un’indagine del 2011 mostra come, in 3 mesi, il 57% dei tweet sia stato inviato tramite cellulari da 20 Paesi africani che costituiscono l’88% degli utilizzatori della rete: http://notebook.portland-communications.com/2012/02/new-research-reveals-how-africa-tweets/) sono diventati veri e propri strumenti di lotta perché per mesi hanno favorito la diffusione di informazioni, di immagini e di video che non solo testimoniavano cosa stesse realmente accadendo nel Nord Africa, ma riuscivano a tenere viva l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale.

Reti transnazionali

Una rete transnazionale di persone, organizzazioni, comitati e associazioni si è unita al coro di proteste che giungevano dal Maghreb per cercare di fermare le violenze prima ancora che giungessero le rituali dichiarazioni di condanna da parte di Stati Uniti ed Unione Europea. Sappiamo che ad innescare la miccia della rivolta, è servito il gesto estremo di Mohamed Bouazizi che si è dato fuoco davanti alla prefettura di Sidi Bouzid in Tunisia ed è morto dopo una lunga agonia. Questa terribile testimonianza ha fatto il giro del mondo in poche ore segnando l’inizio di quell’effetto domino che, con alterne vicende, si è protratto fino all’attacco al consolato americano di Bengasi e all’uccisione dell’ambasciatore Chris Stevens in Libia nel settembre scorso.

Durante l’ultima assemblea generale delle Nazioni Unite, il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, si è rivolto al mondo islamico nato dalla “primavera araba” per chiedere di utilizzare la conquistata democrazia per garantire la libertà di pensiero e religione sottolineando che “è dovere di ogni leader, di ogni nazione, parlare con forza contro la violenza e l’estremismo”. Secondo l’indice delle libertà politiche, elaborato da Freedom House (http://www.freedomhouse.org/), la Tunisia è stato l’unico Paese che ha visto modificare il suo status da “non libero” a “parzialmente libero” a seguito delle elezioni per l’Assemblea Costituente nell’ottobre 2011. Malgrado alcuni miglioramenti, più di 400 milioni di cittadini di 23 Paesi africani ancora vivono in condizioni che vengono classificate come “non libere”. La stessa libertà di stampa viene minacciata in Egitto, Libia, Malawi e in Sudafrica dove sono state adottate leggi restrittive sull’uso dei media.

Cosa ci ha insegnato dunque l’esperienza della “primavera araba” e dei suoi protagonisti?

Le rivoluzioni nascono, spesso, in maniera inaspettata e si propagano per modificare un sistema che non assicura l’osservanza e la garanzia di diritti fondamentali. L’Africa, dopo la fase delle grandi speranze post-coloniali e la sperimentazione di modelli di sviluppo nazionali negli anni ‘70, ha subito l’imposizione delle leggi liberiste del mercato globale che non hanno favorito né l’emergere di un’economia solida, né la formazione di una classe dirigente aperta e democratica. Tutto questo è avvenuto con la connivenza e il silenzio dei Paesi occidentali riuniti nella Banca mondiale e nel Fondo Monetario Internazionale. Oggi, però, soprattutto l’Europa può cercare di cogliere l’opportunità di rilanciare una politica di cooperazione con le ex colonie che, in questo periodo di crisi economica, sia in grado di valorizzare il capitale sociale, umano e culturale del Continente.

Allargare gli orizzonti
Stabilire una nuova partnership significherebbe anche superare i meccanismi di dipendenza dagli aiuti dei donatori internazionali ed isolare le frange estremiste del fondamentalismo islamico (i Musulmani in Africa rappresentano il 43,3% della popolazione) che trovano terreno fertile proprio laddove mancano le condizioni minime per la sopravvivenza. Per fare questo, però, non si può prescindere dal considerare l’apporto di associazioni, organizzazioni non governative e movimenti che vogliono essere parte del cambiamento e chiedono con forza di essere ascoltati prima che si riaccenda un nuovo focolaio di proteste.

Alla ricerca del bene comune
La società civile transnazionale crea le proprie reti di diffusione basandosi su ciò che viene percepito come “bene comune”, cioè si riconosce in un sistema di valori condiviso più che nel perseguimento dei propri fini. Qui sta la differenza principale rispetto al ruolo di altri attori globali: gli Stati, ad esempio, occupano con la forza territori ben definiti per estrarre risorse; ottengono il riconoscimento internazionale e possono far leva sui sentimenti nazionali per cementare la lealtà dei propri cittadini. Allo stesso modo le grandi multinazionali, legate da comuni obiettivi economici e da vincoli legali, stabiliscono le proprie filiali nei luoghi dove è possibile trarre maggiore profitto.

Viceversa i promotori della società civile, non avendo a disposizione il potere militare o economico, agiscono per portare a conoscenza dell’opinione pubblica le questioni ignorate dai centri del potere, cercando di attuare strategie di pressione che possano incidere su alcuni comportamenti. L’efficacia dell’azione dei movimenti transnazionali è dimostrata anche dal verificarsi dell’“effetto boomerang”: gli attivisti, portando sulla scena internazionale le questioni locali, creano i presupposti per un’ampia mobilitazione che mira a superare i confini nazionali e a dare l’opportunità ai cittadini di manifestare il proprio dissenso. In questo modo, per un gran numero di persone che vivono in regimi non democratici o che non hanno i mezzi adeguati per sostenere la propria causa, la società civile transnazionale diventa l’unico mezzo per esercitare il diritto di espressione e poter, così, partecipare ai processi decisionali.

La rivoluzione “invisibile”

Oggi esistono una società civile globale e numerosi movimenti transnazionali che incarnano una nuova prospettiva di sviluppo, perché offrono l’opportunità ai più poveri di esercitare il potere, anche se in una sfera limitata. Pur non avendo a disposizione i mezzi politici ed economici delle istituzioni formali, questi uomini e queste donne hanno una grande capacità di mobilitazione che offre loro l’occasione di diventare cittadini attivi, piuttosto che soggetti passivi del cambiamento.

Questa rivoluzione invisibile sta attraversando il Continente africano ed è frutto anche della capacità delle nuove generazioni di comunicare con il resto del pianeta. Nonostante i dati statistici indichino che la penetrazione di Internet in Africa sia ancora bassa rispetto al resto del mondo (13,6% contro una media del 36,1%), tra i Paesi dove la rete è maggiormente diffusa figurano la Nigeria, l’Egitto, il Marocco, il Kenya, il Sudafrica, la Tanzania, l’Algeria, l’Uganda, il Sudan e la Tunisia (http://www.internetworldstats.com/stats1.htm). E proprio qui sono in atto numerose iniziative per promuovere l’innovazione che viene percepita come un mezzo per superare il divario tecnologico ed intraprendere la sfida dello sviluppo.

In Tanzania
La Tanzania ha preso in prestito 170 milioni di dollari da parte del governo cinese per costruire una vasta rete in fibra ottica, che si estende per 7500 km. Si spera, così, di trasformare la Tanzania in un potente centro tecnologico per competere con il Kenya, che ha costruito una piccola rete in modo più rapido ed è già considerato come il riferimento regionale per la tecnologia. L’abolizione da parte del governo keniota del 16% di imposta generale sulle vendite di telefoni cellulari nel 2009 ha incrementato l’acquisto di cellulari di oltre il 200% e con 8,5 milioni di utenti, il Paese è in prima linea nei pagamenti via cellulare (in base ai dati del rapporto della GSMA- associazione internazionale degli operatori di telecomunicazione mobile: http://www.gsma.com/).

In Nigeria
La Nigeria risulta avere il maggior numero di abbonamenti di telefonia mobile in Africa - oltre 93 milioni di euro, pari al 16% del totale delle sottoscrizioni nel continente. Il Sudafrica, invece, con la sua infrastruttura, ha la più alta penetrazione della banda larga - 6%, seguita dal Marocco con il 2,8%, secondo questo rapporto del 2011. In una recente intervista alla BBC, il Ministro della Scienza, Makame Mbarawa, sostiene che in Tanzania “tutti i cellulari sono connessi ad Internet” e “gli abitanti dei villaggi utilizzano i loro telefoni per scoprire il prezzo delle merci vendute al mercato prima ancora che vengano definiti…o gli agricoltori si informano sul web delle condizioni meteorologiche per programmare meglio le proprie attività” (http://www.bbc.co.uk/news/world-africa-19451044). Internet e la telefonia, cioè, svolgono una duplice funzione: se da un lato, concorrono alla diffusione delle informazioni allargando la partecipazione, dall’altro sono anche mezzo di “formazione” e di crescita per la popolazione.

Un popolo di giovani!
Con quasi 200 milioni di giovani tra i 15 e i 24 anni, l’Africa ha la popolazione più giovane del mondo e, in base alle stime dell’OECD (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) (http://www.oecd.org/), questa raddoppierà nel 2045. Intercettare i bisogni e le richieste di questi cittadini significa immaginare un futuro diverso e, quindi, vuol dire impegnarsi nella progettazione di politiche adeguate e sostenibili nel campo dell’istruzione e del lavoro.

Di giovani disoccupati
L’ILO, l’Organizzazione internazionale per il lavoro, ha stimato che tra il 2000 e il 2008 in Africa sono stati creati 73 milioni di posti di lavoro, ma solo 16 milioni di questi hanno riguardato i giovani. La conseguenza è che molti si sono ritrovati disoccupati o, più spesso, dequalificati in impieghi a bassa produttività e sottopagati. Il problema colpisce l’intero Continente: nel 2009 la disoccupazione nel Nord Africa raggiungeva il 23,4% e in Sudafrica arrivava addirittura al 48%.

I costi di questa situazione sono alti ed incidono sui livelli di povertà (circa il 72% di giovani che vivono con meno di 2 $ al giorno); ciò è particolarmente evidente nelle aree rurali dove le donne, soprattutto, vivono in condizioni di estrema marginalità. Un’importante risorsa di lavoro per i giovani potrebbe derivare dal settore privato che, tuttavia, non è sufficientemente sviluppato: uno dei fallimenti del mondo arabo, tra le cause dello scoppio della “primavera”, viene identificato proprio nell’incapacità di sviluppare un settore privato indipendente, competitivo e integrato nel mercato globale (Malik & Awadallah, “The economics of the Arab Spring”, CSAE Working Paper n. 23, University of Oxford, 2011).

Modernizzare l’economia

Questa analisi può valere per l’Africa in generale, dal momento che è necessario avviare un processo di modernizzazione dell’economia in tutti i settori per affrontare la sfida della crescita. Immaginiamo allora che questi giovani africani più istruiti e consapevoli, un enorme capitale umano dalle potenzialità ancora inespresse, si ritrovi ad affrontare i problemi di sempre ma avendo a disposizione strumenti nuovi di partecipazione. Cosa potrebbe accadere (e cosa sta già avvenendo)? Quali sono gli effetti di questo rinnovamento generazionale?

La convinzione diffusa è che siamo di fronte ad un cambiamento di vasta portata perché supera i confini territoriali, le barriere della lingua e della cultura; si sta formando, cioè, un movimento transnazionale che si riconosce nei principi di giustizia ed equità sociale e trova la sua forza nella possibilità di moltiplicare le informazioni, di dare loro risalto e visibilità grazie alla rete. La partecipazione attiva alle scelte politiche ed economiche sta avendo un notevole impatto sulle comunità locali. Inoltre, non bisogna dimenticare che l’accesso alle informazioni ha consentito anche ai cittadini dei Paesi in via di sviluppo di vedere cosa succede nel resto del mondo.

C’è ancora molto lavoro da fare per la democratizzazione e la trasparenza dei processi decisionali in Africa, ma non possiamo sottovalutare il ruolo della società civile come attore emergente a livello globale. Non c’è più molto tempo prima che giunga una “nuova primavera” e che porti i suoi frutti!

Ilaria Botti




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