Marocco: L’ultima lampada

L’ultima lampada

revelli 2 200x150Padre Matteo racconta i lavori di ristrutturazione della Chiesa e pensa al futuro...


Per tutto il mese di settembre ed ottobre, nella chiesa, le impalcature hanno rimpiazzato i banchi e gli imbianchini hanno fatto un ottimo lavoro. Durante il mese di settembre i musulmani vivevano il tempo del ramadan e vi assicuro che io pregavo sovente per gli operai, affaticati dal digiuno di cibo ed acqua, appollaiati tutta la giornata a 15 metri di altezza per dipingere la volta, senza grandi misure di sicurezza, affinché non avessero qualche incidente.

Fortunatamente tutto è andato per il meglio ed abbastanza celermente, cosicché abbiamo potuto celebrare nella chiesa la ricorrenza dei Fedeli Defunti, accogliendo tutti, giovani studenti africani arrivati per i corsi universitari, europei e stranieri provenienti da varie parti del mondo e residenti a Fès, turisti.

Un autunno di incontri


Il nostro Vescovo di Rabat ha fissato come parola d’ordine d’inizio anno il verbo «accogliere ed essere accolti». I cristiani che da diversi anni vivono in Marocco e che sono un po’ abituati agli usi e costumi di qui devono interiorizzare le loro esperienze con molta umiltà e condividerle nell’accoglienza dei cristiani che arrivano per la prima volta.

Accogliere, insegnando loro i primi passi per la scoperta di un mondo nuovo, evitando di presentare il Marocco sotto un’angolatura essenzialmente negativa; ma presentare la sfida e l’arricchimento, per un cristiano, derivante dal vivere in un Paese che ha dei parametri religiosi e sociali diversi dal proprio Paese d’origine.

Essere accolti, sapendosi spogliare dalla tentazione di prendere come solo punto di riferimento l’esperienza vissuta al sud del Sahara o al di là del Mediterraneo All’inizio di ogni anno accademico aggiorno la lista degli studenti cattolici presenti a Fès. E mi rendo conto che di fronte a me, alla Messa, ho – come all’inizio di ogni anno pastorale – il 40% di facce nuove, mentre il 40% degli studenti dell’anno scorso sono ritornati ai loro Paesi.

Si tratta quindi di rilanciare la catechesi con i nuovi arrivati, di rimettere in moto la corale decimata dalle partenze, di proporre gruppi di riflessione, aspettare proposte diverse. I nuovi arrivati hanno esperienze diversissime di vita cristiana e la tendenza a richiedere la ripetizione di quanto hanno vissuto nelle parrocchie di origine, senza rendersi conto che, venuti da una chiesa «particolare », ora si trovano veramente a fare esperienza di una chiesa cattolica impiantata in paese musulmano, senza esserne però veramente incarnata.

E quella lampada?


Durante la Giornata Missionaria Mondiale, dopo il Vangelo, ho fatto l’appello dei vari Paesi. Un rappresentante è venuto di fronte all’altare, ha detto il nome della capitale e mostrato sulla cartina dove si trova il suo paese ed ha acceso una candela dal cero pasquale, simbolo della fede che anima il suo Paese: 28 candele sono state accese!

Segno di una fede veramente universale. Ho allora domandato: ho forse dimenticato di chiamare per nome qualche Paese? E mi sono sentito la risposta che speravo: una vecchia signora, nata e cresciuta in Marocco, mi ha detto con una certa rimostranza: perché il Marocco non è stato chiamato? Io sono cristiana di qui! In precedenza avevo preparato sull’altare un’antica e preziosa lampada ad olio di pietra fatta in Marocco, la sola rimasta spenta.

Ho detto allora: non mi sono dimenticato del Marocco, tutt’altro, soprattutto durante la Giornata missionaria! Ricordiamoci però che noi siamo cristiani nel Marocco, non del Marocco. Questa antica lampada simboleggia una fede cristiana qui viva per secoli ed attualmente completamente spenta. E il vivere in un Paese dove nessun abitante è cristiano sia per noi un piccolo tormento che diventa preghiera rivolta al Padrone della messe.

Un dono per Natale


Ed eccoci già a preparare l’Avvento e il Natale. Per fortuna un’anziana signora libanese ogni anno mette tutte le sue forze a preparare un presepe di stile europeo, con tanto di pini (finti!), di pastorelli ed angeli. Per gli Africani è tutta una novità, questo presepio di per inviare al paese. A me piacerebbe un presepio più africano, con Bambino e pastori neri! Ad ogni modo so già il dono che chiederò al Bambino Gesù e... anche a voi.

Durante le funzioni la mia voce si perde nella volta della chiesa e provoca un’eco tale da impedire di capire le mie parole. Difficile fare Comunità, in quel solo momento in cui tutti i cristiani sono in chiesa.
Grazie a chi continuerà a sostenermi.

Un abbraccio a tutti voi.

P. Matteo Revelli


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