Giubileo a Tabou

Giubileo a Tabou

dozio 130x192Anche quest’oggi piove. È da giugno che scende acqua: ogni giorno un diluvio universale che trasforma la strada in torrente; ora invece è una pioggerella fine e insistente che ravviva un fiume di fango sulle piste. Impossibile andare nei villaggi. Anche la gente si è fatta rara alla Missione di Tabou: i ragazzi, finita la scuola, sono partiti in città; i pochi rimasti, stanno chiusi in casa, aspettando il bel tempo.

Così anch’io, per non prendere muffa come gli abiti del mio armadio, cerco qualcosa da fare: studiare la lingua krumen (complicata più del previsto!); sistemare i registri parrocchiali; mettere, dov’è possibile, un po’ d’ordine in questa vecchia casa coloniale… E ieri, frugando tra i cartoni ammucchiati nel magazzino, mi è venuto tra le mani il diario di padre Cossé.

Simon-Pierre Cossé, missionario SMA, arrivato a Tabou nel 1934 dopo aver camminato per 300 km in foresta: la prima volta che un sacerdote cattolico metteva piede in questa regione. Giovane e di famiglia ricca ( i suoi avevano una fabbrica di biscotti famosa in tutta Nantes), sbarca in Costa d’Avorio carico di ideali di “fede e patria”. Subito si mette al lavoro e giorno dopo giorno riporta scrupolosamente le impressioni della sua vita missionaria: i viaggi di esplorazione lungo la costa, le prime iscrizioni di catecumeni, le lotte con i coloni francesi, la prima scuola, le difficoltà dovute all’isolamento…

Niente strade carrozzabili, acqua potabile o corrente elettrica… Secondo le necessità, si fa muratore, maestro o infermiere. Per confessarsi, deve camminare diversi giorni lungo la spiaggia prima di trovare un altro prete: la missione più vicina è Sassandra, a 180 km. E nel ’38 il vescovo di Abidjan gli affida pure una seconda parrocchia: Aboisso, distante almeno 500 km. “Obbedisco!” - annota nel diario; e subito aggiunge: “Ma non capisco i ragionamenti dei superiori.” Poi di notte, al lume della lampada a petrolio, riempie fitte pagine del suo quaderno a quadretti.

Questa scrittura, piccola e decisa, mi ha accompagnato per settimane fino a tarda ora. Mi sarebbe piaciuto conoscerlo di persona: pare che avesse un gran senso dell’umorismo. I vecchi lo ricordano ancora con venerazione; poi sorridono indicandomi l’orto dove, 50 anni fa, venivano a rubare la frutta durante l’intervallo della scuola.

Gli dolevano le gambe, spesso aveva piaghe ai piedi, febbri malariche, anemia… Ma dalla foto appesa in salone si può scorgere ancora la grinta che lo animava. A volte sembra ridere sotto i baffi e fissarmi con quei suoi occhietti furbi. Chissà cosa pensa della sua missione oggi.

Molte cose sono cambiate. La prima chiesa, che p. Cossé aveva costruito con mattoni di terra e tanti sacrifici, è stata trasformata negli anni ’60 in abitazione; e adesso ne stiamo facendo una nuova, più grande e solida. Dove lui per anni ha lavorato solo, poi in compagnia di un altro confratello francese, oggi c’è tutta una diocesi, con 16 parrocchie e più di 50 sacerdoti, africani in maggioranza.

Quanto cammino è stato fatto! Quanti missionari, catechisti, persone umili e sconosciute hanno lavorato nella piantagione del Signore! Ci voleva proprio la pioggia insistente di questa stagione per bloccarmi in casa e farmi trovare il diario del fondatore. Così mi si è aperta una bellissima occasione per il prossimo anno: 1934 – 2009 Giubileo dei 75 anni di evangelizzazione. Tempo di far memoria, riflettere sul passato per guardare in avanti. E naturalmente lodare il Signore, perché, nonostante tutto, qui siamo sempre pronti a far festa. Anche voi siete invitati. Vi aspettiamo.

P. Dario Dozio



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