L’altro muro che somiglia ad un ponte

“La fame è il segno più crudele e concreto della povertà. Non è possibile continuare ad accettare
opulenza e spreco, quando il dramma della fame assume dimensioni sempre maggiori”
(Benedetto XVI al vertice della FAO a Roma, novembre 2009).

A vent’anni dall’abbattimento del MURO di Berlino si dovrebbe piuttosto parlare di ‘spostamento’ del MURO! Alcuni autori parlano da tempo di ‘apartheid globale’ e cioè di un grande vallo che quotidianamente viene innalzato per dividere il mondo.

“Oggi sulla terra 6 abitanti su 7 vivono in condizione strutturale di indigenza e privazione: sub-continente Indiano, Africa Occidentale ed Orientale sono le tre aree in assoluto più povere” (Dossier statistico 2009 Caritas/Migrantes).

Il documento finale del recente Sinodo Africano ha ricordato e denunciato alcuni segmenti di questo muro globale: “I Padri Sinodali rendono grazie a Dio per le abbondanti ricche risorse naturali dell’Africa i cui popoli, invece di goderli come benedizione, sono vittime di una cattiva gestione pubblica da parte delle locali autorità e dello sfruttamento da parte di poteri stranieri. Oggi esiste una stretta connessione tra lo sfruttamento delle risorse naturali, il traffico di armi e l’insicurezza deliberatamente mantenuta” (Proposizion29).

Io sono quell’altro che ha attraversato il Paese su una passerella sospesa tra due sogni (Ben Jelloun). Natale è appena un ponte o meglio una fragile passerella sospesa a un Dio che sogna un altro mondo possibile. Fragile tentativo di aprire varchi nei muri della storia umana.

A questo si riferisce il Natale. Che racconta la storia di un muro, trasformato in una notte e nel seno di una donna, molto simile ad un ponte.

P. Mauro Armanino


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