Incontro e dialogo. L'altro specchio di me stesso

In questo mese estivo di luglio pubblichiamo una nuova riflessione che ci giunge dalla comunità di Kolowaré, da parte di p. Silvano Galli. Un invito - ci ha scritto - ad incontrare l'altro con occhi nuovi: vederlo come specchio per capire chi si è.


manti adinkra


Davanti alla missione c’è una veranda delimitata da paratie e pilastri in legno alti un paio di metri. Sono dei tronchi di teck presi nel parco che circonda missione e chiesa, e scolpiti da uno scultore di Sokodé con motivi attinti dalla vita quotidiana e dal mondo animale e vegetale. Poco lontano uno steccato con piccoli pilastrini in legno, protegge l’entrata e l’orto. Qui i motivi scolpiti sono diversi. Sono pittogrammi, dalla grafica elegante e incisiva, attinti dai manti adinkra, comuni ad alcune popolazioni della Costa d’Avorio, del Ghana, e del Togo meridionale.

Questi simboli, oltre che sui manti, si trovano nella vita di tutti i giorni come elementi decorativi su sedie, muri, porte, e come emblemi per vari gruppi e corporazioni. Gran parte di essi si trovano anche nei pesi akan per pesare l’oro. Essi sono l’espressione visiva di una filosofia e di un sistema di valori che mette l’accento sulle origini comuni, l’interdipendenza, la solidarietà.
Ogni simbolo rappresenta un’espressione unica che può essere un proverbio, un fatto storico, un atteggiamento o una qualità umana o animale, una pianta, forme di oggetti animati o inanimati. Il significato di questi motivi ricopre l’ambito estetico, etico, delle relazioni umane e concetti di ordine religioso e spirituale. L’insieme di questi ideogrammi, parti di un sistema di scrittura, compone un glossario simbolico in cui è condensato il senso della vita e della morte.

Gye Nyame è il simbolo della supremazia di Dio, il Dio che ingloba tutto con la sua onnipotenza. A destra un altro simbolo della grandezza e della maestà divina.

Nyame the ohene, Dio solo è re.
Alcuni di questi pittogrammi, che si riferiscono alla divinità, sono stati messi, come involucro protettivo, attorno alla lampada del Santissimo, nella chiesa di Kolowaré.
Eccone alcuni con i loro significati.


adinkrahene
Il primo, a cui tutti gli altri si sono ispirati, è l’adinkrahene, cioè il re degli Adinkra, il primo di tutti i simboli: ideogramma della sovranità, della grandezza, della potenza. Eccolo qui a destra, posto in alto dell’involucro.


nyame biribiwo soro
Il secondo è Nyame biribiwo soro: Dio è nei cieli, simbolo della speranza. Invito a vivere in unione con Dio con la fiducia inseparabile dalla certezza che è Lui che conduce la vita.


nyame nnwu na mawu
Il terzo è Nyame nnwu na mawu: Se Dio muore, morirò anch’io. E poiché Dio non muore, neppure io morirò. Simbolo della vita dopo la morte. Esiste anche un arbusto perenne, sempre verde, con lo stesso nome: Se Dio muore, morirò anch’io. E poiché Dio non muore, la pianta non morirà mai.

nyame dua
Poi il simbolo dell’albero di Dio, posto alla base dell’involucro: Nyame dua, simbolo della presenza e della protezione di Dio, come l’albero piantato nel centro del villaggio o del cortile.


aya
Infine, aya la figura ben visibile della felce, nella parte anteriore. La felce è il simbolo della resistenza, dell’ingegnosità, della perseveranza, del districarsi. La felce è una pianta rustica che può crescere in luoghi difficili. È dunque simbolo della perseveranza nelle difficoltà e avversità. Evoca intrepidità, coraggio, capacità di resistere e perseverare in circostanze ostili. Verso l’alto le foglioline si assottigliano: ciò significa che le difficoltà tendono a diminuire quando si progredisce senza paura su un cammino che si è decisi di percorrere.

Mi pare che questi simboli offrano messaggi vitali per ciascuno di noi. Sono un invito a lasciarci interpellare e ad entrare in dialogo con altre culture, a imparare la loro lingua. In questo periodo mi ha accompagnato un libretto che ho letto e riletto e che mi aiuta a situarmi nel mondo in cui vivo, ospite di altre culture: Ryszard Kapuscinski, L’Altro, Feltrinelli, 2009.
Kapuscinski ci ricorda innanzitutto che il dialogo non è mai facile. Dice: “Il pensiero viene formulato in base alla lingua. Parlando lingue diverse ognuno di noi si crea un’immagine del mondo personale e diversa da quella degli altri... Quindi il dialogo... richiede da parte degli interlocutori un grosso sforzo, una paziente tolleranza e il desiderio di capire e di intendersi.”

Devo rendermi conto che “parlando con un altro ho davanti qualcuno che in quello stesso momento vede e capisce il mondo in modo diverso dal mio. E questo è fondamentale per favorire un dialogo positivo”.

Non dobbiamo mai dimenticare che le altre culture sono specchi che riflettono la nostra permettendoci di capire meglio noi stessi. È impossibile definire la propria identità se non la si confronta con le altre. Ognuno di noi si crea con il contatto con gli altri.

Kapuscinski invita a “vedere” l’altro che è accanto a me. All’uomo che si affretta e affanna in mezzo alla folla in corsa, dice: “Fermati! Accanto a te c’è un altro uomo. Incontralo!" L’incontro è la più grande, la più importante delle esperienze. Guarda il volto che l’altro ti offre. Attraverso di esso, non solo ti trasmette se stesso, ma ti avvicina a Dio.
È l’augurio che ci facciamo a vicenda all’inizio di queste vacanze: un momento di sosta per incontrare l’altro e capire meglio noi stessi e tonificare la nostra vita.


Silvano Galli
Kolowaré, giugno 2014


Per leggere il file in pdf originale di questo scritto clicca qui


SMA, via Borghero 4 - 16148 Genova - info(at)missioni-africane.it - Web Design & CMS RossiWebDesign/Siti Web Genova