Riflessioni di un giubilare

rapetti1 modP. Lorenzo Rapetti celebra quest’anno 50 anni di sacerdozio: gli abbiamo chiesto di condividere con noi i sentimenti che lo animano in questa ricorrenza.

P. Lorenzo, sei stato ordinato a Lione il giorno dell’epifania 1963 e festeggi quindi cinquant’anni di sacerdozio:che cosa ci puoi dire di questa giubileo?.

La sola parola che si può dire in simile circostanza e “grazie”, innanzi tutto al Signore: non tanto per il fatto di celebrare questo anniversario sulla terra, mentre la maggioranza (otto su undici ) dei confratelli ordinati allora sono già nella pace del Signore – fra i quali i miei “gemelli” P. Secondo e P. Giacomo – dove festeggiano ancora più solennemente con la chiesa trionfante, ma soprattutto perché questa è un’ottima occasione per voltarsi indietro e scoprire un po’ il cammino percorso, riconoscendo quindi che “tutto è grazia” e che il Signore è il vero protagonista di questi 50 anni.

Quali ricordi vuoi evocare di questo lungo periodo di vita missionaria?

Debbo dire grazie, dopo Dio, a tutti coloro che sono stati per me lo strumento di cui Egli si è servito per accompagnarmi verso il sacerdozio e la missione: la mia famiglia che mi ha accolto alla vigila della guerra e mi ha educato alla fede ed alla solidarietà, lasciandomi libero di scegliere il sacerdozio e poi la missione e modificando i suoi progetti per favorire i miei; don Giuseppe il vecchio parroco della mia infanzia, buono e paterno, che mi ha fatto pensare che potevo diventare come lui; i miei validi educatori, prima in seminario a Mondovì e poi nella SMA; P. Colleran e gli altri missionari che passavano in seminario e ci allargavano l’orizzonte destando, nei nostri cuori adolescenti, eroici sogni colorati d’Africa e di missione; grazie alla SMA che mi ha fatto diventare missionario con una lunga formazione, compresi gli studi universitari, e mi ha accompagnato continuamente con la presenza di tanti fratelli maggiori, che non posso qui nominare, ma che mi hanno insegnato la missione vissuta sul campo, in Africa e in Europa; grazie poi alle ferventi comunità cristiane della Costa d’Avorio che mi hanno accolto ed avvolto nel loro entusiasmo festoso dandomi la gioia di ”sentirmi” missionario vero; infine grazie alla folla di parenti, amici e benefattori che ha offerto anche a me, come a tutti i missionari, i mezzi necessari per servire la missione, soprattutto nei 22 anni passati in Africa.

Il mercoledì di Pasqua hai celebrato, con P. Pierre, confratello francese, il giubileo d’oro sacedotale alla Casa Regionale di Abidjan, in Costa d’avorio,con quali sentimenti ?

Anche qui con sentimenti di riconoscenza per la festa di famiglia che i confratelli e gli amici della casa regionale hanno organizzato, e per potere così dire grazie sinceramente alla SMA ed all’Africa, testimoniando della grande crescita operatasi nelle chiese africane e nel nostro Istituto in questi ultimi decenni. Dagli anni dell’indipendenza, la chiesa ivoriana, prima fondata e poi accompagnata per decenni dalla SMA è diventata adulta, fiorente (quindici diocesi, 20 vescovi, oltre mille sacerdoti) e quasi completamente autosufficiente, e la SMA, aperta ai candidati africani dal 1983, sta assumendo progressivamente il suo nuovo volto africano: i confratelli sono già numerosi e le decine di alunni dei nostri tre seminari maggiori sono pronti a ricevere il “testimone” della missione per proseguire il cammino. Anche dal punto di visto socio-politico ed economico la Costa d’Avorio è in ripresa e sta rimontando la china di dieci hanno di disordini e di instabilità.

Come vedi l’avvenire della SMA e della missione ?


Due segni importanti di maturità vanno sottolineati: tre confratelli – due africani ed uno indiano – hanno riaperto una missione in Sierra Leone, a Free-town dove, nel 1859, Mgr De Brésillac ed i suoi primi cinque compagni sono morti di febbre gialla in poche settimane. E’ un ritorno alle origini: ritrovando il fervore e la dedizione generosa degli inizi, la nuova SMA può affrontare con fiducia la missione di domani. Il secondo segno è la nomina di due giovani confratelli, P. Dennis e P. Nestor, quali vescovi in Centrafrica: sono i primi due vescovi sma africani, un segno di maturità, di fiducia e di speranza. Attualmente le vecchie provincie del “nord” hanno risorse ma non hanno più vocazioni, mentre le nuove province del “sud” hanno vocazioni ma non hanno risorse: in avvenire la SMA deve esprimere la sua identità unitaria : le risorse materiali del nord e le risorse umane del sud sono il nostro patrimonio comune ed esprimono un unico volto della stessa famiglia missionaria che può quindi non «sopravvivere», ma crescere e continuare ad annunciare il Vangelo, in Africa o altrove, con rinnovata generosità e fedeltà.

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