Kenya: un po' di storia

All’inizio del mese di marzo in Kenya ci sono state le elezioni presidenziali, che hanno visto vincitore Uhuru Kenyatta (in attesa di giudizio alla corte penale internazionale dell’Aia per crimini contro l’umanità), figlio del primo presidente del paese, Jomo Kenyatta.
Mons. Patrick Harrington è un vescovo SMA Irlandese. Dal 1983 al 1995 è stato Superiore Generale della SMA e in seguito vescovo della diocesi di Lodwar. Da due anni è vescovo emerito e risiede in Kenya nella città di Kitale. E’ la memoria storica della presenza della SMA nel paese.

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Padre Harrington, che cosa ci può dire dei primi anni della SMA in Kenya?

Fin dagli anni ’70 i membri della SMA passavano da Nairobi per raggiungere la Tanzania. In città molti di essi erano accolti dai padri e dai fratelli della congregazione di Maryknoll, che lavoravano con loro in Tanzania e, stando nella loro casa regionale di Nairobi, i nostri confratelli avevano accesso a molte informazioni sulla situazione della chiesa in Kenya, e le trasmettevano regolarmente (e informalmente) a vari superiori SMA in Europa, descrivendo un’eventuale missione della Società nel paese come “interessante, intrigante e, con buone probabilità, fruttifera”.
Il primo passo concreto verso una presenza stabile della SMA nel paese fu l’assunzione del padre SMA Thomas E. Hayden, come professore associato all’Università Cattolica dell’Africa Orientale, che ha il suo campus principale proprio a Nairobi. Non ho documenti ufficiali al riguardo, ma la mia memoria fa risalire questo fatto alla fine degli anni ’80.
Da lì iniziarono discussioni “serie” riguardo ad un’eventuale presenza fissa della SMA in Kenya. Il servo di Dio, cardinale Maurice Otunga, accolse i missionari SMA e li incoraggiò a lavorare nell’arcidiocesi di Nairobi e nel 1991 ci venne offerta ufficialmente una parrocchia nei quartieri operai della città. Ancora oggi, più di 20 anni dopo, la parrocchia di San Giuseppe Operaio è servita da una squadra internazionale di padri SMA.
Parallelamente a questi sviluppi, diversi giovani kenioti espressero il desiderio di diventare membri della SMA. Dopo essere stati per qualche tempo in una piccola casa in affitto, si decise di costruire una Casa di Formazione, in modo che i candidati potessero studiare per diventare preti e missionari, ricevendo allo stesso tempo una specifica formazione SMA. Padre Thomas E. Hayden si occupò della supervisione della costruzione della casa. Un piccolo gruppo di membri SMA venne riunito e, grazie alla loro dedizione e al loro lavoro, la SMA mise le sue radici in Kenya nel 1994.

Da allora che cosa è cambiato?

Ovviamente è cambiato il personale. La SMA non è fatta di persone isolate. I membri vanno e vengono, portando ciascuno i propri doni e mettendoli al servizio del regno di Cristo. Da un punto di vista strutturale, la Casa di Formazione ha uno staff SMA internazionale di 4 persone e ospita 42 studenti (dati del 2013). Dopo il ’94 sono state aperte altre parrocchie: 2 nella diocesi di Ngong, 1 in quella di Kitale e una in quella di Lodwar. I membri della SMA prestano servizio anche nel Centro di Formazione Internazionale del Tangaza College (Università Cattolica dell’Africa Orientale). Uno dei nostri membri è recentemente diventato Chairman del Segretariato esecutivo della Conferenza dei Superiori del Kenya (RSCK) e uno di noi ha prestato servizio come Ordinario della diocesi di Lodwar. Due SMA lavorano a tempo pieno al Centro Shalom per la Risoluzione del Conflitto e la Riconciliazione, fondato dal padre SMA Patrick Devine e registrato come ONG.
Il Kenya è una regione SMA, il superiore è ghanese, mentre 14 kenioti sono stati ordinati missionari SMA. A Nairobi si trova anche il quartier generale del Distretto SMA in Formazione dei Grandi Laghi.

Può dirci qualcosa sull’educazione del clero locale alla missione ad gentes?

Per noi SMA la formazione del clero locale e dei missionari è un aspetto importante dell’apostolato, in Kenya come altrove. Fa parte della nostra tradizione, rafforzata da diverse Assemblee Generali, eppure non posso dire che abbiamo ancora trovato un sistema di formazione a prova di bomba! Ma forse una cosa del genere non esiste. In Kenya le sfide continuano ad essere rappresentate da una corretta analisi dei candidati, dalla purezza delle loro motivazioni e dalla responsabilizzazione delle persone. Tutto questo in un periodo di generale declino dei valori etici e di crescente secolarizzazione del paese.

Come vescovo di Lodwar, che è considerata la diocesi più povera del Kenya, quali erano le sue priorità?

Personalmente ho preso parte alla stesura di tre piani pastorali quinquennali successivi nella Diocesi di Lodwar, dal 1997 al 2012, che sono stati elaborati con il coinvolgimento della gente, e su di essa modellati. Quei piani sono documentati, così come le loro valutazioni nel corso degli anni.
In breve essi ponevano l’accento sulla necessità di provvedere alle condizioni basiche per una vita dignitosa (cibo e acqua), sulla cura della salute e l’educazione (formale e informale), sull’evangelizzazione e la formazione dei cristiani (catechesi, clero e laici), usando ogni mezzo della comunicazione sociale e infine sulla costruzione delle strutture fisiche di base (chiese, centri per la salute e scuole).

Qual è il ruolo della Chiesa cattolica in Kenya oggi?

Per il Kenya vale ciò che vale per ogni chiesa locale: le sfide includono sempre il fatto di assicurarsi che la parola di Dio sia capita e seguita fedelmente da tutti, compresi i vescovi, i preti, i religiosi e i laici. Su questo punto specifico, è anche importante che la Chiesa possa essere vista come la “coscienza della nazione”. L’agenda per il Kenya (e in generale per l’Africa) è stata dettata dall’Africae Munus nel 2012, il documento scritto dal papa Benedetto XVI in seguito al secondo sinodo speciale per l’Africa.

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