Costa d'Avorio: terra i Missione

darioIl rapporto tra la SMA e la Costa d’Avorio dura ormai da quasi 118 anni. Era infatti il 28 ottobre 1895, quando i primi due padri SMA francesi misero piede a Grand Bassam. Da allora la Chiesa in Costa d’Avorio è cresciuta, e se sono 77 i padri SMA sepolti nel paese, la loro opera missionaria ha dato e continua a dare molti frutti, soprattutto dal 1983, anno in cui l’Assemblea Generale ha permesso l’ingresso di africani nella SMA. Se nel 1980, quando padre Dario Dozio, oggi responsabile della casa regionale di Abobo-Doumé (Abidjan), è sbarcato nella prima volta nel paese, i missionari SMA erano ancora più di 150, mentre oggi i numeri si assottigliano sempre di più e, per esempio, gli SMA presenti nel paese nello scorso anno pastorale erano solo 30.... ma è giusto così... i missionari devono continuare a gettare semi là dove il Vangelo è ancora sconosciuto e ormai (per fortuna) in Costa d’Avorio la messe delle vocazioni e delle conversioni è molto ricca. Riportiamo qui di seguito la lettera di p. Dario, che ci racconta come stanno andando le cose in questo momento così delicato di ricostruzione del paese dopo i troppi anni di guerra civile che hanno fatto seguito al colpo di Stato del 19/09/2002.

Abdul non porta più il kalashnikov quando viene a trovarmi: sa che le armi non sono gradite a casa nostra. Siamo diventati amici quando qui attorno regnava il caos totale e i ribelli sfondavano le porte delle case per rubare tutto quel che potevano. Quel giorno, sei gruppi armati erano già entrati da noi saltando il muro di cinta. Steso a terra, con le armi puntate alla testa, ho visto partire il mio computer, la bombola del gas, le pentole della cucina e anche la macchina bloccata in garage da mesi… È allora che ho incontrato Abdul e la sua banda: avevano sete, non mangiavano da giorni e cercavano un angolo dove riposarsi. Così ci siamo messi a parlare attorno a un piatto di riso con peperoncino e pesce affumicato, mentre tutt’attorno si sentiva sparare. È strano quante cose ci si possa dire quando la vita è attaccata a un filo e non sai se ci si rivedrà ancora. Non aveva mai chiacchierato con un prete, non capiva perché non fossi scappato come gli altri bianchi e che ci stavo a fare in questo quartiere di periferia. Ci siamo lasciati con la promessa di ritrovarci a guerra finita.

Ora Abidjan ha ripreso con fatica a vivere: scuole, uffici, banche… tutto corre quasi con il ritmo di prima. Vari cantieri lavorano giorno e notte per sistemare le strade, gli autobus sono strapieni e per arrivare in centro con la macchina ti devi fare almeno un’ora di coda. Ma chissà quanto ci vorrà per riparare i disastri provocati dalla guerra. I semafori sono ancora fuori uso, spesso ci sono lunghe interruzioni di corrente elettrica, l’acqua potabile arriva a tratti e solo di notte. E più grave ancora è l’insicurezza generale: ogni settimana giunge notizia di aggressioni armate soprattutto alle parrocchie o alle case religiose. Un parroco della zona è finito all’ospedale con la mandibola rotta a calci in bocca: non aveva in casa abbastanza soldi da dare ai ladri.
Ma il mio amico Abdul è sempre pronto per proteggermi: da ribelle a angelo custode – mi dice scherzando. Spero proprio di non averne bisogno: preferisco l’altro, che prego ogni sera prima di dormire. Però Abdul non si scoraggia e la scorsa settimana mi ha invitato al campo militare per conoscere i capi e salutare i suoi colleghi. Sono tantissimi i giovani arruolati un po’ ovunque durante la guerra. Li hanno armati per poi mandarli a combattere. Ora il problema è come disarmarli e reinserirli nella vita sociale. Perché chi ha avuto un kalashnikov in mano, fa fatica a riprendere la zappa. Poi molti hanno perso tutto: parenti, casa e anche la dignità. Non è semplice tornare a vivere come prima.
raccolta cotone
Con pazienza, ogni volta spiego che la terra è dura da lavorare ma non tradisce, soprattutto con il clima caldo-umido della Costa d’Avorio, dove tutto cresce rigogliosamente e in poco tempo. E che è ancora possibile vivere onestamente.

Così, con l’aiuto della Provvidenza, abbiamo iniziato una piantagione di hevea (albero della gomma). Ci vogliono circa 7 anni di lavoro e sacrifici, prima di arrivare a produzione. L’impresa è lunga e abbastanza cara, ma noi ci siamo lanciati su un terreno di 10 ettari fuori Abidjan. Altri giovani si stanno specializzando nell’allevamento di pesci: l’acqua non manca in questa zona di lagune. Tra qualche mese le carpe saranno adulte e Arlaine penserà ad affumicarle per spedirle nei mercati dell’interno. Kwaku ha puntato sulla manioca: qui al sud abbonda e le donne sanno trasformarla in farina per l’“attieké”, l’alimento base, come la banana o l’igname. Così pensa di venderlo al nord del paese, proprio dove era iniziata la ribellione. È là che Kwaku è stato arruolato e si è formato per la guerra. Ma lui non ne vuole mai parlare. “È roba passata – mi dice – e non bisogna guardare indietro, altrimenti si rischia di rovinare tutto.”
Sarà poi vero che “la storia è maestra di vita”? A vedere i suoi allievi non sembra molto. Comunque da noi vale il proverbio del tamburo parlante che dice: “Dio ha fatto tante cose belle, ma di tutte la migliore è l’oblio.” Dimenticare, mi ripetono con tristezza, è l’unica cosa possibile per andare avanti. La parola “perdono” invece è dura da capire: forse ci vorrà più tempo che per la piantagione di hevea. Così oggi è questa è la mia terra di missione: il cuore di tanti giovani profondamente ferito dalle assurdità della guerra. Terra dura, arida… Ma io credo ancora ai miracoli e non mi stanco mai di sperare con loro.

P. Dario Dozio



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