P.Galli: Kidaadè, la piccola cosa che non ha nome

Da qualche tempo dovevamo andare a visitare il villaggio di Kpalada, di cui Sabaringadè è una emanazione. Le terre appartengono a Kpalada. A Sabarignadè sta nascendo una nuova comunità cristiana. Vogliono farsi conoscere, e poi pensano ad un terreno dove costruire la loro cappella. E Anche Kpalada desiderava conoscermi. Il vecchio Abdoullay - quello del pozzo - ha parlato loro di me, e volevano incontrarmi. L'appuntamento è fissato per venerdì 8 ottobre.

Kpalada

Sono le 7 e arriva Kouakou di Sabaringadè, il catechista. È con il capovillaggio, kotokoli. Dice che non si può passare da loro per andare a Kpalada, strada brutta con fango, bisogna fare un giro più lungo, passando da Yélivo. Aspettiamo Mathieu e poco dopo le 7,30 partiamo. Strada molto bella, manto rifatto e non eroso dalle pioggie. Alle 8 siamo a Kpalada. Ci accoglie il capo villaggio, qualche anziano, e ci accompagnano nel "vestibolo" l'atrio del capo, un edificio rotondo, dipinto di giallo, il centro delle udienze.

Pavimento di piastrelle, con un cordolo tutt'intorno alla parete, ricoperto di piastrelle: una specie di muretto basso dove la gente si siede. In un angolo, accanto alla porta, un tronetto in cemento, a due piani, con in cima un seggio giallo. Accanto, uno sdraio di legno. In faccia al "soglio del sovrano" tre divani a due posti. Mi fanno sedere in uno dei divani accanto al capo di Sabaringadè. Mathieu, il catechista traduttore, e Kouakou di Sabaringadè, sono seduti dietro a noi. Aspettiamo il capo. Poco alla volta, ad uno ad uno gli anziani si assentono, e un giovane prende il seggio del capo. Rimaniamo noi ed alcuni giovani.

Spiegano e si scusano: c'è una riunione alla scuola, arriveranno appena terminata. "L'uomo ha fatto l'orologio, dico, ma Dio ha creato il tempo, e poi se uno non ha tempo da perdere non è fatto per l'Africa". Una sentenza di Ampaté Bah.

L'incontroAlle 8,45 tornano e iniziamo l'incontro. Il giovane riporta il seggio e lo rimette sul palco. Il sovrano fa la sua entrata, andatura distinta, quasi solenne, una veste azzurra con strisce colorate, e prende posto sul seggio. Accanto a lui due anziani, gli altri distribuiti nei divani, i più giovani sul muretto interno. Inizia il capo di Sabaringadè con una serie di saluti e di convenevoli, di presentazioni. Poi chiedono a me di parlare. "Da tempo avevo sentito parlare del villaggio di Kpalada, dei suoi legami con Sabaringadè, il vecchio Abdoullay aveva abbozzato la sua storia, e avevo desiderio di conoscere il vostro villaggio, ed eccomi qui, venuto per salutarvi". "Anche a noi avevano sentito parlare di te, volevamo conoscerti, sii il benvenuto, puoi venire ad installarti da noi, avere una o anche due case, e passeremo ogni giorno a darti il benvenuto, perché se non si passa a salutarti vuol dire che non sei gradito, sentiti a casa tua".

"Per ringraziarvi della vostra accoglienza ecco delle noci di kola. Simbolo dell'ospitalità. Mathieu offre il pacchettino ad un giovane che lo presenta al capo. Le contano: 13 grosse noci. Ne offrono tre al capo di Sabaringadè.

"Se hai qualche desiderio da esprimere, dì pure, siamo pronti ad ascoltarti".
"No, no, assicuro, sono venuto soltanto per salutarvi, per conoscervi".

Il neonato

Tutti aspettavano che chiedessi un terreno per i cristiani di Sabaringadè, per costruire la loro chiesa. E' per questo che il capo di Sabaringadè ci ha accompagnati. Insistono ancora, sono pronti a darci quello che chiediamo.

Dico allora: "Quando un bambino viene al mondo, lo si battezza subito o si aspetta qualche giorno?" "Si aspetta il settimo giorno", rispondono. "E nel frattempo, come lo si chiama?" "Kidaadè", risponde il vecchio seduto sullo sdraio accanto al sovrano . "Bene, cioè ki da yidè la piccola cosa che non ha nome, che non ha valore. Il neonato lo si osserva per alcuni giorni per vedere se ha intenzione di rimanere, oppure se è solo di passaggio. Dopo sette giorni, se è ancora vivo e in buona salute, gli si dà un nome, lo si accoglie, lo si battezza e si presenta alla comunità.

Ecco anche a Sabaringadè sta nascendo qualcosa di nuovo, un piccolo gruppo si riunisce per pregare, sono con loro, prego con loro. E' come un grano di mais appena piantato, deve crescere, consolidarsi. Una volta che il bambino sopravvive, cresce, allora gli compreremo degli abiti, delle scarpe, gli insegneremo a camminare, per intanto deve svilupparsi, siamo qui per informarvi ufficialmente che il bambino è nato, che è in buona salute, e che non ha nessuna voglia di morire".

Congedo

Offro poi al sovrano un volumetto di racconti in kotokoli e francese, spiegando il significato della raccolta: il gallo ha un proprietario, ma la sua voce appartiene a tutto il villaggio. I Tem-Kotokoli hanno una cultura propria che deve essere messa a disposizione di tutti.

Terminiamo con una preghiera, due brani del Corano, la prima sura e la 49esima . Ecco qualche elemento: Umani, vi abbiamo creati da un maschio e da una femmina. Si abbiamo fatto di voi dei popoli e delle tribù, è in vista della vostra conoscenza reciproca... Riprendiamo poi insieme alcune invocazioni dei 99 nomi di Dio. Le proclamo in francese, loro rispondono in kotokoli.

L'incontro dura fin quasi le 11. Chiedo il permesso di fare alcune foto. Prima all'interno, poi tutti insieme davanti al vestibolo.

"Vieni, ti mostro la nostra moschea", dice il sovrano. La vedete nella foto. Un edificio rettangolare, tutto piastrellato, con altoparlante e antenna parabolica sulla terrazza: maestoso, lussuoso, quasi aggressivo nella sua bellezza. "Sai nella mia famiglia c'è un 'grande', è lui che l'ha costruita, che ha messo anche i pannelli solari". Chiedo quanti abitanti fa il villaggio. Quattrocento dice uno, poi corregge: settecento!

Prima del congedo il capo chiede il numero del mio cellulare. Passerà a trovarmi. Mi indica poco lontano una costruzione: "E' il dispensario, quasi finito, ti chiederemo di aiutarci ad avere le medicine".

P. Silvano Galli
B.P. 36 Sokodé – Togo

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