Echi dal Sinodo Africano

"Africa, alzati!"

Il messaggio del Sinodo Africano al popolo di Dio

niger cb (2)“In un mondo pieno di contraddizioni e in piena crisi”, dove “situazioni tragiche di rifugiati, povertà estrema, malattie e fame uccidono tuttora migliaia di persone ogni giorno”, l’Africa, pur essendo la più colpita, “non deve disperare”. È all’insegna del grido “Africa, alzati!” che la seconda Assemblea speciale per l’Africa del Sinodo dei vescovi ha diffuso, venerdì 23 ottobre, il suo “messaggio al popolo di Dio”. Il testo ricorda la situazione “vergognosa” di molti Paesi (Somalia, Grandi Laghi e Uganda settentrionale, Sudan meridionale, Darfur, Guinea Conakry e altri), ma anche le “buone notizie” largamente ignorate da media che “sembrano concentrarsi sulle nostre disgrazie” piuttosto che “sugli sforzi positivi che stiamo compiendo”. Tra questi, l’avvio di cammini di pace in nazioni uscite da lunghi anni di guerra, casi di “buon governo” e iniziative intraprese per dare una soluzione ai problemi che affliggono il Continente.

La Chiesa, strumento di riconciliazione. È la “riconciliazione vera” che “può spezzare il circolo vizioso dell’offesa, della vendetta e del contrattacco”, scrivono i padri sinodali, ricordando la centralità del perdono “anche prima di qualsiasi ammissione di colpa”. “Essere strumento di pace e di riconciliazione” è un dovere per la Chiesa in Africa, le cui “strategie per la riconciliazione, la giustizia e la pace nella società devono andare oltre e più in profondità di quanto il mondo tratti queste questioni”. Proclamare il Vangelo di Cristo è “il primo e specifico contributo della Chiesa ai popoli d’Africa” per dar vita a quel “cambiamento del cuore che deriva dalla conversione al Vangelo” e permettere di essere “strumenti di riconciliazione”, senza “aver paura e ancor meno essere scoraggiati dall’enormità dei problemi del nostro continente”.

Il dovere dell’accoglienza. I “molti figli e figlie d’Africa” che “hanno lasciato la loro casa per cercar dimora in altri continenti” vengono raccomandati “all’adeguata attenzione pastorale della Chiesa”, mentre si evidenzia che l’accoglienza dei migranti è “un dovere da soddisfare”. “La Chiesa in Africa – prosegue il testo – ringrazia Dio per i suoi numerosi figli e figlie che sono missionari” in altre terre, mentre esprime “profondo apprezzamento per i molti missionari, sacerdoti, religiosi e fedeli laici, che da altri continenti hanno portato la fede alla maggior parte dei Paesi in Africa”. Il Sinodo cita in particolare “quelli che sono rimasti con la loro gente anche in tempo di guerra e di gravi crisi”, alcuni dei quali hanno “pagato con la propria vita la loro fedeltà”.

Fedeltà al celibato dei sacerdoti. Ai sacerdoti il messaggio ricorda la “fedeltà” a “una vita di celibato nella castità, come pure a un distacco dalle cose materiali”. I vescovi si rivolgono poi agli “uomini e donne di vita consacrata”, ai fedeli laici, ai cattolici “impegnati nella vita pubblica”, alle famiglie, agli uomini e alle donne, ai giovani. Ai laici, “Chiesa di Dio nei luoghi pubblici della società”, raccomandano di acquisire una “cultura religiosa”, sottolineando l’“importanza capitale” delle “università cattoliche”. Mettono in guardia le famiglie “contro gli attacchi di velenose ideologie provenienti dall’estero, che pretendono di essere cultura «moderna»” e auspicano il riconoscimento “nella sfera sociale” del contributo delle donne, “spina dorsale della nostra Chiesa locale”.
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Politici santi e libertà di religione. Il richiamo a “politici santi” che contrastino la “corruzione” e lavorino “per il bene della gente” richiama invece la speranza “che emergano in Africa politici e capi di stato santi” già espressa nell’esortazione postsinodale di Giovanni Paolo II “Ecclesia in Africa”, e pone come esempio la figura di Julius Nyerere, primo capo di stato della Tanzania, del quale è in corso la causa di canonizzazione. Il documento denuncia poi la diffusione del “fanatismo religioso” e le restrizioni alla “libertà di religione”. “Il dialogo e la collaborazione prospereranno quando c’è rispetto reciproco”, rilevano i vescovi, per i quali “quelle nazioni che per legge proibiscono ai loro cittadini di abbracciare la fede cristiana” li privano di un “diritto umano fondamentale”.

I valori dell’Africa. Ancora, la lotta all’Aids, nella quale “la Chiesa non è seconda a nessuno”. Il Sinodo dei vescovi, riprendendo il pensiero di Benedetto XVI, afferma che “il problema non può essere superato con la distribuzione di profilattici” ed evidenzia “il successo già ottenuto dai programmi che consigliano l’astinenza tra i non sposati e la fedeltà tra gli sposati”. Alle agenzie dell’Onu che operano in Africa il messaggio, pur lodando il loro “lavoro positivo”, chiede maggiore trasparenza, denunciando “i tentativi furtivi di distruggere e scalzare i preziosi valori africani della famiglia e della vita umana”. Infine, l’appello ai “grandi” di trattare il continente “con rispetto e dignità”, assieme alla richiesta di un “cambiamento nell’ordine economico mondiale” e circa la questione del debito che “pesa sui Paesi poveri, uccidendo letteralmente i bambini”.

Il testo integrale del Messaggio

Le "propositiones": conclusioni del Sinodo presentate al papa

23 ottobre: I vescovi approvano il "Messaggio finale" del Sinodo a tutto il popolo di Dio

synode-afriqueCon un lungo applauso il Sinodo dei Vescovi per l’Africa ha accolto la presentazione del Messaggio finale dell’Assemblea. Alla presenza di Benedetto XVI, la XVIII Congregazione generale ha ascoltato la lettura del documento in quattro lingue: inglese, portoghese, francese e italiano.

Per la Radio Vaticana, che ha trasmesso il primo servizio sul Messaggio, Isabella Piro, che ha quotidianamente seguito i lavori sinodali, ha detto tra l'altro: "Il documento è suddiviso in sette parti, più un’introduzione e una conclusione. Numerosi gli appelli in esso contenuti: ai sacerdoti, perché siano fedeli nel celibato, nella castità e nel distacco dai beni materiali. Ai fedeli laici, “ambasciatori di Dio”, perché permettano alla fede cristiana di impregnare tutte le dimensioni della loro vita, poiché non ci sono scuse per chi resta ignorante in materia. In quest’ambito, il Messaggio raccomanda la formazione permanente dei laici e l’istituzione di Università Cattoliche.

Un altro appello è rivolto al mondo politico: l’Africa ha bisogno di politici santi che combattano la corruzione e lavorino al bene comune, si legge nel testo. Coloro che non sono formati alla fede, si convertano o abbandonino la scena pubblica per non danneggiare la popolazione e la credibilità della Chiesa cattolica. Il Messaggio chiama poi in causa le famiglie cattoliche, mettendole in guardia dalle ideologie così dette “moderne” e chiedendo ai governi di sostenerle nella lotta alla povertà, perché una nazione che distrugge la famiglia agisce contro i propri interessi.

Quindi, i Padri Sinodali guardano alle donne e agli uomini cattolici: le prime vengono definite “la spina dorsale” delle Chiese locali; per loro si auspica una promozione maggiore a livello sociale e vengono invitate a non divenire ostaggio di ideologie straniere “tossiche” sul genere e la sessualità". Dopo uno specifico appello ai padri di famiglia africani affinchì siamo mariti e padri responsabili, un altro per i giovani e i bambini - presente e futuro dell’Africa, in cui il 60% della popolazione ha meno di 25 anni - affinchì restino lontani dalle sètte e dalle violenze, il Messaggio si rivolge alla comunità internazionale, perché tratti l’Africa con rispetto e dignità, cambi le regole del gioco economico e del debito estero africano, fermi lo sfruttamento delle multinazionali, che distrugge le tante ricorse naturali dell’Africa, non nasconda, dietro gli aiuti, altre intenzioni svantaggiose per gli africani.

Affrontando anche la piaga della sindrome da immunodeficienza acquisita (sida/aids), in accordo con Benedetto XVI, definito 'amico autentico dell’Africa e degli africani', i Padri sinodali ribadiscono che la questione non sarà risolta con la distribuzione di profilattici, e sottolineano il successo ottenuto invece dalla castità e dalla fedeltà.

Il documento ribadisce quindi l’importanza del dialogo con le religioni tradizionali, in ambito ecumenico ed interreligioso, in particolare con i musulmani: il dialogo è possibile, si legge nel Messaggio, ma è importante dire no al fanatismo, assicurare il rispetto reciproco e sottolineare che la libertà religiosa è un diritto umano fondamentale e include la libertà di condividere e proporre, non di imporre, la propria fede. "Tra gli altri temi trattati dal Messaggio - rassume ancora Radio Vaticana - l’importanza del Sacramento della Riconciliazione e di programmi diocesani sulla pace, lo stop alla pratica della vendetta, il rafforzamento dei legami con le antiche Chiese di Etiopia e di Egitto e tra l’Africa e gli altri continenti, il ringraziamento ai missionari, la necessità di sostenere i migranti e i rifugiati nel mondo perché l’accoglienza è un dovere.

Infine, l’esortazione a sostenere il Secam (Simposio delle Conferenze episcopali dell’Africa e del Madagascar) che ha compiuto 40 anni di attività, e a moltiplicare gli sforzi nella comunicazione sociale della Chiesa. Un esempio su tutti: la potenza della radio. In Africa, quelle cattoliche sono passate da 15 a 163 nel giro di 15 anni, dati da non sottovalutare in un mondo “pieno di contraddizioni e di crisi profonde”, in cui l’Africa fa notizia solo in caso negativo". (Misna)
22 ottobre: Iniziative e brevi notizie diffuse dall'Agenzia Misna

L'intera giornata di oggi è dedicata allo studio degli emendamenti collettivi alle proposizioni formulate dai partecipanti alla II Assemblea del Sinodo dei vescovi sull'Africa, che si concluderà Domenica prossima. Si tratta di un lavoro a opera del Relatore Generale del Sinodo, dei Segretari Speciali e dei Relatori dei Circoli Minori.

Si terrà oggi alle 16.00 il secondo dei tre incontri sul tema "Africa nei Mass Media - Attorno al fuoco sui nuovi paradigmi dell'informazione" promosso da Radio Vaticana e Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali. Presso la sede dell'emittente Piazza Pia 3, a Roma, i partecipanti discuteranno su ipotesi di collaborazione per una migliore informazione sull'Africa.

Promosso dall'Osservatorio missionario sul Sinodo, si è tenuto ieri alla Chiesa della Traspontina un incontro di preghiera per il buon esito dei lavori sinodali. Erano presenti monsignor Mengestab Tesfamariam, eparca di Asmara, in Eritrea, monsignor Luigi Bressan, responsabile della Conferenza episcopale italiana per la linea missionaria e della cooperazione tra le Chiese e don Gianni Cesena, Direttore di Missio.
20 ottobre: i vescovi preparano le "propositiones". Alcuni interventi significativi di laici e suore

La giornata del 20 è stata caratterizzata dai lavori in gruppo, per concordare le "propositiones", le proposte comuni da presentare al papa. In Assemblea plenaria sono stati ascoltati gli interventi di alcuni invitati, di cui presentiamo una selezione.

Sr Bédour Antoun (Irini) Shenouda, Madre Provinciale delle Suore di Nostra Signora degli Apostoli, Il Cairo

Ecco una sintesi del suo intervento:

Le nostre comunità religiose svolgono vari ruoli in Egitto:
- ruolo di guide spirituali e di animatrici: le nostre comunità interculturali e la vita comunitaria fanno di noi dei testimoni di comunione e di amore, in un mondo frammentato;
- ruolo nell’educazione e nello sviluppo sociale: una testimonianza della verità del messaggio evangelico e della sincerità dei cristiani nella loro fede. Un’attenzione speciale ai poveri, agli emigrati che sono terreno favorevole per la conversione all’islam...
- ruolo di sostegno ai cristiani nell’approfondimento dello spirito di appartenenza alla patria,
- dialogo interreligioso in tutte le sue forme: il dialogo di vita, il dialogo nella vita, un dialogo popolare e quotidiano.
La vera sfida da rilevare per il futuro è rappresentata dall’ignoranza, dalla miseria e dall’ingiustizia, terreno fertile per la violenza e l’estremismo. Scaturisce dal profondo della nostra natura di donne, trovare una risposta creativa e piena di compassione alle nuove situazioni di sofferenza, di esclusione, di povertà e di emarginazione, soprattutto nelle grandi città. Accogliere ma anche dedicare del tempo ad “andare verso di loro”.

congoProf. Gustave Lunjiwire-Ntako-Nnanvume, Segretario internazionale Mouvement d’Action Catholique Xavéri, responsabile per il laicato nella Regione di Kivu (R.D. Congo): i giovani sono trascurati nelle politiche dei nostri governi

Il 60%-70% della popolazione africana ha meno di 30 anni. Questa gioventù è in difficoltà. Benché africani, i giovani sono maggiormente attratti da stili di vita, comportamenti, valori e idee ispirati al mondo occidentale. Generalmente conducono una vita priva di ideali e di speranza in un futuro certo. Coloro che hanno l’opportunità di studiare lo fanno senza l’aspettativa di un posto di lavoro a breve o a medio termine.

Ne consegue una disoccupazione sistematica e una dispersione della gioventù caratterizzata dall’ingaggio nei gruppi armati, la fuga di cervelli e l’immigrazione clandestina, la delinquenza giovanile di tutti i tipi, la tossicodipendenza, la prostituzione ecc.
La sproporzione tra le infrastrutture educative e l’evoluzione demografica ha effetti negativi sulla formazione qualificata dei giovani con tutte le conseguenze che ciò comporta a ogni livello.

Futuri dirigenti delle istituzioni governative ed ecclesiali, i giovani non godono di un’attenzione e un sostegno proporzionati al loro peso demografico. La sostenibilità della riconciliazione, della giustizia e della pace in Africa, potrebbe avere come protagonisti i giovani e i movimenti d’azione cattolica.

Sig.ra Rose Busingye, Fondatrice e Presidente Meeting Point International, Kampala (Uganda): un aiuto ai teremotati dell'Aquila dai malati di Aids dell'Uganda

Dalla fede ho visto nascere un popolo nuovo, un popolo cambiato. In Uganda un gruppo di malati di Aids poverissimi vivono spaccando sassi e vendendoli ai costruttori; mangiano una volta al giorno. Quando hanno saputo dello tsunami e poi dell'uragano Katrina in America, quando gli abbiamo chiesto di pregare per le vittime, ci hanno detto: "Sappiamo cosa vuol dire vivere senza casa, senza mangiare. Se appartengono a Dio appartengono anche a noi". Si sono organizzati formando gruppi a spaccare i sassi; alla fine hanno raccolto duemila dollari e li hanno inviati all'ambasciata americana.

E quest'anno dopo il terremoto a L'Aquila hanno detto: "Questi sono italiani, il Paese del Papa; sono nostri amici, anzi la nostra tribù" e hanno raccolto e inviato duemila euro. I giornalisti si sono scandalizzati: sono venuti a vedere se questa gente era povera veramente. Secondo loro non è giusto: quando uno fa la carità dà ciò che avanza, non dà ciò di cui ha bisogno. Una donna malata ha detto loro: "Il cuore dell'uomo è internazionale, non ha razza, non ha colore, e si commuove di fronte alle disgrazie degli altri".

eglise-camerounSuora Cecilia Mkhonto, Superiora Generale delle Suore di Santa Brigida (Sudafrica): le difficoltà concrete delle suore sudafricane:

Quali sono i problemi che devono affrontare le suore oggi nel nostro paese?
1. Mancanza di educazione, che molto spesso pone le religiose diocesane in una posizione di svantaggio per quanto riguarda la partecipazione a un livello più elevato di apostolato nella Chiesa, che potrebbe renderle migliori come persone e migliorare le loro condizioni di vita.
2. Grandi aspettative, da parte delle famiglie delle religiose, di ricevere un sostegno finanziario, attese che sono causa di conflitti interiori e in grande misura danneggiano la comunità. Ciò fa anche sì che alcune religiose siano troppo attaccate alle loro famiglie biologiche.
3. Il trauma vissuto per la perdita di tanti membri della propria famiglia a causa dell’HIV/AIDS. I figli di persone che muoiono di HIV/AIDS rimangono orfani senza nessuno che possa prendersi cura di loro.
4. Condizioni di lavoro difficili per le suore, soprattutto a causa di contratti inadeguati firmati con i rispettivi leader della Chiesa o della totale assenza di un contratto.

20 ottobre: Lettera di solidarietà ai cristiani che vivono il dramma della guerra

I partecipanti al Sinodo hanno voluto inviare una lettera di solidarietà alle chiese di alcuni paesi africani ancora sconvolti dalla guerra. La pubblichiamo qui di seguito

Noi Padri sinodali, riuniti nella Seconda Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi, abbiamo appreso con profondo dolore che nelle Diocesi situate nella regione dei Grandi Laghi perdurano azioni belliche che producono distruzioni, violenze, morte tra la popolazione innocente. Per salvare la propria vita, centinaia di migliaia di persone sono state costrette ad abbandonare le loro case e a rifugiarsi nei Paesi limitrofi in condizioni di estrema precari età. Non mancano, poi, preoccupanti fenomeni di bambini soldato, di orfani, di mutilati di guerra e di persone con gravi problemi di salute fisica e psichica.

Di fronte a tale drammatica situazione, noi Padri smodali, riuniti sotto la presidenza del Santo Padre Benedetto XVI, esprimiamo la più viva comunione fraterna ai Vescovi delle Diocesi coinvolte in tali disumane sofferenze nei confronti della popolazione innocente. Al contempo ci rivolgiamo a tutte le parti in causa implorando che quanto prima il linguaggio delle armi sia sostituto da quello del dialogo e delle trattative. Con il dialogo, nel rispetto reciproco e nella pace, tutti i problemi possono essere risolti. La guerra, invece, rende tutto più difficile e in particolare tenta di trasformare i fratelli in nemici da abbattere.

Fortificati dallo Spirito Santo, Spirito del Signore Gesù risorto, noi Padri sinodali ribadiamo il valore sacro di ogni vita umana. Il comandamento Non uccidere (Es 20, 13) non fa parte solamente del Decalogo, rivelazione di Dio raccolta nella Bibbia, bensì della legge inscritta nel cuore di ogni uomo che viene in questo mondo. Non è lecito uccidere innocenti per alcun motivo sociale, politico, etnico, razziale o religioso. Il sangue degli innocenti grida vendetta di fronte a Dio che prima o poi dovrà giudicare anche coloro che hanno macchiato le loro mani con il sangue dei poveri, che sono i privilegiati di Dio.

Mentre stiamo riflettendo sulla riconciliazione, la giustizia e la pace, imploriamo, per intercessione di tutti i santi nati in Africa, il dono della pace perché si possa instaurare la giustizia ove è gravemente infranta e i cuori siano aperti alla grazia della riconciliazione con Dio e con il prossimo non solamente nella regione dei Grandi Laghi, bensì in tutta l’Africa.

Affidiamo il nostro sofferto e pressante appello all’intercessione della Beata Vergine Maria, Nostra Signora d’Africa e Madre di tutti i sofferenti.
13 ottobre: I problemi sociali al centro degli interventi di oggi. Il discorso del direttore generale della FAO, il senegalese Diouf. La prima sintesi dei lavori dell'Assemblea

sal-081221-zimbabwe coleraI problemi sanitari dell’Africa sono stati al centro, stamani, della 13.ma Congregazione generale del secondo Sinodo dei Vescovi per l’Africa, in corso in Vaticano sui temi della riconciliazione, la giustizia e la pace. In particolare, i presuli si sono soffermati sulla piaga dell’Aids e sul commercio di medicinali illegali che attanaglia in continente. Ribadita, al contempo, la necessità di rispettare il valore della vita, messo a dura prova dalle politiche sulla salute riproduttiva.

La vita è sacra, dal concepimento fino alla morte naturale e la Chiesa ha il compito di intervenire in sua difesa. Parlano chiaramente i Padri sinodali di fronte ad un’Africa attanagliata da Aids, malaria, tubercolosi. Chiedono un accesso equo e globale alle cure mediche, ricordano l’importanza di formare gli operatori pastorali sulle questioni bioetiche, plaudono all’impegno interreligioso ed ecumenico per fronteggiare le pandemie.

Un’altra denuncia che arriva dal Sinodo riguarda i bambini-soldato, soprattutto in Uganda: 20 mila o 30 mila, nessuno sa con certezza quanti siano i minori costretti alla guerra, che diventano schiavi delle armi e dello sfruttamento sessuale, soffrono la fame, non ricevono istruzione né cure mediche. La loro difesa, allora, passa attraverso un’etica consistente che la Chiesa deve promulgare guardando alla Bibbia.

Altro scenario tragico quello del Ciad, dove la riconciliazione sembra possibile solo a colpi di denaro e diventa un mercanteggiare. In questo contesto, forse un concordato tra il Paese e la Santa Sede, suggerisce il Sinodo, potrebbe aiutare a rafforzare l’autorità della Chiesa locale che si adopera per la pace.

Ieri pomeriggio, invece, l’Aula Sinodale ha visto l’intervento di Jacques Diouf. Il direttore generale della Fao si è rivolto a Benedetto XVI e ai Padri Sinodali in veste di Invitato Speciale.

La sicurezza alimentare è indispensabile, ha detto, alla riduzione della povertà, all’educazione dei bambini, alla salute della popolazione, ma anche ad una crescita economica duratura. Essa, ha aggiunto, condiziona la stabilità e la sicurezza del mondo. Diouf ha poi ricordato le tante risorse naturali dell’Africa, ribadendo che esse vanno messe al servizio dell’emancipazione economica della popolazione. Poi, i dati drammatici: a causa della crisi economica mondiale, l’insicurezza alimentare è cresciuta ed oggi in Africa il 24% della gente è malnutrita, con un aumento del 12% rispetto allo scorso anno.

Quale soluzione cercare, dunque? Diouf ne ha indicate alcune, come migliorare le infrastrutture, incoraggiare il commercio interregionale, guardare ad un codice internazionale di buona condotta sugli investimenti stranieri diretti all’agricoltura.
Un mondo libero dalla fame è possibile, ha detto ancora Diouf, se esiste una volontà politica agli alti livelli, citando poi gli esempi del Cameroun, dell’Etiopia, del Ghana che hanno ridotto questa piaga.

Infine, Diouf, di religione islamica, ha reso omaggio alla Chiesa, ai missionari, ai religiosi per il loro impegno attivo a fianco dei più poveri ed ha sottolineato la sintonia tra la Chiesa cattolica e l’Islam sul diritto all’alimentazione.

Nel pomeriggio, i lavori del Sinodo sono proseguiti con la “Relazione dopo la discussione” del relatore generale, il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson.

In una intervista alla Radio Vaticana, il porporato parla dell’impegno assunto dalle chiese africane, dopo il sinodo del 1994, in favore della formazione dei laici:

“Il Sinodo per l'Africa ci ha invitato a considerare la Chiesa come famiglia di Dio. Questa è stata una delle grandi cose che il Sinodo ha lasciato alla Chiesa: pensare alla Chiesa come ad una famiglia che è esistita nel passato, con gli antenati, ed esiste nel presente e nel futuro, con i bambini che devono nascere. Ma ciò che è cambiato, nel frattempo, è stato il fatto che parecchi Paesi e Chiese locali per fare questo lavoro, questo compito di inculturazione, hanno dovuto cominciare a formare esperti. Non si può parlare di inculturazione senza esperti, geologi, glottologi, esperti del genere per fare questo lavoro. Parecchi hanno anche stabilito centri di studio in modo da dare ai laici e ai religiosi la possibilità di approfondire la loro stessa conoscenza della Chiesa e li hanno convinti a considerarsi responsabili per la Chiesa. In inglese c’è un’espressione molto bella - “they need to own the Church” - dove si parla di gente che deve considerare la Chiesa come propria, non solo dei preti e dei vescovi: loro non fanno la Chiesa, la Chiesa siamo noi.

D.: Al Sinodo si è anche molto parlato delle economie africane e dei principali problemi, delle lacune che presentano.

R. - Quasi tutti i Paesi africani sono deboli nel settore secondario, quindi non nella produzione delle cose primarie, ma in quella secondaria che è l’industria. È lì che tutti i Paesi in Africa sono deboli. Quando non c’è l’industria, vuol dire che mancano i posti di lavoro e non cresce l'economia. Questo è il problema che dobbiamo affrontare in questi giorni.

Nel pomeriggio è stata presentata la "Relatio Post disceptationem", prima sintesi dei lavori

Il Relatore Generale, il Card. Peter Kodwo Appiah Turkson, ha dato lettura della Relatio post disceptationem (Relazione dopo la Discussione). A conclusione della discussione generale sul tema sinodale in Aula, il Relatore Generale ha sintetizzato i vari interventi succedutisi in queste giornate nelle Congregazioni Generali e ha offerto alcune linee di orientamento per facilitare i lavori dei Circoli minori.
12 ottobre: alcuni interventi significativi fatti durante l'Assemblea plenaria

Mons. George Cosmas Zumaire Lungu, Vescovo di Chinata (Zambia): il ruolo delle radio cattoliche per l’educazione civica e le conseguenze della povertà sulla distruzione dell’ambiente

radio ecclesiaOggi la chiesa gestisce stazioni radio cattoliche in nove delle dieci diocesi. Le stazioni radiofoniche svolgono un ruolo importante nella nostra missione evangelizzatrice, per esempio nella promozione del buon governo e dell’educazione civica. Le comunità rurali, dove il tasso di analfabetismo è molto elevato, ora trovano la loro voce, esprimendo liberamente la loro fede alla radio, parlando di problemi di giustizia nelle loro comunità. La maggior parte delle nostre stazioni radiofoniche di solito lascia spazio anche ai non cattolici.
Inoltre un’altra grande sfida è rappresentata dall’impatto della povertà sull’ambiente. Per esempio, la povertà sta portando a una sfrenata distruzione delle foreste perché vengono impiegati il carbone di legna e metodi di coltivazione insostenibili. Come Chiesa, dobbiamo proporre dei modi per alleviare questa situazione. Vorrei quindi esortare questo sinodo a fare una dichiarazione chiara e forte sulle nostre preoccupazioni per i problemi di giustizia ambientale come contributo per la prossima conferenza sull’ambiente che si terrà a Copenaghen.

Card. John Njue, Arcivescovo di Nairobi (Kenya): il buon governo di un paese comincia da una costituzione che limita i mandati presidenziali

L’Africa continua ad avere sete di buon governo. Molti paesi in Africa continuano a dibattersi sotto il malgoverno, dove una fame di potere incontrollata ha portato l’impunità, la corruzione, la manipolazione delle persone e altri mali sociali e politici simili, prodotti da cuori umani bisognosi di conversione. La Chiesa in Kenya e altrove in Africa ha continuato a impegnarsi per realizzare sistemi di governo con dei consigli che affrontino la giustizia attraverso il servizio al bene comune. Le lettere pastorali hanno continuamente affrontato il tema del malgoverno, che può essere definito il cancro dell’Africa. È questo ad avere impoverito la gente nel continente.
Le persone oppresse devono essere invitate a partecipare alla costruzione di sistemi di governo giusti attraverso la stesura di buone costituzioni. La costituzione del Kenya e di altri paesi dell’Africa deve essere rivista per trattare i temi del buon governo, dei diritti umani, della riconciliazione e del processo di pace, che può essere realizzato solo attraverso sistemi giusti. Ciò che è evidente in Kenya e in Africa in generale è che alcuni leader preferirebbero mantenere delle costituzioni che danno loro un potere incontrollato, portando all’anarchia e alla dittatura. Le violenze post-elettorali in Kenya nel 2008 sono un valido esempio di impunità.

Mons. Augustine Obiora Akubeze, Vescovo di Uromi (Nigeria): una parola di difesa per gli stregoni, ingiustamente torturati e assassinati

In passato i nostri antenati credevano nell’esistenza degli stregoni e alle distruzioni che operavano sulle persone e la società. Quasi tutti in Nigeria sanno, o almeno hanno sentito parlare degli stregoni e di come si dicesse che condizionassero la vita delle persone.
Si dice che gli stregoni possiedano poteri soprannaturali che usano per compiere il male. Secondo alcune credenze uno stregone potrebbe nuocere a chiunque, compresi i membri della sua famiglia. Per questo motivo sono odiati moltissimo. Sospetti stregoni vengono abbandonati, isolati, discriminati e ostracizzati dalla comunità. Talvolta vengono portati nella foresta e massacrati, o svergognati pubblicamente e uccisi. Alcuni sospetti stregoni vengono immersi nell’acido o avvelenati a morte. Vi sono stati casi in cui sono stati avvelenati o sepolti vivi. Alcune Chiese non aiutano a superare i pregiudizi, in quanto si sono verificati casi di pentecostali che hanno incatenato e torturato sospetti stregoni perché confessassero.

synode-afrique2Mons. George Biguzzi, Vescovo di Makeni, (Sierra Leone): appello per l’abolizione della pena di morte e per il rispetto delle convenzioni internazionali nei conflitti

Vorrei rivolgermi ai padri sinodali affinché facciano un appello inequivocabile per l’abolizione totale e universale della pena di morte.
Va detto inoltre che il trattamento disumano dei prigionieri di guerra, il sacrificio dei civili durante i conflitti e l’arruolamento di bambini-soldati sono crimini contro l’umanità, chiaramente espressi nella Convenzione di Ginevra e protocolli allegati. Il cammino verso la pace e la riconciliazione passa attraverso il riconoscimento, il rifiuto e la riparazione di questi crimini. La guerra non giustifica crimini contro l’umanità. La voce profetica della Chiesa si rende necessaria nonostante il fatto che non sono molti ad ascoltarla.

Sig. Assandé Martial EBA, Membro della “Fondation Internationale Notre Dame de la Paix”, Yamoussoukro (Costa d’Avorio): cosa abbiamo fatto noi, laici, per la riconciliazione

In questi anni siamo stati chiamati diverse volte per portare avanti delle riconciliazioni nei gruppi e movimenti della parrocchia. Per mantenere la pace sociale nel nostro villaggio e soprattutto perché vi regni la giustizia, abbiamo istituito un Consiglio dei Saggi, di cui facciamo parte, che opera al fianco della circoscrizione territoriale, per la riconciliazione nelle famiglie che vivono dei conflitti.
Al fine di mantenere la coesione tra i lavoratori e soprattutto di far regnare la giustizia e la pace sociale, abbiamo sempre consigliato e sollecitato i datori di lavoro a mettere in atto strumenti di buongoverno in grado di assicurare all’impresa una buona cultura di giustizia, garante della pace sociale.
Al fine di favorire l’emergere di un nuovo genere di laici, dei laici leader, capaci di mantenere alta la fiamma della fede nel loro ambiente, per farvi regnare la giustizia e la pace e, soprattutto, dimostrarsi veri agenti di riconciliazione, per il progresso della Chiesa in Africa e per un futuro migliore del nostro continente, auspichiamo che questo Sinodo approfondisca le seguenti soluzioni:
- Realizzare un nuovo metodo di catechesi adeguata, che tenga conto dell’aspetto della conversione dei cuori.
- Favorire la formazione spirituale, civica, morale e politica dei laici riguardo alla Dottrina Sociale della Chiesa.

Sig. Ermelindo Rosário Monteiro, Segretario Generale della Commissione Episcopale Giustizia e Pace, Maputo (Mozambico)


In Mozambico durante e dopo la guerra civile, la Chiesa cattolica ha collaborato in modi diversi per formare la coscienza delle persone al perdono e alla riconciliazione nazionale e così recuperare il tessuto umano e sociale del popolo, in vista della pace. Ha organizzato l’unione di tutte le sue forze vive (laici, religiosi, sacerdoti) per mobilitare l’opinione pubblica sul perdono e la riconciliazione. La Chiesa ha formato più di 2000 operatori sociali di integrazione (animatori della riconciliazione) che hanno portato in tutto il paese il messaggio di perdono e riconciliazione per la pace. Il venerdì era dedicato alle preghiere per la pace. In altre occasioni si teneva una preghiera ecumenica e inter-religiosa per la pace.
Di fronte alle nuove realtà e alle nuove sfide attuali occorre considerare anche aspetti interni della Chiesa che possono costituire una contro testimonianza di riconciliazione e di giustizia, rendendo così difficile la costruzione della pace.
Per tutte queste cose e altro ancora, vorrei suggerire ai nostri pastori che continuino a insistere sull’annuncio della verità e sulla denuncia di tutto quanto possa ferire la riconciliazione, la giustizia e la pace in Africa. Suggerisco inoltre ai nostri pastori che potenzino sempre di più e sempre meglio le commissioni di Giustizia e Pace, affinché contribuiscano in modo più efficace, come sale della terra e luce del mondo, al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace.
10 ottobre: attraverso gli interventi dei partecipanti si delinea il quadro sociale e politico dell'Africa di oggi

Mons. Fridolin Ambongo Besungu, vescovo di Bokungu-Ikela (R.D. Congo): le enormi risorse minerali del Congo, causa dei suoi conflitti

liberia guerra civileLo sfruttamento delle risorse naturali è uno dei presupposti di una pace duratura nella RDC. Infatti, le guerre a ripetizione che abbiamo appena vissuto hanno rivelato che le risorse naturali che fanno della RDC uno “scandalo geologico” costituiscono allo stesso tempo una fortuna, cioè, dal punto di vista economico, un’importante carta vincente per la ripresa del paese, e una sfortuna, cioè una fonte permanente di cupidigia, di conflitti, di corruzione e addirittura di una mafia internazionale di cui alcuni congolesi sono complici. Le principali cause di queste guerre economiche che rimettono in discussione il principio di sovranità dei popoli sulle proprie risorse sono: l’inesistenza di un quadro giuridico internazionale vincolante per le multinazionali e le industrie estrattive transnazionali, la militarizzazione del settore minerario, l’esplosione della richiesta di alcuni minerali ormai strategici, la subordinazione degli interessi diplomatici agli interessi economici delle grandi potenze, il mancato rispetto della dignità del popolo congolese di cui vengono apprezzate solo le ricchezze, la volontà di balcanizzazione della RDC a vantaggio degli stati piccoli facilmente manipolabili ecc

Mons. Telesphore George Mpundu, Arcivescovo di Lusaka (Zambia): il sinodo deve parlare in modo alto e chiaro per difendere la dignità delle donne, troppo disprezzata in Africa

donneNon c’è sviluppo significativo se almeno il 50 % della popolazione emarginata, ovvero le donne, è sistematicamente escluso. Senza vera giustizia fra uomini e donne, lo sviluppo rimane solo un sogno irrealizzabile, nient’altro che un pericoloso miraggio. Nella Genesi 1, 27 ci viene detto chiaramente che Dio creò l’umanità e li creò maschio e femmina, a sua propria immagine e somiglianza. Perciò una piena e uguale partecipazione delle donne in tutte le sfere della vita è essenziale per lo sviluppo sociale ed economico. La negazione dell’uguaglianza alle donne è un affronto alla dignità umana e la negazione di un vero sviluppo dell’umanità.
Purtroppo dobbiamo ammettere con vergogna che, nello Zambia, le donne sono troppo spesso vittime di abusi, violenze domestiche che talvolta portano alla morte, pratiche culturali e consuetudinarie discriminatorie e leggi scritte palesemente pregiudiziali verso di loro. Noi vescovi dobbiamo parlare in modo più chiaro e insistente in difesa della dignità delle donne alla luce delle Scritture e della Dottrina sociale della Chiesa.

Mons. Zacchaeus Okoth, Arcivescovo di Kisumu (Kenya): l’odio tribale è ancora vivo nel Paese

La salvezza e la riconciliazione vengono da Dio, senza il Vangelo non si ottiene nulla. Di solito, come ben sappiamo, la natura umana senza la grazia di Dio è vendicativa ed è strano immaginare che le molte tribù del Kenia si salterebbero nuovamente alla gola in futuro, alla prima occasione di antagonismo, se la salvezza e la riconciliazione non diventano una priorità. Il nostro paese, il Kenia è stato lacerato, i vicini si sono messi contro i vicini, le figlie contro i padri, i fratelli contro i fratelli, le madri contro i figli, le tribù contro le tribù. In breve le persone hanno combattuto, sono morte, donne e ragazze sono state violentate, i possedimenti si sono persi, i risparmi e gli investimenti sono andati in fumo nel giro di pochi giorni se non di ore. Questo susseguirsi di tragici, intenzionali e sfrenati stermini, voluti e perpetrati da frange di popolazione, sono ancora freschi nella memoria. La Chiesa in Kenia avverte profondamente la necessità di offrire un chiaro orientamento nel processo di riconciliazione.

Mons. Philip Sulumeti, Vescovo di Kakamega (Kenya): il Sinodo suggerisca iniziative di formazione per la donna, che in Africa è il pilastro della famiglia

Le donne in Kenia sono le prime collaboratrici della missione evangelizzatrice della Chiesa e il dono di questo impegno deve essere incoraggiato per eliminare le sofferenze che affliggono il continente. L’esempio luminoso delle donne ha effetti durevoli sul benessere della famiglia unita su cui la Chiesa si fonda. Le donne offrono l’unica immagine femminile di Dio che deve ancora essere promossa nella Chiesa africana.Le donne in Kenia sono impegnate nell’80% dei lavori agricoli e nel 90% di quelli domestici. Vi ricordo che la maggior parte di loro lo fa senza ricorrere agli utensili moderni, alla formazione e alle attrezzature di oggi, eppure non viene mai dato al loro lavoro un valore monetario. Ciò rappresenta una delle più gravi forme di struttura di “peccato” che opprime la nostra famiglia africana.
Le donne sono in grado di fare qualsiasi cosa, se viene offerta loro l’occasione di provare. Ricordate che, se educate un uomo, educate un individuo, se educate una donna, educate una famiglia, ma se educate le donne, educate una nazione.
Chiedo a questa Assemblea Speciale dei Vescovi per l’Africa che venga offerta alle donne una formazione di qualità offrendo loro gli strumenti per assolvere alle loro responsabilità , e che vengano loro aperte tutte quelle carriere sociali da cui la società tradizionale e moderna tende a escluderle senza motivo.

Mons. Lucio Andrice Muandula, Vescovo di Xai-Xai, (Mozambico): il cattivo esempio che danno i laici cristiani in politica, e ma anche il loro abbandono da parte dei vescovi

Non di rado, i fedeli laici coinvolti attivamente nella vita politica dei nostri paesi finiscono per assumere comportamenti e atteggiamenti dannosi riguardo ai principi fondamentali della fede e della morale cristiane. In effetti, nella vita quotidiana, i fedeli laici si vedono spesso divisi fra fede cristiana e opzione politica, come se la fede cristiana e l’attività politica fossero due realtà incompatibili a priori.
Trovo che i cristiani cattolici impegnati nell’attività politica in Africa avvertano una grande solitudine e un certo abbandono da parte della gerarchia delle loro Chiese particolari. Non essendo sufficientemente assistiti e incoraggiati dai loro pastori e dovendo operare in un mondo zeppo di intrighi e di ambizioni senza fine, finiscono col perdersi, causando a volte danni irreparabili alla Chiesa di cui sono figli. Nonostante alcuni di loro si siano formati nelle nostre università cattoliche e siano cristiani in prima fila nelle messe domenicali delle nostre cattedrali, non di rado li vediamo coinvolti nell’approvazione di leggi contrarie alla fede cattolica, come nel caso della liberalizzazione dell’aborto. Purtroppo vivono la fede cristiana come qualcosa di avulso dalla vita quotidiana e dall’attività sociale grazie alla quale devono contribuire alla costruzione del bene comune.

sarrCard. Théodore-Adrien Sarr, Arcivescovo di Dakar, (Senegal): Ascoltiamo il grido di disperazione che arriva al Sinodo dai migranti clandestini

Uno dei tristi fenomeni che alimenta l’immagine negativa dell’Africa attraverso i media è la migrazione clandestina di migliaia di africani verso l’Europa Occidentale, in particolare la perdita di vite umane che si verifica periodicamente tra le sabbie del Sahara, nelle acque dell’Oceano Atlantico e del Mediterraneo, che i media non mancano mai di annunciare. Vorrei sottolineare il carattere rivelatore del fenomeno della migrazione clandestina. L’avventura così rischiosa dei migranti clandestini è un vero grido di disperazione, che proclama di fronte al mondo la gravità delle loro frustrazioni e il loro desiderio ardente di un maggior benessere.
Percepiamo, noi, questo grido di disperazione e lo lasciamo penetrare nel nostro cuore tanto da cercare di capirne bene il senso e la portata? Lasciamoci interpellare da questi drammi fino a ricercare le cause del fenomeno.

Dott. Pierre Titi Nwel, Coordinatore emerito del Servizio Nazionale Giustizia e Pace della Conferenza Episcopale Nazionale del Camerun: La chiesa deve stare a fianco del popolo quando reclama vera democrazia e cambiamento dei governanti

Nella maggior parte dei nostri paesi, l’accesso degli individui al potere sfugge al controllo del popolo. Così i nostri dirigenti fanno quello che vogliono e come vogliono. Per ciò soffriamo tanto. La convinzione che vorrei condividere con voi è che la Chiesa, prima di convertire o quando cerca di convertire i cuori dei nostri dirigenti, deve fare propria questa semplice verità: tutti i cittadini di un paese hanno il diritto e il dovere di scegliere liberamente i propri dirigenti e di destituirli dalle loro funzioni al momento opportuno. Tale verità, la conosciamo a livello intellettuale, ma dobbiamo organizzarci per realizzarla in concreto, lottando, di concerto con la società civile e alcune forze politiche, contro l’espropriazione del potere mediante leggi inique.
Negli ultimi anni la Chiesa si è impegnata in diversi luoghi a monitorare le elezioni. Adesso deve andare oltre, aprendo gli occhi dei suoi fedeli, delle donne e degli uomini di buona volontà sulle realtà politiche e sul loro impatto sulla vita di tutti e di ciascuno. È la missione di accompagnare il popolo lungo la via della democrazia che l’Ecclesia in Africa ha assegnato alla Chiesa. Facendo ciò, i sacerdoti non abbiano rimorsi: essi sono per la maggior parte cittadini del paese in cui lavorano ed educano il popolo alla cittadinanza.
9 ottobre: Interventi significativi di vescovi e di suore invitate al Sinodo

Mons. Albert Vanbuel, Vescovo di Kaga-Bandoro (Repubblica Centroafricana): testimonianza da una chiesa ferita dalla divisione interna

La nostra Chiesa prende sempre più coscienza delle zone d’ombra esistenti al suo interno e anela con tutto il suo essere alla pace e alla comunione in seno alla Chiesa-Famiglia. Negli ultimi mesi abbiamo deplorato i gesti di divisione tra i sacerdoti, tra i sacerdoti e i vescovi, tra i sacerdoti e i laici; certamente non è questo il Vangelo che dobbiamo annunciare. Siamo stati mandati a costruire una Chiesa unita nello Spirito di Dio che ci guida. Non possiamo dunque lacerare il Corpo di Cristo. Gli eventi che abbiamo vissuto e che continuiamo a vivere in questo tempo dimostrano che c’è sempre una ragione di speranza e che nella notte in cui viviamo si prospettano l’aurora e il giorno. Ognuno di noi è debole, peccatore; ma insieme dobbiamo ascoltare la Parola di Dio, dobbiamo viverla, per costruire nella comunione la nostra Chiesa-Famiglia.

Mons. Franklyn Nubuasah, Vicario Apostolico di Francistown (Botswana): anche la nostra piccola chiesa ha qualcosa da insegnare per promuovere la pace e il dialogo

frank nubuasahSiamo un paese di medio benessere, che attira gente dalle altre parti dell’Africa. Siamo un asilo di pace perché non abbiamo mai conosciuto guerre e conflitti nel nostro paese. Un gran numero di profughi vi ha cercato asilo. Abbiamo la pace grazie al ricorso tradizionale al “kgotla”, cioè alla corte del governatore, dove il dialogo è rispettato. È nostra convinzione che la guerra peggiore sia quella delle parole. La chiesa ha introdotto questa pratica culturale nelle parrocchie per aiutare a creare e a promuovere la pace e la comprensione. In questo momento si vive una certa tensione nei settori delle nostre risorse, del mercato del lavoro e dell’assistenza sanitaria provocata da quanti soffrono della situazione socio-politica della regione. Ci preoccupa la xenofobia, dovuta alla gravità dell’attuale crisi economica. Le minoranze non sono mai dovute ricorrere alla violenza per far conoscere i loro problemi. I nostri istituti di istruzione hanno contribuito all’educazione e alla formazione di leaders del paese, promuovendo in tal modo la prevalente cultura della pace. La Chiesa opera anche, a livello ecumenico, col Consiglio Mondiale delle Chiese e altre ONG per alleviare le sofferenze e promuovere la fratellanza, eliminando così la necessità di farsi guerra per magre risorse. Cerchiamo di essere il sale che conserva la pace, restando fedeli alle nostre pratiche culturali che promuovono la pace. La Chiesa in Africa può imparare dalle esperienze del Botswana nel promuovere la pace.

su6Suor Felicia Harry, Superiora Generale delle Suore Missionarie di Nostra Signora degli Apostoli: più collaborazione, la richiesta delle donne africane ai loro vescovi

Collaborazione è la parola chiave nella ricerca di riconciliazione, di pace e di giustizia da parte della Chiesa nell’Africa attuale. Noi religiose d’Africa vorremmo vedere una maggior collaborazione fra noi e le Autorità della Chiesa nello sforzo congiunto di portare il messaggio di Cristo alla nostra gente. Collaborazione non soltanto quando le decisioni già prese devono essere applicate, ma prima, cioè partecipando al processo decisionale contribuendovi con il nostro “genio” femminile della dolcezza, della tenerezza, della disponibilità all’ascolto e al servizio degli altri, in modo da poter influire sulla vita delle parrocchie dove lavoriamo. Non vogliamo restare al margine del corpo principale della parrocchia, vogliamo esserne parte integrante. Non vogliamo accollarci le responsabilità del sacerdote che guida la parrocchia, vogliamo solo essere considerate alla pari nella vigna del Signore; vogliamo condividere la responsabilità della Chiesa nell’operare per la riconciliazione, la pace e la giustizia nel nostro continente.

Suor Pauline Odia Bukasa, Superiora Generale delle Suore “Ba-Maria”, Buta Uele (R. D. Congo): la donna nella chiesa non può più essere ignorata

su9La donna africana è emarginata a tutti i livelli. È quasi esclusa dal processo globale dello sviluppo del continente. È vittima degli usi e costumi ancestrali ed è lei, attualmente, a portare il peso di tutti i conflitti armati che lacerano l’Africa e in particolare la Repubblica Democratica del Congo. In questo momento, in cui la Chiesa in Africa si impegna a lavorare per la riconciliazione dei suoi figli e delle sue figlie, la donna non può più essere ignorata. Ha un grande ruolo da svolgere.
Noi, le vostre mamme e donne consacrate, chiediamo a voi, Vescovi nostri Padri in questa Chiesa-Famiglia, di: promuovere la dignità della donna assicurandole gli spazi necessari perché possa sviluppare i propri talenti all’interno delle strutture ecclesiali e sociali; promuovere le associazioni o le ONGS femminili che già lottano per la promozione della donna mediante l’alfabetizzazione e l’educazione.

Suor Geneviève Uwamariya, Suora di Santa Maria di Namur (Rwanda): la mia esperienza di riconciliazione, dopo il genocidio


Condividerò con voi la mia esperienza di riconciliazione con i detenuti presunti autori dei genocidi. E vi metterò a parte dei frutti della mia testimonianza presso di loro e presso le loro vittime sopravvissute. Sono una sopravvissuta al genocidio dei Tutsi del Rwanda nel 1994.
Gran parte della mia famiglia è stata massacrata nella nostra chiesa parrocchiale. La vista di questo edificio mi riempiva di orrore e di ribellione, proprio come l’incontro con alcuni detenuti mi riempiva di disgusto e di rabbia.
È in questo stato d’animo che mi accadde un fatto che ha cambiato la mia vita e i miei rapporti.
Il 27 agosto 1997, alle 13.00, un gruppo dell’associazione delle “Dame della misericordia divina” mi portarono in due prigioni della regione di Kibuye, la mia città natale. Venivano per preparare i detenuti al giubileo del 2000. Dicevano: “Se hai ucciso, ti impegni a chiedere perdono alla vittima sopravvissuta, così l’aiuti a liberarsi dal peso della vendetta, dell’odio e del rancore. Se sei vittima, ti impegni ad offrire il tuo perdono a colui che ti ha fatto torto, così lo aiuti a liberarsi dal peso del suo crimine e dal male che c’è in lui”.
Questo messaggio ebbe su di me un effetto inaspettato...

Dopo di questo, uno dei prigionieri si alzò in lacrime, cadde in ginocchio davanti a me supplicandomi dicendo ad alta voce: “misericordia”. Rimasi pietrificata riconoscendo l’amico di famiglia che era cresciuto con noi e aveva condiviso tutto.
Mi confessò di essere stato lui ad uccidere il mio papà e mi descrisse nei particolari la morte dei miei.
Un sentimento di pietà e di compassione m’invase, lo rialzai, lo abbracciai e, singhiozzando, gli dissi: “sei e rimani mio fratello”. In quel momento sentii come un peso cadere... Ritrovai la pace interiore e ringraziai colui che ancora stringevo fra le braccia.

Con mia grande sorpresa, lo udii gridare: “la giustizia può fare il suo corso e condannarmi a morte, adesso sono libero!”.
Anch’io volevo gridare a chi voleva ascoltarmi: “vieni a vedere ciò che mi ha liberato, puoi ritrovare anche tu la pace interiore”.
A partire da quel momento, la mia missione fu di percorrere chilometri per portare la posta dei detenuti che chiedevano perdono ai sopravvissuti. Così furono distribuite 500 lettere mentre riportavo anche le lettere di risposta dei sopravvissuti ai detenuti ridiventati miei amici e miei fratelli... Ciò ha permesso degli incontri fra i carnefici e le vittime. Vi sono stati numerosi gesti concreti a marcare la riconciliazione:
- un villaggio per vedove e orfani del genocidio è stato costruito dai detenuti;
- come pure il memoriale davanti alla chiesa di Kibuye;
- in varie parrocchie, sono nate delle associazioni di ex-detenuti con sopravvissuti e funzionano molto bene.

Da questa esperienza, deduco che la riconciliazione non è tanto voler riportare assieme due persone o due gruppi in conflitto. Si tratta piuttosto di rimettere ciascuno nell’amore e lasciare che avvenga la guarigione interiore che permette la liberazione reciproca.
E sta in questo l’importanza della Chiesa nel nostro paese, dato che essa ha come missione offrire la Parola: una parola che guarisce, libera e riconcilia.
8 ottobre: l'intervento in Assemblea del superiore generale della SMA, P. Kieran O'Reilly

p  kieran o reillyUna dimensione importante della crescita della Chiesa nel continente africano è il numero degli uomini e delle donne africani ora direttamente coinvolti nella missione ad gentes della Chiesa, sia come membri di congregazioni missionarie locali di recente istituzione, sia come membri di istituti internazionali di fondazione più antica.

Ispirate dal loro impegno di fede e istruite nella dottrina sociale della Chiesa, molte congregazioni missionarie e religiose hanno costituito delle reti per affrontare la sfida. Mi riferisco in particolare al lavoro della rete Africa Faith and Justice Network. Queste reti si preoccupano in modo particolare di affrontare le questioni dell’ingiustizia strutturale radicata nelle politiche europee e statunitensi che hanno un impatto negativo sull’Africa.

Come “Famiglia di Dio”, la Chiesa è sfidata a testimoniare e a promuovere l’universalità dell’amore di Dio per le persone e per l’unità futura dell’umanità. Purtroppo, divisioni etniche, tribali e regionali continuano ad affliggere molte parti del continente africano, ostacolando seriamente lo sviluppo dei suoi popoli. La testimonianza delle comunità missionarie e religiose internazionali è tanto importante quanto urgente. Queste comunità abbracciano un ampio spettro di differenze culturali ed etniche in seno alla loro “famiglia” mentre vivono e lavorano insieme al servizio del Vangelo. La loro presenza proclama la verità evangelica che Dio non fa preferenze, che siamo tutti suoi figli e che il nostro destino comune è di essere un’unica famiglia in Lui.

L’Africa è trattata in modo inadeguato dai mezzi di comunicazione di massa, che si interessano quasi esclusivamente delle cattive notizie, creando così l’immagine largamente accettata di un continente in uno stato di crisi costante. Anche l’“industria degli aiuti” si alimenta vendendo stereotipi negativi e superati sugli africani come vittime indifese di guerre infinite e di carestie costanti.

La gente dell’Africa deve assumere un ruolo più centrale in quello che all’estero si racconta dell’Africa. E le congregazioni e gli istituti missionari internazionali si trovano in una posizione ideale per essere di aiuto in questo processo.

Intervento di Mons. John Olorunfemi Onayekam, Arcivescovo di Abuja (Nigeria): il dialogo con l'Islam, imparando a prenderci per mano

Il nostro continente è diventato la patria di entrambe le fedi monoteiste, Cristianesimo e Islam, un fatto che dobbiamo riconoscere e con cui dobbiamo convivere per un futuro prevedibile. La Ecclesia in Africa ha fatto appello a un dialogo sistematico con l’Islam. Nonostante numerose difficoltà in diversi luoghi, la strada del dialogo si è dimostrata la via migliore. Abbiamo imparato alcune lezioni negli ultimi quindici anni. Abbiamo fatto progressi nel far ricorso al sentimento generale, condiviso da musulmani e cattolici in Africa, di appartenere alle stesse famiglie, comunità e nazioni. Abbiamo imparato a prenderci per mano nell’affrontare sfide comuni sulla base di valori condivisi morali e spirituali, che scopriamo, talvolta con gioiosa sorpresa, ogni volta che apriamo reciprocamente i nostri cuori e le nostre menti.

Il mio appello e la mia ferma proposta è che questo Sinodo sfidi tutta la Chiesa africana a raggiungere l’intera comunità islamica dell’Africa, dal livello territoriale a quello continentale. Ciò non avverrà per caso. Deve essere programmato e a questo proposito vanno messe a punto strutture quali i Concilii interreligiosi. La buona notizia è che molto si sta facendo in questa direzione, ma occorre sostenerlo e diffonderlo. Non possiamo combattere la battaglia per la riconciliazione, la giustizia e la pace in Africa da soli come Chiesa cattolica. Dobbiamo dare la mano ad altre forze spirituali del nostro continente, per liberare il nostro popolo dai vincoli che ci siamo auto-imposti, per la gloria di Dio, onnipotente e misericordioso Padre di tutti.

Mons. Edward Hiboro Kussala, Vescovo di Tombura-Yambio (Sudan): elezioni nel Sud-Sudan, molte nubi all'orizzonte

Vi è un’evidente incapacità a costruire fiducia e ad affrontare questioni chiave tra il Nord e il Sud prima del referendum, giacché potrebbe produrre violenza dopo il referendum.
- Livello generalizzato di violenza nel Sud (specialmente inter-tribale);
- Atrocità di LRA nella diocesi di Tombura-Yambio WES, 240.000, IDPS, 31 profughi della Repubblica Democratica del Congo e della Repubblica Centrafricana, crisi umanitarie, ecc. Chi arresterà Kony, solo un organismo regionale o internazionale potrà portare ad una soluzione;
- La comunità internazionale è partita dopo CPA non rispettato,
- Successo/insuccesso continuato della leadership di SPLM e difficoltà a costruire il fragile Sudan postbellico con ministri che hanno un passato militare;
- Il rapporto tra i servizi offerti dalle ONG e dai GOSS (p.es. le ONG non forniscono più gran parte dei servizi sanitari); già questo di per sé può suscitare violenza.
- Occorre una riforma del MDTF e delle strategie d’assistenza in generale, per superare la sua riluttanza ad aiutare;
- Si avverte una incapacità da parte del Nord a rendere attraente l’unità, legge islamica sempre vigente nel Nord;
- Il conflitto nel Darfur è ostacolato da politiche interne e internazionali;
- Riarmo da entrambe le parti; continua mancanza di trasparenza sul petrolio;
- Raccolta di rimostranze dal Sud; il Nord si confronta nuovamente con gruppi dissidenti nel Sud;
- Determinazione non chiara o inadeguata dei confini;
- Diminuzione del prezzo del petrolio, dal quale il Sudan dipende per le sue entrate. Le risorse naturali non fanno mai sviluppare i paesi, come ci dice la storia.

La recente incriminazione del presidente Omar Bashir da parte della Corte penale internazionale, che ha ulteriormente legittimato l’ostilità; ciò può portare, a causa di un certo livello di incertezza circa l’attuazione del CPA, ad un ritorno al conflitto armato o ad una dichiarazione d’indipenden za unilaterale prima del referendum.

Mons. Buti Joseph Tlhagale, Arcivescovo di Johannesburg (Sudafrica): le nuove sfide dell'inculturazione nella cultura africana odierna, sedotta dal secolarismo e dal liberismo

Nell’Instrumentum Laboris il tema dell’inculturazione viene appena sfiorato. Eppure la Ecclesia in Africa afferma categoricamente che l’inculturazione è la conditio sine qua non per l’opera di evangelizzazione. Senza inculturazione non esistono una genuina evangelizzazione e una genuina riconciliazione. Dopo tutto, “il vangelo si radica nel tessuto umano della cultura” (IL 73).

I valori morali insiti nelle diverse culture africane, insieme ai valori del Vangelo, sono oggi minacciati dalla nuova etica globale che cerca aggressivamente di convincere i governi e le comunità africane ad accettare nuove interpretazioni del concetto di famiglia, di matrimonio e di sessualità umana. Le culture dell’Africa subiscono la forte pressione del liberismo, del secolarismo e delle lobby che hanno occupato alle Nazioni Unite. L’Africa affronta una seconda ondata di colonizzazione, subdola e spietata allo stesso tempo.

La sfida più complessa che la Chiesa africana deve affrontare non è la mancanza di analisi, la mancanza di comprensione dei problemi e della loro interconnessione. La sfida è la mancanza della volontà collettiva (politica) di applicare le risoluzioni prese, di cercare soluzioni percorribili alle sfide che affrontano le nostre società, di rispondere alle scomode sfide della leadership. Occorre dunque porsi un urgente interrogativo: A chi si rivolgono le nostre associazioni [episcopali] regionali e continentali? Quali sono i propositi di tali organizzazioni, a parte esprimere compassione, solidarietà e collegialità? I membri aderiscono formalmente alle conferenze regionali e continentali. Non vengono pagate le quote. In che modo, dunque le risoluzioni possono essere applicate quando noi stessi sabotiamo le nostre organizzazioni, ne frustriamo il personale e ne demoralizziamo i membri direttivi, invece di guidarli e aiutarli, o di stabilire e rivedere collegialmente gli obiettivi? Se le risoluzioni del Sinodo devono essere applicate, le nostre conferenze nazionali, regionali e continentali devono assumersene la responsabilità.

In secondo luogo, la nostra gerarchia sembra lavorare da sola a questi temi che riguardano tutto il continente. I laici, in virtù del battesimo, hanno un importante ruolo da svolgere. Ci si aspetta che diano testimonianza nella pubblica piazza, in famiglia e sul posto di lavoro. Ma la loro voce cristiana, dinnanzi alle molte sfide dell’Africa, è debole, soffocata, o semplicemente spenta. La gerarchia è priva di alleati affidabili nell’opera di trasformazione dell’Africa.. È necessario dare voce ai cattolici laici dell’Africa, perché alzino la testa e vengano apprezzati per la loro fede cristiana. La gerarchia non può agire da sola.
7 ottobre: i lavori del sinodo proseguono

Il mattino è stato dedicato alle riunioni dei vari gruppi di lavoro. Sono stati nominati i moderatori e i relatori. Una delegazione di vescovi si è recata in sin-afr 1Campidoglio, per un incontro con il Sindaco di Roma. Al centro dei colloqui i temi della cooperazione allo sviluppo, gli OGM, la regolamentazione dei flussi migratori, l’accoglienza di rifugiati politici e il contributo di Roma in vista del vertice della FAO di novembre.

Alcuni interventi pronunciati nel pomeriggio

Robert Sarah, Arcivescovo emerito di Conakry, Segretario della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli: la visione africana della famiglia, via per costuire la pace

Il presule ha criticato anzitutto la “teoria del genere”: “è un’ideologia sociologica piuttosto bizzarrae occidentale sui rapporti uomo-donna”. Ha infine ricordato che non ci possono essere pace, giustizia e stabilità in una società senza famiglia, senza la collaborazione tra l’uomo e la donna, senza padre e senza madre. “L’Africa deve proteggersi dalla contaminazione del cinismo intellettuale dell’Occidente. È nostra responsabilità pastorale illuminare la coscienza degli africani riguardo ai pericoli di queste ideologie”.

Mons. Ambroise Ouédraogo, Vescovo di Maradi (Niger): il dialogo con l’Islam, cammino obbligato in Niger

“La Chiesa di Dio nel Niger fa del dialogo islamo-cristiano una priorità pastorale della sua missione evangelizzatrice. Senza pretendere di compiere atti straordinari o di prendere iniziative eccezionali, le comunità cristiane, sostenute e incoraggiate dai loro pastori, si impegnano a ricercare e vivere la fraternità universale in uno spirito di gratuità nei confronti dei loro fratelli e sorelle musulmani, attraverso il dialogo di vita, l’ascolto e il rispetto dell’altro, il servizio reciproco in occasione degli avvenimenti fondamentali della vita umana.”

Mons. Adriano Langa, Vescovo di Inhambane (Mozambico): i nostri cattolici non si sentono a proprio agio

“Proibendo la lettura della Bibbia, come accadeva in un passato non troppo lontano, o, ancora, non traducendo le stesse Scritture nelle lingue locali, la Chiesa Cattolica non è ancora riuscita a dare ai cattolici dell’Africa un linguaggio e uno stile propri. È per questo che i cattolici africani rispetto ai credenti di altre religioni hanno sviluppato un complesso di inferiorità. Ed è per questo che i cattolici dell’Africa, desiderando allontanarsi dallo stile europeo e latino-americano nella volontà di sentirsi veramente cristiani cattolici africani, sono ben disposti verso i fratelli africani appartenenti ad altre fedi e altre denominazioni e ne adottano il linguaggio e lo stile”.

Mons. Jean-Bosco Ntep, Vescovo di Edéa (Camerun): La riconciliazione è un processo prima della persona che della politica

La riconciliazione, come è stata organizzata in alcuni paesi africani, non ha dato i frutti sperati. Non ha cancellato né il risentimento né la paura. Non ha riscontrato molte adesioni dei cuori. In realtà, non potrebbe limitarsi all’aspetto sociale, pubblico. È innanzitutto un processo personale. La Chiesa ha il vantaggio di parlare al cuore dell’individuo più della politica. Essa deve rivolgersi direttamente alle coscienze individuali, alla capacità di riflessione e di decisione di ogni persona per la scelta della riconciliazione come fondamento della pace e quindi come garanzia di un ordine sociale credibile. Il cristiano sarà quindi condotto all’indispensabile necessità della conversione personale, alla riconciliazione, alla pace come base di una vita ecclesiale.
La nuova prospettiva della riconciliazione che auspichiamo fa appello alla cultura. Occorre instaurare nella Chiesa una cultura della riconciliazione, cammino necessario, anzi indispensabile per la pace.

Mons. Fulgence Muteba Mugalu, Vescovo di Kilwa-Kasenga (R.D. del Congo) ha insistito sull'importanza dei mezzi di comunicazione sociale e sulla formazione etica dei giornalisti per promuovere nel suo paese la riconciliazione.
Mons. George Nkuo, Vescovo di Kumbo, Camerun, ha dedicato una buona parte del suo intervento agli OGM (organismi geneticamente modificati): benché siano presentati come uno strumento semplice ed efficace per vincere la fame in Africa, il presule invita la chiesa alla prudenza e all'analisi di tutte le conseguenze.

Una mostra di arte cristiana africana

“Tempo d’Africa - Arte Cristiana nelle opere di artisti africani contemporanei”, è il titolo della mostra allestita nell’atrio dell’Aula Paolo VI, e promossa dal Centro Orientamento Educativo (COE), come “omaggio” al Sinodo dei Vescovi. Alcuni degli artisti che hanno realizzate le opere esposte: Doudou Mbemba Lumbu e Joseph Belly Malenga Mpasi, dalla Repubblica Democratica del Congo; Theodore Ondigui Onana e Hervé Hermann Momo, dal Camerun; Zeleqe Ewnetù, dall'Etiopia.
6 ottobre: sintesi di alcuni interventi

Sua Santità Abuna Paulus, Patriarca della Chiesa Ortodossa etiope: il peso del debito sull'Africa

“L’Africa è oppressa da un pesante debito globale, che né questa né la generazione futura potranno colmare”: ha toccato un tema di cruciale importanza per lo sviluppo del continente Sua Santità Abuna Paulus, Patriarca della Chiesa Ortodossa etiope, invitato speciale al Sinodo sull’Africa, intervenendo stamani in assemblea. “Le nazioni ricche che si sono sviluppate sfruttando l’Africa se ne ricordano quando hanno bisogno di qualcosa” ha continuato il patriarca, ricordando una “brutale” colonizzazione e l’iniquo sfruttamento delle sue immense risorse naturali.

“Vorrei servirmi di questa assise per sollecitare tutti i capi religiosi a operare per la pace, a proteggere le ricorse naturali che Dio ci ha donato e a difendere la vita e l’innocenza dei bambini” ha proseguito Abuna Paulus, riferendosi anche ad altre problematiche dell’Africa, come il coinvolgimento di bambini nei conflitti armati, la mancanza di accesso all’educazione, la diffusione di malattie, la migrazione e la fuga dei cervelli. “I capi religiosi africani non devono preoccuparsi solo delle opere sociali, ma rispondere alle grandi necessità spirituali degli uomini e delle donne d’Africa” ha aggiunto il Patriarca ortodosso, presentando il mosaico africano come “la patria di ogni genere di popolazioni con una grande varietà di colori (…) prova che l’Africa è un continente in cui ogni genere di persone vive nell’uguaglianza a prescindere dalla differenza di colore e di razza”.

sin-afr 2Due interventi dall'Angola, paese uscito da una lunga guerra civile, e ora impegnato nella riconciliazione

Intervento di Mons. Emílio Sumbelelo, vescovo di Uíje (Angola)

”Nel nostro contesto angolano, la giustizia deve procedere di pari passo con il perdono. Senza perdono non può esservi riconciliazione. Ma il perdono non elimina né diminuisce l’esigenza di riparazione che è propria della giustizia, ma che esige di reintegrare le persone e i gruppi nella società. Passi concreti: 1) promuovere attraverso le Commissioni Pro Pace, opportuni studi sulle prevaricazioni dei gruppi etnici o sulle ingiustizie, per accertare la verità come primo passo per la riconciliazione. 2) Puntare sulla “ricostruzione umana” che passa attraverso la modificazione del comportamento della personalità male impostata e/o che ha sofferto qualche scossa nelle sue strutture e/o nelle strutture della sua società. La “ricostruzione umana” è quindi un lavoro che ci si attende dalla Chiesa, affinché l’“individuo distrutto” torni a farsi persona, ad accettare se stesso.

Intervento di Mons. José Nambi, Vescovo di Kwito-Bié (Angola)

Manca in Angola una vera educazione civica dei cittadini. La coscienza critica delle persone è debole. Per questo è urgente promuovere l’educazione civica dei cittadini e rafforzare la loro coscienza critica. Ciò significa anche promuovere la difesa della libertà di espressione e di opinione come appannaggio della democrazia e spazi di sviluppo.
Il continente africano è considerato un continente ricco, ma i suoi popoli continuano ad essere poveri. In Angola si osserva un grande sforzo per uscire dalla povertà. A questo scopo sono stati concepiti progetti grandi e piccoli. Ciononostante la differenza fra ricchi e poveri continua ad essere enorme. La concentrazione delle ricchezze nelle mani di poche persone è impressionante e ciò genera e può sempre generare conflitti. La popolazione delle zone rurali è attratta dalla vita delle città e questo comporta varie conseguenze sociali.

Intervento di mons. Lucius Iwejuru Ugorji, vescovo di Umuahia in Nigeria: denunciato lo sfruttamento delle risorse naturali africane da parte delle multinazionali

“Lo sfruttamento sconsiderato dell’ambiente ha un impatto negativo sugli africani e minaccia le loro prospettive di vivere in pace” ha sottolineato il presule, lanciando l’allarme sul “degrado ambientale in Africa” dove “aree intere vengono distrutte a causa della deforestazione, dell’estrazione di petrolio, come pure dello smaltimento dei rifiuti tossici, di contenitori di plastica e materiale in cellofan. Inoltre, l’erosione causata dall’uomo porta via terreni agricoli, distrugge le strade e insabbia le sorgenti d’acqua. La Chiesa in Africa deve suscitare una ‘conversione ecologica’ attraverso un’educazione intensiva. Deve educare le persone in Africa ad essere più sensibili verso il crescente disastro ambientale e la necessità di ridurlo. Tutti devono essere resi sempre più consapevoli che le generazioni future hanno il diritto di vivere in un ambiente intatto e sano e di godere delle sue risorse”.

I vescovi del Nord-africa

A prendere la parola oggi nell’Aula vaticana Paolo VI è stato anche il cardinale Polycarp Pengo, arcivescovo di Dar-es-Salaam (Tanzania), che ha chiesto a tutti i partecipanti “il coraggio di denunciare, persino contro noi stessi, l’abuso del ruolo e della pratica del potere, il tribalismo e l’etnocentrismo, lo schieramento politico dei capi religiosi” per ottenere maggiori “comunione e solidarietà pastorale in seno alla Chiesa africana”.

Al centro dell’intervento di monsignor Maroun Elias Lahham, vescovo di Tunisi (Tunisia) è stata la “specificità delle relazioni islamo-cristiane nelle Chiese dell’Africa settentrionale”, in grado di “arricchire le esperienze di dialogo vissute altrove (in Europa o nell’Africa subsahariana) e attenuare le reazioni di paura e di rifiuto dell’Islam che cominciano a farsi sentire in alcuni paesi”. La Chiesa nordafricana, ha aggiunto il presule, è “una Chiesa d’incontro”, “non perseguitata”, anche se non gode di tutta la libertà auspicata, e “fortemente impegnata nel servizio umano, sociale, culturale e educativo dei paesi che l’accolgono”. Ai padri sinodali dell’Africa, il cardinale Angelo Sodano, decano del collegio cardinalizio, ha espresso la vicinanza della Chiesa nella loro missione di “essere artefici di riconciliazione, di giustizia e di pace in tutto il continente”.

“Sappiamo che nel continente africano vi sono più di dieci milioni di sfollati, di migranti che cercano una patria, una terra di pace. Il fenomeno di questo esodo rivela un volto d’ingiustizia e di crisi sociopolitica in Africa. In Libia viviamo tutta la tragedia di questo fenomeno”: ha toccato il sensibile tema delle migrazioni monsignor Giovanni Innocenzo Martinelli, vescovo titolare di Tabuda e vicario apostolico di Tripoli (Libia).

In Libia, ha detto il presule parlando dei migranti in fuga da guerre e povertà nell’Africa subsahariana, entrano ogni anno a migliaia per cercare un lavoro o un modo di raggiungere l’Europa. “Molti di loro si sono lasciati ingannare dalle promesse di un lavoro ben retribuito e si trovano costretti a svolgere lavori mal pagati. Molte donne, fatte venire nel paese, sono costrette alla prostituzione e alla schiavitù. Tutti gli immigrati illegali – ha detto monsignor Martinelli - rischiano il carcere, la deportazione o, peggio ancora, non hanno accesso né all’assistenza legale né ai servizi sanitari”.

L'intervento accorato del vescovo di Djibuti e amministratore apostolico di Mogadiscio (Somalia), Mons. Giorgio Bertin

(Dal 1989, data dell'omicidio del vescovo Salvatore Colombo, la sede episcopale di Mogadiscio è vacante e i pochissimi cattolici somali sono sotto l'amministrazione apostolica del vescovo di Gibuti)

Da alcuni anni nella ricorrenza della morte di Mons. Salvatore Colombo, vescovo di Mogadiscio ucciso il 9.7.1989, ho incominciato a ricordare nella Messa non solo lui, ma anche una serie di altre persone che sono state uccise mentre erano a servizio della giustizia, della pace e dei poveri in Somalia.

Tra di essi vi sono stati alcuni cattolici, come la dottoressa Fumagalli, Annalena Tonelli e Sr. Leonella; vi sono stati dei fratelli “protestanti”; vi sono stati dei musulmani somali, e sono stati la maggioranza in questo paese musulmano; vi sono state anche altre persone non appartenenti ad alcuna fede. Chiamo questa giornata del 9 luglio “giornata dei martiri della Somalia”. Essa ci serve a ricordare che molte persone di convinzioni diverse hanno sacrificato la loro vita per più giustizia, più fraternità e più pace in Somalia.

Non siamo solo noi cattolici a volere riconciliazione, giustizia e pace in Somalia o in Africa. Ci sono tante altre persone e istituzioni di buona volontà. Due domeniche fa il Vangelo ci diceva: “chi non è contro di noi, è per noi” (Mc 9, 40). Questo significa che abbiamo il dovere di collaborare con tutti.

Concretamente vi suggerisco alcuni punti non esaustivi, pensando sia alla Somalia che all'Africa:

1. fare la memoria “insieme agli altri” delle persone migliori che hanno servito al bene di un dato popolo;
2. avere dei momenti di preghiera in comune con i credenti di altre fedi a favore della pace;
3. arrestare il traffico di armi e la libera circolazione di criminali di guerra;
4. invitare la comunità internazionale a una più grande collaborazione non solo alla lotta contro la pirateria, ma anche per la ricostruzione dello stato in Somalia;
5. collaborare con i musulmani di buona volontà per isolare e neutralizzare l'opera nefasta di gruppi islamici radicali che sono la causa di problemi anzitutto per i musulmani stessi e poi per gli altri;
6. appoggiare e sviluppare l' azione della Santa Sede e dei suoi diplomatici.
5 ottobre: prolusione del papa - relazioni del card. Tucson e di mons. Eterović - conferenza stampa

Il papa introduce i lavori dell'Assemblea

sinodo africa“La carità non è una cosa individuale, ma universale. Universale e concreta. Occorre aprire realmente i confini tra tribù, etnie, religioni all’universalità dell’amore di Dio nei nostri luoghi di vita, con tutta la concretezza necessaria”: con questo auspicio si è conclusa la meditazione con la quale stamani in Vaticano Benedetto XVI ha introdotto la prima Congregazione generale del Sinodo dei Vescovi per l’Africa.

Il Papa ha invitato i presuli africani ad affrontare i lavori sinodali con il cuore aperto alla Spirito di Dio, senza il quale - ha affermato - ogni analisi solo umana della realtà è “insufficiente”. Rivolgendosi ai presuli africani, il Papa ha invocato l’aiuto dello Spirito Santo, unico strumento che permette di “conoscere” le realtà umane “alla luce di Dio”. Benedetto XVI ha infatti messo in guardia dai limiti delle valutazioni del contesto sociale africano che, pur competenti, vengono formulate seguendo binari di tipo meramente sociologico.

Analisi “orizzontali”, le definisce il Pontefice, prive dell’aggancio con la dimensione “verticale”. “Se la prima relazione, quella fondante, non è corretta – ha detto Benedetto XVI, le cui parole sono state riportate da Radio Vaticana - tutte le altre relazioni non funzionano dal fondo. Perciò, tutte le nostre analisi del mondo sono insufficienti se non consideriamo il mondo alla luce di Dio, se non scopriamo che alla base delle ingiustizie, della corruzione c’è un cuore non retto, c’è una chiusura verso Dio, e quindi una falsificazione della relazione fondamentale sulla quale sono passate tutte le altre”.

I primi interventi

“La verità è che l’Africa è stata accusata per troppo tempo dai media di tutto ciò che viene aborrito dall’umanità; è tempo di ‘cambiare marcia’ e di dire la verità sull’Africa con amore, promuovendo lo sviluppo del continente che porterà al benessere di tutto il mondo”: è questo uno dei passaggi più significativi della “Relazione prima della discussione” letta dal relatore del Sinodo, il cardinale Peter Turkson, arcivescovo di Cape Coast, in Ghana.

“I paesi del G8 – ha aggiunto il cardinale - e i paesi del mondo devono amare l’Africa nella verità! Generalmente considerata alla decima posizione nella graduatoria dell’economia mondiale, l’Africa rappresenta tuttavia il secondo mercato mondiale emergente dopo la Cina. Per questo motivo, come l’ha definita il summit del G8 da poco concluso, è il continente delle opportunità. E ciò dovrebbe valere anche per le popolazioni del continente. Si spera che la ricerca della riconciliazione, la giustizia e la pace, che è eminentemente cristiana per il fatto di essere radicata nell’amore e nella misericordia, ristabilisca l’unità della Chiesa-Famiglia di Dio nel continente e che quest’ultima, in quanto sale della terra e luce del mondo, guarisca ‘il cuore ferito dell’uomo, in cui si annida la causa di tutto ciò che destabilizza il continente africano’”. Secondo il cardinale in futuro nulla vieta che dall’Africa possa anche arrivare un Papa: “Perché no!” ha detto rispondendo a una domanda. Quello del cardinale Turkson è stato uno dei tre interventi seguiti al discorso di Benedetto XVI.

Il segretario generale del Sinodo, monsignor Nikola Eterović, nella sua introduzione, ha sottolineato la valenza del viaggio apostolico di Benedetto XVI in Africa e il dinamismo del continente, evidente in molti aspetti. Elencando dati e statistiche, monsignor Eterović ha evidenziato le potenzialità insite in Africa aggiungendo che la “Chiesa Cattolica in Africa deve illuminare ancora di più le complesse realtà del continente con la luce del Signore Gesù, diventando sempre di più il sale della terra africana, immettendo il gusto divino nelle realtà di ogni giorno”.

Nel saluto rivolto al Papa, il cardinale Francis Arinze - presidente delegato del Sinodo, prefetto emerito della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti - ha parlato di “una Chiesa che vuole essere sempre più fedele a quell’aspetto della sua missione che è l’essere al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace”. Il cardinale ha ricordato le tante sofferenze vissute dall’Africa ma ha detto che “l’Africa ha conosciuto anche l’amore fraterno, la solidarietà con i sofferenti, i comitati per la verità e la riconciliazione, gli aiuti regionali tra paesi e qualche progresso verso lo sviluppo integrale”.

Conferenza Stampa

Nella Sala Stampa della Santa Sede il cardinale Turkson ha risposto alle domande dei giornalisti su alcuni temi specifici: il celibato sacerdotale, la necessità di pensare a nuovi modi di portare il Vangelo tra gli africani per renderne più comprensibile il messaggio, l’africanizzazione della liturgia, l’attenzione al fenomeno dell’omosessualità, il ricorso alle corti internazionali di giustizia per il risarcimento delle vittime degli eccidi, la lotta all’aids.

Nella prima conferenza stampa di questo Sinodo si è dunque entrati nel vivo dell’attualità, affrontando le questioni più diverse, persino l’eventuale elezione di un Papa nero. Tra le domande più ricorrenti poste dai giornalisti la questione della fedeltà del clero al celibato. Una sfida - ha detto il cardinale - che viene dal mondo di oggi e che impone di rinsaldare la fede e la testimonianza. In Africa, ha aggiunto, ci sono tanti vescovi e sacerdoti che vivono con passione questa fedeltà al celibato, come ce ne sono altri che ne avvertono la difficoltà.

Per questo, ha concluso, è importante la nostra testimonianza. Di testimonianza c'è bisogno anche per difendere la famiglia - ha proseguito Turkson - dai continui attacchi che vengono da ogni parte, a volte anche dall'interno della comunità ecclesiale. Si è parlato poi di africanizzazione della liturgia, tema strettamente legato all’inculturazione del Vangelo: la raccomandazione del Sinodo - secondo il relatore - sarà di vigilare affinché siano salvaguardati sempre i contenuti teologici. Infine il discorso si è spostato sull’aids. Domande sono state fatte in questo senso anche all'arcivescovo di Antananarivo, monsignor Razanakolona, presente all’incontro. Il cardinale Turkson ha molto insistito sulla necessità della prevenzione.

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