Roberta: Far tacere le parole e far parlare i fatti

Questa frase potrebbe essere la sintesi di un’esperienza estiva in Costa d’Avorio, ad Adzopé, con le nostre Suore NSA, e a Korhogo con p. Filippo Drogo SMA, fatta dall’amica Roberta Nobili, genovese doc, che qui intervistiamo.

Quando sei partita, e come?

E’ il 3 luglio 2009: FINALMENTE SI PARTE, destinazione Costa D’Avorio!!!! Sono tante le domande, i dubbi miei e di coloro che lascio a casa, le curiosità che ho messo nello zaino prima di partire, ma soprattutto la voglia di conoscere, capire e condividere anche se per poco tempo, le giornate con i Padri e le Suore che incontrerò, sapendo bene che, una volta tornata avrei avuto occhi nuovi e il… mal d’Africa!

Dove hai iniziato?

La prima tappa del viaggio è l’Istituto Raoul Follereau, l’Ospedale per i malati di lebbra di Adzopé (Est della Costa d’Avorio), dove lavorano le Suore di Nostra Signora degli Apostoli. L’idea di passare le mie giornate in un lebbrosario mi faceva paura e la voglia di scappare si faceva sentire e invece… Subito, dal primo giorno, suor Regina mi ha portato con lei in ospedale durante le visite e pian piano ho iniziato a capire e a vedere che anche in mezzo a tanta sofferenza c’è sempre accesa una luce, anche se piccola.

Il sorriso e i grandi occhi neri della piccola Safi che tutte le mattine mi dava il buon giorno (in cambio di una banana!!!), la voglia di vivere e di crescere dei piccoli malati, che nonostante la malattia, per qualcuno anche molto grave, correvano e giocavano per i viali dell’ospedale, tenevano accesa quella piccola luce di speranza. Verso le dieci, dopo il “girone” in ospedale, (le giornate in Africa iniziano presto e finiscono presto!!!), con suor Redenta, andavo a scuola: dieci piccoli scatenati, di età molto diversa erano alle prese con numeri e lettere, e lei, con molta pazienza e semplicità cercava di tenerli fermi!

Nel pomeriggio mi trovavo con le ragazze per insegnar loro a cucire o per far giocare i ragazzi e i più piccoli. In realtà erano loro che insegnavano a me più di quanto io insegnassi a loro. Poco lontano dall’Istituto, sulla strada di Adzopè, c’è il villaggio dei lebbrosi guariti, un piccolo villaggio nella foresta con le case di legno e di terra. La domenica mattina insieme alle Suore e a padre Gino siamo andati a celebrarvi la messa.

Poco prima dell’ingresso nella chiesa nuova di zecca, ecco un cartellone che ti dà il “benvenuto”: Nourris de la parole de dieu, temoignons Jesus Christ notre sauveur (Nutrìti della parola di Dio, testimoniamo Gesù Cristo nostro Salvatore!). Non so quanto è durata la messa, ma ho ancora nelle orecchie i canti e la musica dei tam-tam del coro, che in un’esplosione di gioia, si innalzavano a Dio.

Il 10 luglio una nuova partenza: prima alla casa regionale della SMA ad Abidjan e poi a Korhogo, nel nord della Costa D’Avorio, con padre Filippo. 630 Km di buchi, camion, villaggi, città, mercati improvvisati sul bordo della strada, che vendevano le cose più “strane” dalla frutta ai “topi” da mangiare, gli aguti!! Salendo, il paesaggio intorno cambia: la foresta lascia il posto alla savana. Korhogo è molto diversa da Adzopè, e gli ultimi eventi della guerra civile sono ancora ben visibili in tutta la città. Con padre Filippo ho visitato le varie realtà della città e ho vissuto un po’ la vita della sua parrocchia.

Che cosa ti ha colpito?

Mi ha colpito tantissimo quella che ritengo una delle più belle realtà di Korhogo: il Centre Saint Camille, dove ci accoglie suor Teresa, una delle tre suore Figlie della Croce, che vi lavora da anni. Il Centro è il secondo che Grégoire Ahonbognon, un laico innamorato dei poveri, ha aperto in Costa D’avorio. E’ sorto per il recupero dei malati mentali, che normalmente sarebbero abbandonati, o legati ad un ceppo in una capanna del villaggio, per paura.

Suor Teresa ci dice che il Centro si deve autogestire, perché non può contare sul sostegno dello Stato o delle Organizzazioni internazionali; a far vivere il Centro sono l’aiuto di alcune associazioni e una piccola fattoria fuori dalla città, dove a rotazione, i malati del Centro lavorano, allevano maiali, pecore, galline e conigli e coltivano i campi! Suor Teresa è una persona semplice e con un sorriso dolcissimo: tra mille difficoltà manda avanti il centro, grazie anche agli amici italiani!

“Tante persone come suor Teresa, che nel silenzio fanno un lavoro enorme… se non avessero creduto nell’aiuto di Dio e non avessero avuto fiducia in Lui non sarebbero riuscite a fare quello che stanno facendo e che hanno fatto, anche nei momenti difficili, durante gli eventi della ribellione… insieme… una testimonianza di fede ed amore enorme…”, mi dice padre Filippo! E con questa frase nel cuore torno alla missione: “Una testimonianza di fede e amore verso Dio enorme…”.

Vicino al Saint Camille, sempre gestito dalle Suore Figlie della Croce insieme ad una volontaria, Liliana, c’è il Centro Nutrizionale: ci vengono i bimbi al di sotto di un anno, che per vari motivi non hanno più uno o entrambi i genitori, e sono affidati alle cure della zia o della nonna. Liliana, con molta umiltà e semplicità, prima pesa e registra tutti i piccoli, e poi, a seconda dell’età, dà loro o il latte in polvere o un mix di farina e di olio per portare i bambini fino allo svezzamento. Fuori ad aspettare c’è una ventina di bambini, uno più bello dell’altro, con gli occhi pieni di gioia e di speranza per il futuro…

Un’altra bella realtà di Korhogo che ho visitato è il Centro Don Bosco. Lì ci accoglie suor Giulia, un “vulcano” difficile da fermare. Ci spiega il lavoro del Centro: accolgono persone con varie disabilità fisiche. La cosa che mi ha colpito di più e che mi ha fatto pensare molto è stato un botta e risposta tra padre Filippo e suor Giulia: “Bisogna coinvolgere i giovani: sono loro il futuro di tutto questo lavoro…” dice suor Giulia! “Siamo nella mani di Dio: se Dio vorrà chiamerà e se loro vorranno risponderanno… noi siamo qui!” risponde p. Filippo. La battuta era destinata a me, ma mi piace condividerla con voi: perciò l’ho scritta al plurale!

E la Parrocchia dove lavora p. Filippo?

La Domenica mattina, invece di dire messa alla missione, padre Filippo va a celebrare la messa nel villaggio di Torgokaha, poco lontano dalla città. Lo accompagno. L’accoglienza non è delle migliori: non c’è nessuno in chiesa, sono tutti a lavorare nei campi e il catechista è in città… Ma è bastato poco: suonare la campana e piano piano la gente è arrivata e la piccola cappella si è riempita di anziani, giovani e bambini. Della Messa non ho capito granché, perché era in lingua senufo, una delle tante lingue locali della Costa D’Avorio.

E’ incredibile come, nonostante le difficoltà e con tanto lavoro e pazienza, il Vangelo continua ad avanzare… La parrocchia di padre Filippo (intitolata a San Luigi di Francia) è giovane, ma molto vivace, e la prima cosa che ti colpisce entrando in chiesa è la bellissima versione africana del dipinto dell’Ultima cena. Ho avuto la possibilità di conoscere i giovani e la loro gioia irrefrenabile.

Cos’hai incontrato in Africa?

Sul muro della chiesa di San Bonaventura, in un quartiere di Korhogo c’è scritto: “Fai tacere le parole e fai parlare i fatti”. Queste parole sono il modo più semplice per descrivere quello che ho incontrato in questi pochi giorni passati in Africa: poche parole e tanti fatti, tante persone come le suore, i padri e i volontari, che con estrema semplicità e umiltà camminano accanto alla gente, condividendone la vita. Mi sono sempre chiesta come facessero i missionari a vivere in mezzo a tanta confusione, a vivere in un lebbrosario, per esempio: in questi giorni passati con loro ho trovato la risposta…

Solo affidandosi all’Amore di Dio, lasciando che sia Lui a guidare, credendo nel suo aiuto e fidandoci di Dio anche nei momenti in cui tutto sembra impossibile, si è in grado di fare veramente e in modo pieno quello Dio ci chiede. “Faites tout ce qu’ il vous dira” (“Fate tutto quello che lui vi dirà”) (Gv 2, 5). Sono le parole della Madonna a Cana, scritte sul muro del Santuario Mariano ad Abidjan! E’ l’invito che colgo da quanto ho visto!

Cosa ti sei portata dietro, ritornando a casa?

Partire è stato facile, ma tornare a casa difficile: sono tante le emozioni, i volti, le voci, gli odori, i sapori che mi sono portata dietro e che porterò sempre nel cuore: la dolcezza di suor Redenta nell’insegnare ai piccoli; la precisione, la serietà e il grande cuore di suor Regina; la gioia contagiosa di suor Françoise, africana; la voglia di vivere dei piccoli del lebbrosario; le chiacchierate sul campetto con padre Filippo, (veramente mi hanno confuso un po’ alcune idee, ma ne hanno aggiustate altre!!!) ; ho scoperto la voglia di stare insieme dei ragazzi; la dolcezza e la pazienza di Marie, una stupenda ragazza di Korhogo; l’allegria e l’entusiasmo di Martin e degli altri ragazzi della parrocchia, anche solo per fare le prove dei canti della domenica. Le testimonianze di fede e di impegno che mi hanno accompagnato in questo viaggio, sono le cose più belle che mi porto dentro.

Cosa ti ha aiutato a capire, questo viaggio?

Tante cose di me stessa che non conoscevo, tanti limiti e tante cose inutili che mi porto dentro. Mi ha fatto capire che c’è un altro modo di vivere e che forse il nostro non è, come credono in tanti, il migliore; mi sono davvero resa conto che tutto quello che ho visto è possibile solo con l’amore e l’aiuto di Dio. Sono tornata a casa con una convinzione…

“Dobbiamo testimoniare quello che Dio ha detto nella vita di tutti i giorni, anche se intorno a noi non è sempre facile perché ognuno di noi è chiamato a testimoniare con la propria vita quello in cui crede: solo se ci affidiamo a Lui e ci fidiamo di Lui, ne saremo veramente capaci”! Parole sante di padre Filippo, che ho fatte mie!

Infine sono tante le cose che vorrei dire alle persone che hanno reso possibile questo viaggio e il mio “cambiamento”. Ma una le racchiude tutte. Grazie! A p. Gigi, che qualche anno fa’ mi ha fatto innamorare dell’Africa con le sue testimonianze; a p. Toni e a sr Sandra, che hanno reso possibile il viaggio; a p. Giampiero, che con molta pazienza e tanto entusiasmo mi ha aiutato a prepararmi alla partenza. A p. Filippo, a sr Redenta, sr Regina, sr Françoise e a p. Gino, che mi hanno ospitato e mi hanno accompagnato con la loro presenza discreta, la loro pazienza, il loro affetto, in questo primo, e spero non ultimo, viaggio in Africa!

Roberta Nobili – Sant’Ilario, Genova


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