P. Toni Porcellato: In Angola per incontrare i confratelli che vi lavorano

Tra i quasi mille confratelli Sma nel mondo, noi italiani siamo una quarantina. Una famiglia non numerosa, però ben sparpagliata, in sei paesi africani e nell’isola di Guadalupe. La mia visita in Angola, come quella quasi contemporanea di P. Andrea in Costa d’Avorio, aveva lo scopo di rafforzare i legami di famiglia tra noi, vedere la situazione dei confratelli, dare e raccogliere le informazioni e i suggerimenti in vista dei prossimi incarichi e delle scelte strategiche della provincia.

Sono arrivato a Luanda il 21 gennaio, accolto dai nostri cinque Sma italiani che lavorano in quel paese: P. Renzo Adorni, P. Luigino Frattin, P. Angelo Besenzoni, P. Walter Maccalli e P. Ceferino Cainelli. Ci conosciamo bene tutti e quindi questo viaggio per me è stato anche caratterizzato dalla gioia di ritrovare degli amici e dei fratelli. Per questo tra i 30 kg della mia valigia, oltre alle cose specifiche che mi avevano chiesto, non mancavano dei buoni salami e qualche bottiglia di grappa.

L’esperienza mi ha insegnato che durante queste visite è importante stare con ogni confratello nel suo ambiente normale di lavoro e darsi le occasioni per parlare a tu per tu con ciascuno. Per questo sono rimasto sempre nel quartiere di Kikolo, eccetto i tre giorni nei quali sono andato con P. Walter nella sua nuova parrocchia di Nambuangongo, 200 Km verso nord.

Per i popoli “più abbandonati"


Una decina di anni fa, noi SMA Italiani, spinti dalle parole di Brésillac di “andare verso i popoli più abbandonati” abbiamo volto lo sguardo all’Angola. Le circostanze ci hanno poi spinto nella periferia di Luanda, nel quartiere di Kikolo. Esso fa parte della “cintura” che circonda Luanda a semicerchio da nord a sud: un insieme di quartieri dove si sono stabiliti alla rinfusa centinaia di migliaia di persone fuggite dalle campagne verso la città negli anni della guerra civile.

Questi sobborghi accolgono più di metà della popolazione di Luanda che è stimata 5 milioni di persone. Come in altre grandi città africane, la cintura periferica mostra un degrado economico e sociale insopportabile. Mancano strade, fognature, acqua potabile, corrente elettrica, scuole, ospedale e servizi sanitari. I residenti a Kikolo sono oltre 300.000. La popolazione è un miscuglio di persone provenienti da tutte le parti del paese. Moltissimi sono giovani e la lingua che tutti parlano e capiscono è il portoghese.

Nuove comunità nate in questi anni

A Kikolo ho trovato P. Renzo, P. Luigino, P. Angelo e P. Ceferino che vivono insieme al Bom Pastor. Con loro collabora don Mario Cherchi, un prete “fidei donum” sardo, che da poco abita in una nuova parrocchia del quartiere. P. Luigino è il veterano, quello che è arrivato quando c’era solo una cappella. E’ il vicario generale della Diocesi, ma è anche l’esperto di cemento, ferro e progetti di costruzione. In questi dieci anni, sono nate un gran numero di comunità cristiane, organizzate oggi in tre parrocchie, una dozzina di cappelle e molte comunità ecclesiali di base. Questo apostolato urbano per certi versi è più impegnativo dell’evangelizzazione in ambito rurale.

Domanda molta inventiva, capacità di organizzare e coinvolgere, molta pazienza. I numeri sono sempre alti: parecchie centinaia di catecumeni, migliaia di allievi delle scuole che dipendono dalla parrocchia, quattrocento tra catechisti e catechisti ausiliari e così via. Eppure i cattolici praticanti sono forse il 3% della popolazione. Mi diceva P. Angelo: “Anche se le nostre cappelle sono piene, non facciamoci illusioni. Stamattina sono andato a piedi fino al mercato. Avrò incrociato mille persone, solo due mi hanno salutato riconoscendomi come “padre”. Se uno degli obbiettivi della SMA è di portare il Vangelo tra le popolazione più abbandonate, a Kikolo questo si realizza in pieno.

Far nascere il clero locale

Una mattina P. Renzo Adorni mi parlava dei seminaristi della diocesi e come sensibilizzavano la parrocchia sul costo della loro permanenza in Seminario. Si sentiva una certa soddisfazione e anche fierezza in quello che diceva perché, grazie a Dio e all’impegno messo in questi anni, sta finalmente nascendo anche un clero locale. Attualmente il presbiterio è costituito dal Vescovo e da 18 preti tutti appartenenti a istituti religiosi o missionari. In aprile sarà ordinato P. José, il primo prete diocesano della diocesi. Lo seguono 7 o 8 seminaristi distribuiti nei vari anni di teologia. I nostri confratelli SMA hanno una sensibilità forse più evidente di altri nel seguire i giovani e far nascere il clero diocesano locale.

“Dov’è tuo fratello?”

Lo vivono nel senso di andare e cercare di farsi vicini alle persone più svantaggiate, soprattutto a livello religioso. Mi ha molto colpito anche la scelta di p. Walter, accettata anche dagli altri, di prestarsi per ridare vita alla parrocchia di Nambuangongo, parrocchia di campagna abbandonata da 50 anni in seguito alle due guerre, quella contro i portoghesi dal 60 al 74 e quella tra l’UNITA e l’MPLA tra il 76 e il 2002. Ho accompagnato Walter nella sua casetta molto semplice con annessa una sala che funge da chiesa. Non c’è luce elettrica, non c’è acqua corrente, non c’è campo per il telefono cellulare. Da Caxito, per arrivarci ci sono 150 km, molti dei quali di pista e un torrente da passare a guado. Eppure Walter è felice di condividere la vita di villaggio di quei semplici contadini che da tanti anni non vedevano un prete. Egli dedica molto tempo a visitare gli ammalati, specialmente gli anziani, che spesso giacciono senza cure nel chiuso delle capanne. Un proverbio del Benin dice: “Sono i piedi che provano l’amicizia”. Cioè è il camminare, il rendere visita all’altro che rende vera l’amicizia. Quei due giorni passati con P. Walter a Nambuangongo me lo hanno confermato.

Che cosa ti ha particolarmente colpito durante questa tua visita? Sono arrivato a Kikolo il 21 gennaio e il giorno precedente c’era stata un po’ di pioggia. Anche se ero già abituato a vedere gli sgradevoli effetti della pioggia nelle periferie delle città africane, a Kikolo per la prima volta in tanti anni di Africa ho provato un vero senso di disagio e di ripulsa nel trovarmi immerso in tanto fango, sporcizia, disordine… E ho ammirato ancora di più i vari Angelo, Cefe, Luigino e Renzo che in quel posto sono andati e ci sono ancora.

I giovani

Sono stato colpito anche da quello che P. Ceferino sta facendo con i giovani. Soprattutto da come ha saputo coinvolgere e motivare un buon numero di loro che diventano a loro volta animatori. Hanno cominciato a redigere, impaginare e stampare un bel giornalino “Aldeia Juvenil” (Villaggio dei giovani), con articoli molto interessanti scritti da loro. Sulla scia di una intervista, hanno organizzato una festa per i ragazzi con Alice Berenguel, una delle più note presentatrici della televisione angolana. Il cortile della missione era colmo di migliaia di ragazzi. Il bello è che Cefe riesce a metterli in contatto anche con i giovani di ambienti di Luanda e dell’Angola e questo fa loro molto bene. Il quartiere è ricco di bande di ragazzi e giovani di strada. Ora il progetto è di aprire un laboratorio artigianale (saldatura, carpenteria di ferro, elettricità) per loro.

Infine mi ha colpito ancora una volta positivamente la vita di famiglia stile SMA, certamente bisognosa di miglioramenti, ma fedele nella preghiera e di vera amicizia e fraternità nelle cose concrete. I padri fan da mangiare loro stessi, una settimana ciascuno a turno, e anche in questo campo ho potuto apprezzare la loro creatività e competenza.

Chi potrebbe andare a dare una mano?

Un grazie a tutti coloro che hanno lavorato e lavorano a Kikolo e ai tanti che li sostengono. Il lavoro fatto in dieci anni è impressionante. Ancora più impressionante è quello che resta da fare. I bisogni sono enormi e l’ambiente è favorevole: ci sono tantissime persone, giovani, pieni di energie, disponibili e anche desiderosi di lasciarsi coinvolgere dal Vangelo. C’è da imparare il portoghese e da tirarsi su le maniche. I nostri sperano di veder arrivare dei confratelli sma africani o indiani. Ci sarebbe veramente bisogno di persone che abbiano voglia di impegnarsi a tempo pieno laggiù. A Kikolo inserirsi nel lavoro pastorale e di promozione umana sarebbe un’esperienza molto appagante per famiglie o laici singoli.

I padri sono disponibili a collaborare e condividere la vita con loro. Chi potrebbe dare una mano?

P. Toni Porcellato

12-03-2010

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