Corsa alle terre africane

Dopo una laurea in Scienze Politiche e un Master in “Storia, didattica e comunicazione” si avvicina all’editoria. Giornalista specializzata in reportage legati all’Africa e all’Asia, scrive anche di musicoterapia. È autrice dei saggi Nyerere, il maestro (Bologna, EMI, 2012), e Il movimento della Consapevolezza Nera in Sudafrica (Genova, Erga, 2011)


“Possiamo amare noi stessi, amando la Terra; essere grati per ciò che siamo, proprio come siamo grati per la generosità della Terra; migliorare noi stessi proprio come ci autopotenziamo per migliorare la Terra; rendere un servizio a noi stessi, proprio come facciamo volontariato per la Terra. […] Possiamo apprezzare la delicatezza della rugiada o un fiore sbocciato, l’acqua che scorre sulle pietre o la maestosità di un elefante, la fragilità di una farfalla, un campo di grano o le foglie agitate dal vento. E queste reazioni al mondo naturale possono ispirarci un sentimento di meraviglia e bellezza che a sua volta stimola un senso del divino […] È da questo punto di vista che l’ambiente diventa sacro, poiché distruggere ciò che è essenziale per la vita significa distruggere la vita stessa.” Queste commoventi e illuminanti parole possiamo trovarle nel libro La religione della terra (Sperling & Kupfer, 2011), scritto da una delle figure africane più autorevoli a livello internazionale degli ultimi 30 anni. L’autrice è Wangari Muta Maathai, attivista e ambientalista keniana, prima donna africana a ricevere il premio Nobel per la Pace (2004), per la sua lotta contro la deforestazione e per il suo contributo alle cause dello sviluppo sostenibile, della democrazia e della pace.
Wangari Maathai (1940-2011) è stata una delle più importanti voci di un vasto movimento internazionale – cui fa parte anche la nota ambientalista indiana Vandana Shiva – che auspica un “ritorno alla terra” attraverso la salvaguardia della biodiversità e lo sviluppo di posti di lavoro nelle aree rurali. Anche in Italia c’è un intenso fermento verso questa direzione, in cui è centrale il recupero di un maggiore rispetto e di una vera armonia con la natura. Il documentario Terra Madre del regista bergamasco Ermanno Olmi ne è un bell’esempio; in esso si auspica che “saremo la generazione che riconcilierà il genere umano con la terra”. Questo auspicio appare però ancora molto lontano dal realizzarsi.

La difficile e precaria armonia tra uomo e natura

A guardare ciò che sta accadendo nei Paesi del Sud del mondo e, in particolare, in Africa sembrerebbe che il genere umano abbia parecchie difficoltà a riconciliarsi con la terra, anzi, sembra stia andando nella direzione opposta. O meglio, sono in atto due tendenze: da un lato, si stanno portando avanti tanti progetti e azioni che rivendicano una maggiore consapevolezza verso i problemi ambientali e verso l’uso rispettoso della terra. Da questa prospettiva, in varie parti del mondo si incentiva il rimboschimento, nonché la tutela delle sementi e quindi della biodiversità; si creano le condizioni e gli strumenti – come il microcredito – per permettere ai contadini di poter continuare a coltivare la terra.
Un esempio di questo orientamento è il Green Belt Movement (cintura verde), movimento fondato in Kenya nel 1977 da Wangari Maathai per contrastare la deforestazione e per tutelare gli ecosistemi africani. Un movimento che col tempo si è esteso in Tanzania, Uganda, Malawi, Lesotho, Etiopia e Zimbabwe e che ha contribuito a piantare milioni di alberi: 51 milioni di piante solo in Kenya. Amava dire Wangari Maathai: “Sono le piccole cose che fanno la differenza. La mia piccola cosa è piantare alberi”.
Accanto a queste voci ecologiste che si impegnano a sensibilizzare le persone verso delicate questioni ambientali e verso un rispetto della terra, vi sono gruppi che invece pensano e agiscono da un’opposta visione, legata ancora ad antiche concezioni colonialiste di sfruttamento intensivo delle risorse del pianeta. A questa seconda tendenza appartengono governi e soprattutto multinazionali impegnate in una sfrenata corsa all’accaparramento delle terre. Nel mirino di questa corsa vi è anche la terra africana.

Perché è tanto importante la terra


Il possesso e l’utilizzo delle migliori terre è sempre stato motivo di dispute e conflitti sanguinosi. Molte guerre in varie parti del pianeta sono state e sono causate proprio da questo primario interesse: dominare e sfruttare un determinato territorio, perché ricco di risorse naturali vitali (come l’acqua) e di risorse minerarie strategiche (coltan, petrolio, gas naturali, ecc.), e/o perché posizionato in una zona decisiva dal punto di vista geopolitico. Nell’ultimo decennio, questa corsa all’accaparramento delle terre ha assunto risvolti ancor più dilaganti e preoccupanti.
Per comprendere questa tendenza dobbiamo ritornare al 2007 e al 2008: anni in cui si è verificato un pesante aumento dei prezzi delle materie prime agricole (in testa, grano, riso e mais), che ha provocato proteste di milioni di cittadini. In quel periodo, petrolio e grano sembrava fossero le principali ricchezze ambite dall’umanità, tanto da trasformare il secondo in “oro verde”. L’aumento dei prezzi dei cereali – definito uno “tsunami silenzioso” – ha determinato manifestazioni di malcontento soprattutto in alcune nazioni: Messico, Haiti, Bengala occidentale, Egitto, Marocco, Burkina Faso, Mauritania, Senegal, Niger, Camerun. Da questa lista risulta evidente che i primi a essere fortemente toccati dai rincari sui prodotti agricoli sono i cittadini dei Paesi del Sud del mondo, e in testa vi sono milioni di africani.

Speculazioni finanziarie sui prodotti agricoli


Questo aumento dei prezzi delle materie prime agricole è stato causato da vari fattori. In primis, molti terreni prima coltivati a cereali per il mercato alimentare sono stati riconvertiti ad altra destinazione produttiva, cioè a colture indirizzate al settore delle bioenergie (privilegiando il mais per il bioetanolo, colza e girasole). Questa riconversione ha influito sulle scorte mondiali di cereali, diminuite per ovviare non solo a questa trasformazione nei mercati, ma anche per effetto di periodi di siccità o di devastanti piogge (dovute ai cambiamenti climatici in atto) che hanno inciso negativamente sulla quantità e sulla qualità delle produzioni agricole.
Anche l’aumento della popolazione mondiale sta avendo ripercussioni sulla disponibilità dei cereali (questa è però una questione delicata e controversa). Molte dinamiche – agricole, climatiche, economiche, sociali – sono quindi fra loro intrecciate. C’è però un altro fattore non meno incisivo e forse ben più rilevante che spiega questi rincari: la diffusa pratica delle speculazioni. I giochi al ribasso e al rialzo nei mercati finanziari riguardano non solo beni immateriali (azioni, titoli di stato, ecc.), ma anche beni di prima necessità.
La borsa merci di Chicago – uno spazio così lontano dai piccoli produttori agricoli dell’America Latina, dell’Asia e dell’Africa – determina i prezzi anche del grano, del mais, del riso. È alla borsa merci di Chicago che si negoziano i contratti sui cereali ed è qui che agiscono in sordina quelle lobby internazionali interessate a speculare sulle risorse naturali, che la terra produce grazie al duro lavoro di milioni di contadini.
Negli ultimi anni, hanno sempre più peso questo tipo di lobby, spesso slegate dal mercato agricolo, ma conniventi con le multinazionali dell’agro-business e con banche e istituti interessati a quanto può loro fruttare la vendita del grano e di altri cereali (i futures, cioè i contratti a termine standardizzati e addirittura i fondi pensione sono in molti casi utilizzati dalle lobby in questo tipo di giochi sui prezzi). Tali speculazioni sui prodotti agricoli rientrano in quella corsa all’accaparramento delle terre migliori. In tutto questo il continente africano rischia di subire conseguenze gravissime.

Dal business agro-alimentare al business della terra


A seguito della crisi alimentare ed economica degli anni 2007-2008, si è intensificato il fenomeno del cosiddetto land grabbing, cioè l’accaparramento delle terre fertili nei Paesi del Sud del mondo da parte di organismi privati e pubblici. Per accaparramento si intende l’acquisto vero e proprio oppure la locazione per tempi spesso lunghi, decennali o più. Il 70% della terra “confiscata” si trova nell’Africa sub-sahariana: questo perché il terreno è molto più economico che in Asia. George Schoneveld del Center for International Forestry Research, analizzando il fenomeno del land grabbing intercorso tra il 2005 e il 2011 nell’Africa, ha notato che i due terzi della superficie “saccheggiata” interessava sette Stati: Etiopia, Ghana, Liberia, Madagascar, Mozambico, Sudan del Sud e Zambia.
Tra le nazioni protagoniste di questa corsa alle terre africane vi sono: la Cina, l’India, la Corea del Sud, l’Olanda, l’Arabia Saudita e, indirettamente attraverso varie società, anche Stati Uniti e Gran Bretagna. Grazie a politici locali conniventi, questi soggetti non interessati allo sviluppo dell’Africa, ma solo al proprio tornaconto, stanno attuando ciò che è stato giustamente definito “neocolonialismo”. Tale pratica rischia di esacerbare latenti o antichi conflitti.

La terra etiope saccheggiata

Esempio lampante in questo senso è il caso Etiopia-India. Nel 2011, la Karuturi Global Ltd, società di Bangalore, leader nella produzione mondiale di rose, ha stipulato con il governo di Addis Abeba un contratto per l’affitto di 300mila ettari di terra fertile da destinare alla produzione di riso, palma da olio, canna da zucchero e cereali. La durata del contratto, non diffuso pubblicamente a livello ufficiale, è di ben cinquant’anni! Ma dato ancora più sconvolgente è che la società indiana dovrà pagare come affitto solo 170 euro a settimana: in pratica un regalo da parte dell’Etiopia, un Paese che tutti sanno essere soggetto a carestie e a scarsità alimentare.
Per la società indiana è certamente un enorme proficuo risultato, perché ha la possibilità di espandere il proprio mercato e quindi il fatturato. Di contro, la Karuturi intende costruire in Etiopia infrastrutture, creare posti di lavoro e migliorare il settore agricolo-alimentare locale. È ciò che auspica il governo etiopico, speranzoso di interrompere la piaga della miseria e dalla denutrizione del Paese. Ancora una volta, sembra che lo sviluppo di una nazione africana si possa compiere solo “svendendo” le proprie risorse a soggetti stranieri, sperando che questi mantengano davvero i patti concordati.

Il controllo delle fonti idriche: un problema del futuro


La pratica sempre più diffusa del land grabbing in Africa non significa però solo prendere possesso di terreni. Come mette in evidenza Lester R. Brown nel volume 9 miliardi di posti a tavola (Edizioni Ambiente, 2012): “Un’acquisizione di questo tipo comporta anche i diritti di utilizzo dell’acqua, e coinvolge pertanto anche le nazioni poste più a valle lungo i corsi fluviali. Per esempio, l’acqua che viene estratta nel bacino dell’alto corso del Nilo e utilizzata per irrigare nuove piantagioni in Etiopia, Sudan e Sudan del Sud, non arriverà più in Egitto, alterando in maniera sostanziale la delicata gestione idrica del Nilo, via via che nuove nazioni si andranno ad aggiungere a quelle con le quali l’Egitto deve competere per l’utilizzo delle risorse idriche”.
L’Etiopia, nello svendere la propria terra, rischia di compromettere gli equilibri idrici della regione e di alterare profondamente il modus vivendi dei popoli locali, come già sta accadendo. Basta considerare la situazione degli Anuak e dei Nuer, costretti a lasciare i loro antichi villaggi, perché le terre che ancestralmente abitavano – quelle fertili della regione di Gambella, al confine col Sud Sudan – vengono regalate agli investitori stranieri, tra cui primeggia il miliardario saudita Sheikh Mohammed al-Amoudi, proprietario di un importante gruppo agro-industrale. Le terre etiopi sono regalate, poiché in questa nazione del Corno d’Africa un ettaro di terreno può essere affittato per meno di 50 centesimi di dollaro l’anno. Si tenga conto che invece in Asia, dove la terra è più scarsa, un ettaro può arrivare a costare 50 dollari e anche di più.

Il caso Darfur

Il conflitto in Darfur, in Sudan, ha cause diverse e complesse. Ma come ha sottolineato Paolo De Castro nel libro Corsa alla terra (Donzelli Editore, 2011): “Esso è stato esacerbato dalla diminuzione di disponibilità di terra fertile e acqua causata dall’arrivo nell’area dei profughi provenienti dal Sud di popolazione e di bestiame portato dagli allevatori nomadi, con conseguente aumento della domanda delle risorse in un’area dove la sopravvivenza del 75% degli abitanti dipende dallo sfruttamento diretto dei terreni, congiunta a condizioni climatiche che hanno fatto della regione una delle più secche del mondo dagli anni settanta a oggi, hanno alimentato l’antagonismo e lo scontro armato tra pastori nomadi e agricoltori. La disponibilità di suolo e acqua, se non è causa diretta del conflitto, crea le condizioni ideali per la sua deflagrazione e la sua durata prolungata”.

Tanzania: dalla svendita al controllo della terra

Per favorire investimenti nel settore dell’agricoltura, il governo tanzaniano nel 2008 aveva sostenuto il programma Kilimo Kwanza (Prima l’Agricoltura). Due anni dopo è stato creato il consorzio Sagcot, volto a incentivare lo sviluppo agricolo della Tanzania meridionale. Esso inizialmente ha incentivato l’ingresso di aziende straniere interessate a investire nel Paese nelle colture della canna da zucchero, del riso e della manioca.
Tra le compagnie che hanno accolto l’invito vi è l’impresa statunitense AgriSol Energy, che ha firmato un “memorandum d’intesa” col governo della Tanzania per avere in concessione (a un prezzo stracciato pari a 200 scellini tanzaniani [poco meno di € 100,00] per ettaro all’anno) 325mila ettari di terra nella fertile regione del lago Tanganika. Questa avventata decisione ha causato la deportazione di migliaia di rifugiati burundesi – riparatisi in Tanzania a causa dell’instabilità politica nella Regione dei Grandi Laghi – che abitano a Katumba e Mishamo: nel 2009 è stata garantita loro la cittadinanza tanzaniana. Nonostante ciò, l’AgriSol Energy li sta costringendo a evacuare la regione, che per i rifugiati burundesi ha rappresentato la salvezza e una seconda possibilità per vivere coltivando quelle terre.
Ciò ha creato una forte mobilitazione nella società civile tanzaniana – in testa l’Ong Land Rights Research and Resources Institute (LARRRI) e a livello internazionale (grazie soprattutto al centro studi indipendente americano Oakland Institute). Questo dissenso interno ed esterno ha portato il governo di Dodoma a fare un passo indietro, ponendo limiti ben precisi alle superfici di terreno che un singolo operatore privato, nazionale o internazionale, può “prendere in affitto” a usi agricoli. Per gli operatori che vogliono investire nel mercato della canna da zucchero, il limite di terra che possono ottenere in concessione è di 10mila ettari; chi invece intende investire nella produzione di riso il limite è di cinquemila ettari. La differenza è stata spiegata da Peniel Lyimo, segretario del primo Ministro della Tanzania, affermando che la fibra dello zucchero di canna viene usata anche per produrre energia elettrica (ed è ciò che interessa l’AgriSol Energy).

Le colpe dell’Italia

Il nostro “Bel Paese” è anch’esso coinvolto nell’accaparramento indiscriminato delle terre africane. Le imprese e le istituzioni finanziarie italiane maggiormente attive sono: Eni, Maccaferri, Generali, Banca Unicredit, Banca Intesa, Monte dei Paschi di Siena. Queste società e istituti di credito, secondo Re:Common (associazione che promuove campagne contro la finanziarizzazione della natura e per una gestione democratica dei beni comuni), portano l’Italia al secondo posto tra i Paesi europei più attivi in questo settore, seconda solamente all’Inghilterra.
Le nazioni africane più appetibili per le società italiane sono il Mozambico, l’Etiopia e il Senegal, dove vengono acquistate terre a basso costo. I terreni vengono poi utilizzati soprattutto per coltivare grano, mais, canna da zucchero, e altre biomasse vegetali, come la jatropha. Queste piante non vengono trasformate in alimenti per l’uomo, bensì in oli convertiti in biodiesel, utili quindi al sempre più redditizio mercato degli agro-combustibili.
A questo proposito, interessante è il caso della Fri-El Green Power, società italiana tra le più industriose nella produzione e vendita di energia elettrica ottenuta da fonti rinnovabili (eolico, biogas, biomassa). Leggendo la storia e il modus operandi di tale azienda sembrerebbe tutto positivo ed eticamente corretto. Il suo motto è: “Progettiamo oggi per vivere bene domani”. Un motto che però non si addice alla popolazione etiope a cui la Fri-El Green Power ha sottratto la terra, pagando solo 2,5 euro l’anno per ettaro. In pratica, questa impresa italiana ha affittato per 7 decenni, un totale di 30mila ettari di terra, per produrre olio di palma destinata ad alimentare una centrale termoelettrica italiana (probabilmente quella di Acerra in Campania). La Fri-El Green Power si è accaparrata terre anche in Nigeria e in Congo (Brazzaville) per coltivare palme da olio per agrocarburanti. L’Eni non è da meno, anzi: all’interno della Repubblica Democratica del Congo ha acquisito il diritto di sfruttare 180mila ettari di terra per la coltivazione di palme da olio. Interessante notare che la Fri-El Green Power ha replicato all’associazione Re:Common in merito alle accuse di sfruttamento intensivo delle terre etiopi e congolesi, sottolineando che l’azienda non ha mai operato in Congo e che “non produce e non produrrà jatropha e olio di palma per esportazione, in quanto non facenti parte del piano di sviluppo della Società”. In realtà, l’African Press Agency il 23 luglio 2008 ha lanciato un’agenzia secondo cui la società italiana ha intenzione di produrre biocarburanti in Congo, grazie a un accordo firmato lunedì 21 luglio 2008 a Brazzaville dal manager Thomas Gosthener della Fri-El Green Power e dal Ministro dell’Agricoltura, Rigobert Maboundou.
Anche la società Agroils – creata da Giovanni Venturini Del Greco – per produrre biocarburanti ha ottenuto terreni in Marocco, in Senegal, in Camerun e in Ghana. Sottrarre terra destinabile alla produzione alimentare, per ottenere invece bioetanolo e biodisel è eticamente irrazionale, soprattutto se vengono utilizzati terreni dell’Africa, un continente che ha bisogno di sfamare milioni di suoi abitanti. La produzione di biocarburanti è un metodo basato ancora su logiche colonialiste ed eurocentriche, che considerano l’Africa come uno spazio di conquista e di sfruttamento. A pagarne le conseguenze sono sempre i più poveri.

Il rapporto tra land grabbing e sovranità alimentare

Svendere la terra africana ha conseguenze terribili sulla popolazione, soprattutto sulle persone che vivono nei villaggi, nelle zone rurali, che vivono in simbiosi e in funzione della terra. I contadini spesso non hanno potere, cioè non possono rivendicare diritti sui terreni da loro coltivati, perché non in possesso di titoli di proprietà. La proprietà terriera era un concetto estraneo alla cultura tradizionale africana: la terra era di tutti, anche se amministrata da un capo villaggio. Solo con l’avvento de colonialismo europeo sono state importate – spesso con la forza – pratiche tipiche del capitalismo, tra cui appunto la proprietà privata. Non avendo titoli o diritti da difendere i contadini africani si vedono espropriare la terra, e quindi la loro stessa sussistenza alimentare. Perdere la terra significa non avere più la garanzia del cibo quotidiano: senza terra non ci sono raccolti e non c’è sicurezza alimentare. Una questione vitale che sta spingendo milioni di contadini africani e in altre parti del globo a mobilitarsi contro il furto legalizzato della loro terra, della loro vita.

Silvia C. Turrin

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