Namibia, terre d'Africa desertica e sconosciuta

Sara Rizzi, nata a Milano nel 1986, si Laurea in Comunicazione Interculturale presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca. Approfondisce la sua passione per l’Africa e l’Antropologia con la Laurea Magistrale in Scienze Antropologiche ed Etnologiche nella stessa Università. In seguito alla vincita della borsa di studio del progetto Extra di Fondazione Cariplo, ha la possibilità di sviluppare la propria ricerca collaborando con la University of Namibia per una tesi dal titolo “I Living Museum San in Namibia. Etnografia, turismo e immaginario turistico”. Si laurea nel 2011 e continua a coltivare la sua passione per la Namibia attraverso pubblicazioni e incontri, mentre lavora attualmente per una Onlus italiana.
Parte di questo Focus deriva dalla tesi di laurea magistrale sopra citata.



La Namibia, indipendente dal 1990, è una repubblica dell’Africa meridionale con capitale Windhoek. Con una densità di popolazione di circa 2 abitanti per chilometro quadrato si posiziona al secondo posto tra i Paesi meno popolati al mondo. Il suo territorio è prevalentemente desertico: appartengono alla Namibia il deserto del Kalahari e il deserto del Namib, il più antico al mondo, che dà il nome al Paese stesso. Confina con l’Angola a nord, con il Sud Africa a sud e sud-est, con il Botswana a est e arriva a toccare, con l’estrema punta nord-est del Caprivi, Zambia e Zimbabwe. Ad ovest è completamente bagnata dall’oceano Atlantico.
La geografia della Namibia è caratterizzata da una serie di altopiani, il punto più alto dei quali è il Brandberg (2.606 metri). L’altopiano centrale attraversa il paese lungo l’asse Nord-Sud, ed è circondato a ovest dal Deserto del Namib e dalle pianure che giungono fino alla costa, a sud dal Fiume Orange, a sud e a est dal Deserto del Kalahari. I confini del paese a nord-est delimitano una stretta fascia di terra, nota come “dito di Caprivi”, che fu ottenuta dai tedeschi come sbocco verso il fiume Zambesi. L’aridità del territorio fa sì che buona parte dei fiumi siano a carattere torrentizio. I fiumi di maggiore entità si trovano solo lungo i confini: da nord a sud, i principali sono il Kunene, l’Okavango, lo Zambesi e l’Orange.
A livello amministrativo la Namibia è divisa in 13 regioni molto diverse tra loro per numero di abitanti, lingua, etnia prevalente, sviluppo economico e distribuzione del reddito. La Namibia presenta ben tredici etnie riconosciute nel Paese ed una conseguente gran varietà culturale, etnica e linguistica.
La lingua ufficiale è l’inglese, tuttavia sono presenti più di undici lingue indigene, di cui l’Oshiwambo, di ceppo Bantu, è la maggioritaria e parlata da circa il 50% dell’intera popolazione. È la lingua dell’etnia Owambo, la più numerosa della Namibia. Oltre alle altre lingue indigene, sono molto diffuse il tedesco e l’Afrikaans, quest’ultimo soprattutto nelle zone costiere e nella parte meridionale del Paese.

Contraddizioni namibiane oggi

Ad oggi la Namibia è uno Stato indipendente e ricco di contraddizioni. Proprio questo costituisce parte del suo indiscutibile fascino. Se da un lato presenta un Pil pro-capite tra i più elevati dell’Africa, dall’altro presenta una delle più elevate disparità di distribuzione del reddito al mondo. Nonostante i giacimenti di diamanti, zinco, rame, argento e oro, l’economia namibiana si sta sviluppando solo da pochi anni e non aiuta comunque a fermare l’alta incidenza di infezioni di AIDS/HIV delle regioni del nord al confine con l’Angola. Pur possedendo ricchezze culturali, biodiversità e ambienti naturali tra i più disparati, stenta ancora ad attuare realmente i propositi di tutela ambientale e dei diritti umani decantati nella Costituzione, presentando infatti ancora oggi gravi problemi nei progetti di sviluppo e tutela delle minoranze.
Economia namibiana
Anche se i dati mostrano un paese in via di sviluppo, con una crescita reale del PIL pari al 2,8% per il 2008 ed un PIL procapite nominale molto alto (4.135$ nel 2008), bisogna tenere in considerazione che la Namibia è uno degli stati dell’Africa con la più alta diseguaglianza di reddito, per cui il 55,8% della popolazione vive ancora oggi con meno di due dollari al giorno.
La crescita economica della Namibia risulta strettamente connessa agli introiti provenienti dall’esportazione dei prodotti dell’industria mineraria, che rappresentano il 50% delle entrate derivanti dagli scambi con l’estero.
La Namibia si colloca al sesto posto tra i produttori mondiali di diamanti di ottima qualità, al quinto posto al mondo tra i paesi esportatori di uranio ed al quarto posto tra i paesi dell’Africa esportatori di minerali non combustibili.
Oltre ai diamanti e all’uranio, lo stato estrae ingenti quantità di zinco, rame, piombo, argento e oro. Nonostante ciò, il settore minerario occupa solo il 3% della popolazione.
La metà dei namibiani si dedicano all’agricoltura e all’allevamento di sussistenza. Si coltivano principalmente mais e miglio e si allevano soprattutto capre e pecore. La produzione agricola comunque non copre il fabbisogno nazionale, che dipende al 50% dalle importazioni.
In particolare i principali prodotti importati nel paese sono, i macchinari, i mezzi di trasporto ed i prodotti alimentari (circa il 50% del fabbisogno di cereali del paese).

Turismo namibiano e gestione delle terre

Il turismo possiede un enorme potenziale, con un ritmo di crescita annuale medio dell’ 8% (un incremento del 9,92% tra il 2005 e il 2006 e del 7,13% tra il 2006 e il 2007). Riconoscendo l’importanza strategica del settore turistico per lo sviluppo del Paese, il Governo namibiano prevede che esso diventi, nei prossimi anni, il secondo motore trainante del Paese. Nel 2006 il settore turistico ha rappresentato il 15,96% delle entrate statali e ha creato 71.780 posti di lavoro. Il turismo namibiano e quello della maggior parte dei Paesi sudafricani è basato sull’aspetto naturalistico e faunistico che ha portato i Governi ad attuare politiche mirate alla protezione della flora e della fauna. Le risorse naturali sono state riconosciute come portatrici di valore.
Secondo le stime del Consolato Onorario di Namibia in Italia, la popolazione bianca in Namibia rappresenta il 5% del totale, ma produce il 75% della ricchezza nazionale.
Per capire la distribuzione e lo sviluppo dei canali turistici ed economici, nonché le problematiche sociali ad essi legati, è utile avere una mappa della distribuzione delle terre in Namibia.
In Namibia vi sono terre commerciali (freehold land), private, che occupano il 45% del territorio nazionale e rappresentano la maggior parte delle terre fertili. Sono di proprietà di agricoltori per lo più bianchi e forniscono circa il 90% dei raccolti immessi sul mercato. Tutte le principali concentrazioni urbane, compresa la capitale Windhoek si trovano su queste terre.
Le terre comunitarie (communal land) occupano invece il 40% del territorio e derivano dalle homeland, create in passato per concentrarvi le varie etnie. Oggi la maggioranza della popolazione risiede in queste terre praticando un’economia di sussistenza.
In fine vi sono terre statali (state land) che costituiscono il 15% del territorio nazionale e sono costituite da parchi nazionali o riserve minerarie.
Carlo Cencini sottolinea come sia importante per la Namibia un ecoturismo che si accosti alla definizione dell’International Union for Conservation of Nature (IUCN) (Ceballos-Lascuràin, 1996), cioè non solo “ecologico”, ma anche “etnico”, cioè aperto all’incontro con le altre culture a alla scoperta dell’Africa, ed “etico”, cioè capace di coinvolgere le comunità locali e contribuire al loro sviluppo. Si propone un turismo delle tre “e”. Questo tipo di turismo permetterebbe infatti di non concentrare l’intero flusso turistico nel “nucleo interno”, cioè nelle terre commerciali, ma di permettere un regolare afflusso turistico anche alle zone periferiche attraverso l’incontro consapevole con diverse culture e attraverso il coinvolgimento delle comunità locali e la partecipazione al loro sviluppo. Il turismo in Namibia è inevitabilmente legato – sostiene Cencini – al coinvolgimento delle popolazioni locali, poiché solamente in questo modo si potrebbe evitare di aggravare le disparità spaziali e sociali tra “centro” (capitale e terre commerciali) e “periferia” (terre comunitarie). Per realizzare questo progetto e per un reale sviluppo economico omogeneo, le aree comunitarie dovrebbero essere integrate nell’industria turistica namibiana attraverso nuove forme di ecoturismo e di etnoturismo. Se si considerano i diversi tour proposti dai tour operator si nota come le rotte turistiche siano pressoché identiche, standard e tocchino davvero una minima parte dello sconfinato territorio namibiano. Esse toccano generalmente i “must” namibiani, quei luoghi irrinunciabili, già visti e rivisti da milioni di turisti, ma non considerano le rotte meno note.

Politiche governative

I programmi intrapresi dal Governo, mostrano il tentativo di attuare un’attività turistica controllata e non lesiva delle risorse naturali. La Namibia è l’unico Stato africano ad avere all’interno dell’articolo 95 della Costituzione una dichiarazione d’intenti che fa appello «alla conservazione degli ecosistemi, dei processi ecologici essenziali e della diversità biologica della Namibia nonché all’utilizzo delle risorse naturali viventi su base sostenibile a beneficio di tutti i Namibiani, sia attuali che futuri.».
La nascita del Ministry of Environment and Tourism of Namibia (MET), sancisce proprio il forte legame tra turismo e ambiente. Questo organo governativo ha dato vita a due importanti documenti, il Tourism Development Plan (MET, 1992) e il White Paper on Tourism (MET, 1994), che si propongono di guidare lo sviluppo turistico in base alla capacità di sopportazione dei diversi ecosistemi e alla possibilità di coinvolgimento delle comunità locali nelle aree comunitarie attraverso joint ventures e creazione di cooperative locali. L’obiettivo sarebbe quello di favorire il turismo nelle zone periferiche della Namibia e renderlo strumento di equa distribuzione dei redditi (Weaver e Elliott, 1996). Altro documento estremamente importante è il Promotion of Community Based Tourism (MET, 1995), che pone attenzione all’aspetto delle comunità locali come attori principali dello sviluppo e della tutela ambientale: «Questo documento fornisce un quadro per garantire che le comunità locali abbiano accesso alle opportunità di sviluppo turistico e siano in grado di condividere i benefici delle attività turistiche che si svolgono sulla loro terra.».
Proprio per favorire questo aspetto, nel 1995 il Governo ha lanciato la Concervancy Policy che concede agli abitanti della aree comunitarie il diritto di beneficiare delle proprie risorse naturali. La legge consente infatti la creazione di concervancy, cioè aree comunitarie in cui la popolazione locale o i proprietari mettono in comune le risorse naturali ai fini della loro tutela e dell’utilizzo sostenibile delle risorse stesse. Il Governo sta tentando di portare avanti, dal 1994 il Community-Based Tourism Development (CBTD), cioè il coinvolgimento dei residenti delle aree comunitarie nel turismo sta ricevendo una grande attenzione da parte del Governo, dei tour operator, delle organizzazioni non governative presenti sul territorio e delle comunità locali stesse. Dal 1998 ad oggi sono state istituite 59 concervancy.

Un po’ di storia namibiana

I primi abitanti della Namibia furono i San o Boscimani, la cui antica presenza è testimoniata da numerosi esempi di arte rupestre nella zona del Damaraland. Da qui furono spinti, durante il XIV sec. verso il deserto del Kalahari dalle popolazioni Nama e Damara. Verso il XVI sec. giunsero, probabilmente dalla regione dei Grandi Laghi, i popoli Owambo di origine bantu. Si stabilirono lungo il confine tra Angola e Namibia, sulle rive del fiume Okavango. Infine intorno al XVII sec. fecero la loro comparsa i primi mandriani Herero. Questa è una delle principali caratteristiche namibiane, cioè il gran numero di etnie presenti e riconosciute, ben tredici: San, Nama, Damara, Herero, Himba, Owambo, Kavango, Capriviani, Tswana, Basters, Coloured, Afrikaners, Caucasian. Queste etnie sono riconoscibili poiché presentano caratteristiche fisiche molto diverse e anche le lingue da loro parlate sono spesso molto differenti a livello fonetico.
Sebbene oggi la Namibia sia uno Stato unitario e non-etnico, permane una grossa divisione tra identità etnica e classe economica o socio-politica. L’etnia Owambo è attualmente la più numerosa e con questo potere numerico decide spesso le sorti politiche del Paese. I diversi gruppi San, sebbene parlino lingue o dialetti diversi, vivano in aree differenti e abbiano sviluppato identità autonome, condividono uno stato sociale disagiato, da emarginati.

I San ci raccontano la Namibia

Essendo i più antichi abitanti della Namibia, i San attraverso la loro storia ci possono raccontare anche la storia del Paese.
Oggi sono presenti circa 33.000 San namibiani, dislocati principalmente nel nord-est del Paese. Essi rappresentano solamente il 2% della popolazione totale. Studi archeologici e storici hanno portato alla conclusione che ci fosse presenza umana in Namibia fin dall’ottomila a.C.. Si ritiene che molte delle persone classificate oggi come “San”, siano i diretti discendenti della popolazione preistorica che anticamente abitava quest’area (Suzman, 2001).
Le categorie “San” o “Bushman” vennero create, la prima dai pastori o agricoltori di lingua bantu migrati verso l’Africa meridionale a significare “straniero”, la seconda dai coloni bianchi per indicare gli “uomini del bush, della boscaglia”. Le popolazioni categorizzate come “San” erano piuttosto differenti dai popoli Bantu incontrati: parlavano lingua khoe o san (caratterizzata dai cosiddetti click), vivevano prevalentemente di caccia e raccolta e avevano una struttura fisica simile tra loro caratterizzata dalla bassa statura, l’esile corporatura ed un colorito della pelle giallognolo. I San fanno parte, insieme ai Khoi (detti Ottentotti dei colonizzatori bianchi) che praticavano prevalentemente l’allevamento, del più ampio gruppo etnico khoisan. Dopo l’incontro e lo scontro con le popolazioni bantu giunte in Africa meridionale 1.500 anni fa, dagli anni Cinquanta del Seicento i San si scontrarono con gli Olandesi giunti in terra africana e vennero spinti verso il bacino del Kalahari. Proprio questo, secondo l’antropologa Megan Biesele, fece sì che i San riuscissero a mantenere salde le proprie tradizioni, i propri costumi e i propri metodi di sussistenza, vivendo in un ambiente solitario e duro come il deserto del Kalahari intorno al quale ancora oggi risiedono i più numerosi gruppi san. Le lingue e i dialetti San sono diversi e numerosi, ciascuno appartenente a regioni diverse, quasi tutte però del nord-est della Namibia. Come vedremo successivamente queste lingue e dialetti hanno in realtà una struttura e delle caratteristiche molto simili, quindi anche oggi i diversi gruppi dialettali riescono molto spesso a comprendersi ed interagire senza problemi. La differenza linguistica è data dalla struttura originaria della società San. I San infatti han sempre vissuto in modo semi-nomade in piccoli gruppi famigliari autonomi, in diverse regioni del Kalahari, a contatto con altri diversi gruppi linguistici ed etnici. In seguito al controllo sudafricano sulla Namibia (denominata allora South West Africa) - avvenuto durante la Prima Guerra Mondiale con un atto d’occupazione, al quale seguì un mandato ufficiale d’amministrazione da parte della Società delle Nazioni - e alla necessità di controllare terre e popolazione, il Governo d’occupazione sudafricano spinse i gruppi San a sedentarizzarsi e a praticare prevalentemente l’agricoltura. Sebbene la situazione dei San non fosse delle migliori neanche sotto il controllo dei colonizzatori tedeschi, che resero la zona dell’attuale Namibia colonia tedesca nel 1892 con il nome di Africa Tedesca del Sudovest, tuttavia la loro situazione peggiorò in seguito al passaggio della South West Africa sotto il controllo del Governo sudafricano (Suzman, 2001).
Nel 1960 la Odendaal Commission decise che la zona del Bushmanland e del Caprivi Ovest diventassero homeland, evoluzione delle riserve etniche nate in precedenza in Sudafrica. Nel 1971 il progetto si realizzò e da quel momento le sorti dei gruppi di lingua san furono diverse in base al loro luogo di residenza. Chi infatti non si trovava all’interno della zona del Bushmanland – attuale Tsumkwe District - perse i propri diritti sulla terra, infatti il Governo iniziò a confiscare territori per la creazione di riserve naturali e parchi protetti o per assegnarle ad altre etnie per la creazione di homeland (buona parte delle terre degli Ju/’Hoansi San nella zona di Tsumkwe venne confiscata per creare l’Hereroland Est per l’etnia Herero). Suzman ci ricorda che in quegli anni all’interno della zona denominata Bushmanland vivevano meno del 3% dei San namibiani (Suzman, 2001). In questi anni si verificarono gravi problemi di vagabondaggio, alcolismo e alti tassi di povertà tra i San che erano stati spinti per altro in una terra ben poco fertile e redditizia. Tra gli anni Cinquanta e Ottanta del Novecento gli Ju/’Hoansi San namibiani persero il 70% delle loro terre di caccia e raccolta. Questa loro vulnerabilità venne sfruttata dal Governo sudafricano durante i conflitti con l’organizzazione indipendentista di ispirazione marxista South-West Africa People’s Organisation (SWAPO), che lottava per l’indipendenza namibiana (Biesele e Weinberg, 1990; Gordon, 1984; Lee 1988; Marshall e Ritchie, 1984). Si pensi ad esempio al “31° Battaglione Boscimano”, costituito dal Governo sudafricano per contrastare i guerriglieri. Era composto da Boscimani attratti dal buon salario - vista la loro assai precaria situazione economica- e reclutati come tracker. La loro esperienza ed enorme conoscenza della natura e del luogo, permisero al Sudafrica una forte azione di controguerriglia. Una volta ottenuta però l’indipendenza della Namibia il battaglione fu sciolto e i Boscimani non vennero più accettati in patria o comunque emarginati. Chi non era entrato nelle file dell’esercito, prestava generalmente servizio nelle fattorie dei coloni bianchi. Qui i San rappresentavano l’ultimo gradino nella gerarchia sociale lavorativa. Essi venivano pagati meno dei lavoratori non San che di solito occupavano posizioni di autorità al di sopra dei San. Questi ultimi infatti erano ritenuti dai proprietari delle fattorie non affidabili, indisciplinati, contrattori di debiti. Molti San lavoravano e lavorano inoltre nella cura del bestiame per Herero o Tswana su terre comunitarie (R. Sylvain, 2002). Queste terre derivano dalla trasformazione e abolizione delle homeland in seguito all’indipendenza.
Dopo l’indipendenza della Namibia nel 1990, la popolazione san si è sempre più impoverita, in seguito anche alla creazione di parchi nazionali che han tolto loro terre e al divieto conseguente di cacciare in molte zone del Paese. Essi risultano per la maggior parte dipendenti dall’esterno, da finanziamenti governativi e non, ma soprattutto lontani da canali possibili di sviluppo (Suzman, 2001). Secondo dati UNPD, il gruppo san è l’unico della Namibia i cui indici di povertà e sviluppo umano sono peggiorati tra il 1996 e il 1998.
L’immaginario tipico dei San oggi, veicolato da documentari, brochure e film, è quella di un popolo di cacciatori e raccoglitori ancora legato alla natura, in simbiosi con essa, vestiti di pelli, ma questa immagine è ormai ben lontana dalla realtà. Alla fine degli anni Novanta, la società San, dai !Kung del Botswana agli Ju/’Hoansi namibiani, era in pieno cambiamento. Anche i San sono dunque inseriti, seppur ancora oggi con un ruolo molto marginale, in quel processo di modernizzazione e creazione di uno Stato indipendente ed unitario che ha portata alla Namibia odierna.

La Carta del Turismo Sostenibile, firmata a Lanzarote nel 1995, afferma che «il turismo per il suo carattere ambivalente deve essere esaminato in una prospettiva globale, perché può contribuire in maniera positiva allo sviluppo socioeconomico e culturale, ma anche al deterioramento dell’ambiente e alla perdita dell’identità locale».
Uno dei dibattiti intorno al turismo riguarda proprio la consapevolezza che i rapporti tra visitati e viitatori sono spesso assai diversi. C’è chi può viaggiare e chi può solamente essere visitato (Aime, 2005; Garrone, 1993). Secondo l’Organizzazione Mondiale del Turismo i Paesi in via di sviluppo ospitano il 23% degli arrivi turistici internazionali e una percentuale analoga guadagnano dal mercato turistico in valuta.
La Namibia è un esempio di Pese africano in grande sviluppo e con grandi potenzialità economiche, con una grande e ricca varietà culturale e con grande ricchezze naturalistiche. Tutto questo la rende anche molto vulnerabile. La sfida per questi Paesi africani emergenti è proprio quella di riuscire a dosare in modo appropriato risorse e difficoltà, sviluppo e conservazione culturale e naturale.

Sara Rizzi


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