Il laicato in Africa e il caso Niger

niger modQuando si parla del contributo dei laici alla missione e del loro lavoro a fianco dei padri, raramente si pensa all’enorme contributo che anche la chiesa locale africana ormai da anni dà loro. In tutte le missioni storiche della SMA italiana (e non solo) in Costa d’Avorio, in Togo, in Angola e via dicendo, la presenza di laici del posto è fondamentale per portare avanti moltissimi progetti, e la diffusione del Vangelo spesso passa proprio attraverso di loro.
I catechisti locali sono infatti un vero e proprio dono della Provvidenza e in molti casi rappresentano l’unico aggancio reale e costante con comunità cristiane che i nostri padri, dovendosi occupare di parrocchie anche molto grandi, costituite da un numero impressionante di villaggi (anche 60 o 70) possono visitare sì e no al massimo tre volte l’anno.
In realtà rurali così frammentate e nelle quali la lingua ufficiale del paese spesso non è quella veicolare della comunicazione di tutti i giorni, i catechisti, o i laici impegnati, sono fondamentali anche per il loro preziosissimo supporto alle funzioni come interpreti nelle lingue locali, che, a parte pochi rari casi (come quello di padre Silvano Galli in Togo che parla splendidamente Kotokolì con i suoi parrocchiani), rappresentano quasi sempre uno scoglio difficile da superare.
Va detto poi che la Chiesa cattolica africana, soprattutto nelle città e nelle zone urbane che da lungo tempo ospitano missionari, è ormai adulta e non sono rari casi in cui gruppi di fedeli si organizzano da soli in cooperative sociali che svolgono diverse attività di volontariato; dal lavoro per la Caritas, ai gruppi di preghiera, dai cori parrocchiali alle attività agricole, i cui proventi, almeno in parte, vengono devoluti in beneficenza per i bisogni della parrocchia.
Ci sono però, anche tra i laici africani, casi esemplari che meritano di essere citati nello specifico in questo numero di SMA Notizie dedicato espressamente al rapporto tra fedeli comuni e padri missionari.
Uno di questi casi è ad esempio quello di Jean Baptiste Tindano, gurmantché del Burkina Faso, che vive in Niger da più di vent’anni e che da sempre collabora con i padri SMA per la prima evangelizzazione in un paese in cui i cristiani rappresentano meno del 5% della popolazione e la pressione dei gruppi islamici e del fondamentalismo si sta facendo sentire sempre di più.
Jean Baptiste è un cristiano convinto e, dopo aver lavorato per anni a fianco dei missionari SMA francesi a Niamey, da qualche anno segue i nostri padri italiani, in special modo Gigi Maccalli e Vito Girotto nella regione di Makalondi, dove recentemente sono state aperte quattro parrocchie missionarie.

Si tratta di un caso molto speciale. Si può dire infatti che più che essere lui, catechista volenteroso, a seguire i padri, in Niger succede esattamente il contrario, e di fatto sono i padri a lasciarsi guidare da lui e dal suo entusiasmo apostolico.

Ci parla di lui padre Vito, che l’ha conosciuto al momento del suo primo arrivo nel paese nel 2009 e che si è subito affidato alla sua guida.
“Quando nel novembre 2009 arrivai a Bomoanga per uno stage di lingua gurmantché, fu Jean Baptiste a seguirmi con pazienza, desideroso che io potessi esprimermi nella lingua locale. Ricordo che mi incoraggiava in ogni modo”.
Jean Baptiste è consapevole dell’enorme importanza che ha il fatto di cercare di esprimersi nella lingua locale per un padre missionario. L’annuncio non può funzionare bene se lo si fa sempre per interposta persona... Da buon africano, poi, egli conosce il valore della parola e anche prima di incontrare i nostri padri, a Niamey, aveva avuto l’idea di portare l’annuncio del messaggio di Cristo nelle case, usando i mezzi che la tecnologia gli permetteva e collaborando con la radio locale. A questo proposito dice ancora padre Vito: “In alcuni villaggi di Makalondi conoscono la sua voce, anche se non l’hanno mai incontrato di persona, perché a Natale e a Pasqua di ogni anno diffondeva da Niamey un messaggio da una radio locale in lingua gurmantché”.
J. B., così lo chiamano gli amici, è un profondo conoscitore delle zone di missione della regione di Makalondi, che oggi considera anche sua, e spesso è proprio lui a spingere i padri a visitare le diverse comunità. Sempre padre Vito infatti racconta che: “Se noi padri gli chiediamo informazioni sulla presenza di cristiani nel tal villaggio, nel quale non siamo mai stati, lui ci invita senza esitare ad andare a visitarlo insieme, per renderci conto di persona di un possibile primo annuncio”.
I padri sono talmente abituati ad appoggiarsi a lui, che non faticano a riconoscerne le doti e gli sono grati per l’energia che è capace, nel suo modo di essere, di riversare anche su di loro. Quando chiedo a padre Vito di esprimere un parere generale su questo laico africano così speciale, mi risponde semplicemente: “Senza forzare nessun ragionamento mi pare che J. B. sia un vero catechista missionario che stimola anche noi padri a coltivare buoni rapporti d’amicizia con tutte le comunità di villaggio, non tanto in vista di possibili conversioni alla fede cristiana, ma per mostrare che Gesù Cristo è venuto per tutti, anche se molti non diventeranno mai suoi discepoli”.

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