Natale 2012: In cammino con la speranza nella bisaccia

Sono seduto sotto la veranda della missione. Sto chiacchierando con Loth, il responsabile dei catechisti. Parliamo di un racconto kotokoli per comprenderne il messaggio e i simboli. Si tratta di un sovrano ammalato e di un giovane in viaggio alla ricerca della saggezza. L’anima del sovrano è stata presa da alcuni stregoni, avvolta in legacci, nascosta in una pentola deposta in cima ad un albero in mezzo ad una grande palude. La sera si riuniscono per farne delle brochettes e divorarla. Il sovrano sta perdendo le forze, gli restano pochi giorni di vita.
Mentre conversiamo arriva Séraphin, il presidente della Legione di Maria. Partecipa alla nostra conversazione: “Voi padri missionari non credete a queste cose, gli stregoni possono prendere carne delle tua coscia e fare delle brochettes, una volta, due, tre, e tu non ti accorgi, non senti nulla, poi quando prendono il cuore, allora ti ammali e muori”.
Il nostro sovrano infatti sta morendo. Il giovane con l’aiuto di compagni raccolti in cammino, (Topo, Sparviero, Varano e Talpa che pone nella sua bisaccia) riesce a ricuperare la pentola, riporre nel sovrano l’anima catturata e guarirlo.

In questi giorni stiamo vivendo in comunità problemi simili. Due donne, accusate di aver ucciso con questi mezzi, hanno riconosciuto i fatti e sono state scacciate dal villaggio.
Spesso si fa ricorso agli “Alifa” (che la gente traduce “ciarlatani”) per agire nella notte e uccidere.
Avevo un incontro con la Legione di Maria, e parlavamo di questi problemi. Racconto loro un fatto accaduto.
Una nuora e una suocera vivono insieme, ma non si intendono. La suocera tratta male la nuora, la insulta, parla male di lei, le impone lavori pesanti. La nuora risponde allo stesso modo, con atteggiamenti ostili e cattiveria. Chiedo al gruppo se al villaggio capitano queste cose. Tutti annuiscono con grandi sorrisi.

La nuora non ne può più. Va a trovare un alifa e gli chiede di uccidere la suocera, ma lentamente, non brutalmente, per non dare sospetti. Il “ciarlatano” le dà una polvere che la donna deve mettere, ogni giorno, nel cibo che prepara per la suocera. Fra tre o quattro mesi la donna sarà morta. Come contorno alla ricetta aggiunge: “affinché la gente non ti accusi della sua morte, dato che tutti conoscono i vostri rapporti, cerca di cambiare atteggiamento verso di lei, anche se lei ti tratta male, tu trattala bene, cerca di essere gentile, parla bene di lei, falle qualche regalo, così la gente, vedendo questo tuo nuovo atteggiamento, non ti accuserà di averla uccisa”. La donna è d’accordo e inizia la cura. Ogni giorno mette la polvere nel cibo della suocera, e intanto cambia atteggiamento: innanzitutto non risponde alle provocazioni della donna, poi meno ostilità, meno parole dure, qualche atto gentile, qualche servizio in più, un sorriso. Ed ecco che anche la vecchia, poco alla volta, cambia atteggiamento verso la nuora. Passa un mese, poi due, tre, e i rapporti fra le due donne sono completamente cambiati. Le due sono diventate addirittura amiche e confidenti. La giovane cerca di riparare il male fatto e va dal ciarlatano.
“Le cose sono cambiate, non voglio più uccidere mia suocera, dammi un controveleno che annulli il veleno che ho messo nel suo cibo”. “La polvere che ti ho data era innocua, non conteneva nessun veleno mortale, la vera medicina erano i consigli annessi e che hai messo in pratica, vai e stai tranquilla”.

P. Silvano Galli

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