Agosto 2010: un mese da pazzi!

30 luglio 2010, venerdì. Dopo due anni finalmente ci siamo decisi a partire e a seguire Grégoire nel suo Benin.

Incontriamo il gommista di Dio all’aeroporto Charles de Gaulle a Parigi, in compagnia di Suor Johanna, una religiosa francese, impegnatissima nella Saint Camille, che ha già superato da un po’ i ’70, ma ha un carattere ed una voglia di lottare che farebbero invidia a qualunque 20enne.

Grazie al biglietto Air France ottenuto da Oykos, un’associazione umanitaria che supporta la Saint Camille, loro hanno la possibilità di viaggiare in prima classe. Noi invece ci godiamo comunque un comodo volo in Economy. L’aereo è pieno, anche se i visi pallidi sono pochini... sono le grandes vacances e molti immigrati che ce l’hanno fatta tornano a trovare le famiglie al villaggio; è bello vedere che, nonostante l’Europa assomigli sempre più ad una fortezza, tutto questo è ancora possibile!

Arriviamo a Cotonou verso le 22.00. Un amico di Grégoire ci aiuta a passare senza noie i controlli alla dogana e in poco più di mezz’ora siamo fuori. Il salone degli arrivi è pieno di gente colorata e paziente... tra gli altri spicca una donna corpulenta, dal viso aperto e sorridente, vestita di giallo e blu: è Léontine, la moglie di Grégoire, che ci viene incontro a braccia aperte.

Noto con piacere che Grégoire, contrariamente alle abitudini del luogo, l’abbraccia e la bacia sulle labbra... è la prima sorpresa di questo viaggio. Léontine è una donna emancipata, ha la patente e praticamente è sempre stata lei ad occuparsi dei bisogni dei suoi figli, mentre Grégoire si dedicava ai suoi malati ed oggi è circondata dall’affetto e dal sostegno di 6 figli maturi (Moise, Bruno, Salomon, Joseph, Antonia e Nicole) e di 3 nipotini.

Il giorno dopo, percorrendo strade tappezzate di cartelloni che inneggiano ai 50 anni dell’indipendenza del paese, sulle quali incontriamo bulldozer che radono al suolo le baracche dei poveri per rendere più bello l’itinerario dei Grandi che il 1o agosto sfileranno fino a Port Nouveau, arriviamo ad Avrankou, dove sorge il primo centro Saint Camille del Benin, aperto nel 2004.

Da allora sono più di 8000 i malati reintegrati in famiglia e il numero degli ospiti fissi si aggira tra i 150 e i 160, anche se la struttura era stata pensata per un’ottantina di persone. Come succede anche in Costa d’Avorio, con l’aumento del numero dei malati, la chiesa, dove si celebra la messa ogni lunedì e giovedì, oltre che una domenica al mese, si trasforma all’occorrenza in dormitorio e sala riunioni.

L’accoglienza al centro è da pelle d’oca. Una delegazione di malati ci aspetta fuori dal cancello e, come scendiamo dalla pick-up di Grégoire, ci viene incontro danzando e suonando i tamburi. Siamo presi nel vortice delle danze e, mischiando la nostra gioia con la loro, ci dirigiamo verso la cappella, dove i balli continuano per una buona mezz’ora. Poi ci sediamo su un paio di seggiole preparate apposta per noi davanti all’altare; gli ospiti del centro siedono nei banchi e il direttore, papà Amadji, ci racconta la storia del centro e ci dà il benvenuto.

Qualche malato interviene per raccontare la sua esperienza e alla fine siamo noi a doverci alzare e spiegare il motivo del nostro arrivo. Quando i malati sentono che staremo con loro per un mese intero, la festa ricomincia e ci ritroviamo immersi in un mare caldo di umanità. La giornata prosegue con la visita del centro di recupero di Dagodji, a circa un chilometro da Avrankou, che raggiungiamo a piedi, facendoci una bella passeggiata sulla pista che si insinua nella boscaglia. Siamo nel sud est del paese e il territorio sarebbe naturalmente coperto dalla foresta. A

Dagodji si trovano i malati sulla via della guarigione che stanno imparando un mestiere. La Saint Camille offre percorsi triennali di formazione per sarti, tessitori, pittori di batik, panettieri, parrucchieri e allevatori. Per tutte le discipline, tranne che per l’allevamento, l’apprendistato termina con la consegna di un diploma riconosciuto dallo stato e, ad esempio, alle sarte viene anche regalata una macchina per cucire per iniziare un’attività indipendente una volta lasciato il centro.

Ciò che apprezziamo particolarmente è il fatto che comunque qui, ogni malato è libero di seguire le proprie inclinazioni e Grégoire e i suoi collaboratori lo seguono come possono: chi ama le macchine è aiutato a mettere in piedi un autolavaggio, chi ama dipingere è dotato di pennelli e colori, chi ama la musica può suonare la batteria nuova di zecca che Grégoire ha fatto comperare in Nigeria perché lì costava meno...

A Dagodji si allevano maiali, conigli e agouti, che vengono nutriti sia con mangimi specifici, sia con le sterpaglie raccolte nei campi del centro, dove si coltivano mais, igname e manioca che servono per l’alimentazione dei malati.

L’impressione è quella di una grande famiglia, dove ognuno ha il suo posto e tutti contribuiscono come possono per far quadrare il bilancio e far funzionare le cose in un clima di armonia. Ci dispiace un po’ la sera tornare a Cotonou, ma al centro non ci sono ancora stanze per gli ospiti dotate di toilette e docce (dovrebbero essere disponibili dall’anno prossimo, ricavate in un edificio in costruzione finanziato dall’ambasciata francese), e da miseri bianchi delicati quali siamo, decidiamo a malincuore di fare i pendolari per garantirci l’igiene di cui siamo schiavi.

La prima settimana passa così, visitando tutti gli altri centri del paese: Bohicon, al centro, e Agoïta, appena avviato, che diventerà il granaio di tutta l’opera Saint Camille con i suoi 168 ettari di terreno fertilissimo e l’idea di diventare modello di formazione agricola, e infine Djougou, al nord, ancora in costruzione, che sarà invece il centro di accoglienza più grande del paese, con i suoi 200 posti letto (che si trasformeranno magicamente, ne siamo certi, in almeno 500 nel giro di pochi giorni).

Seguire Grégoire nelle sue peregrinazioni è un’esperienza incredibile. Lì, nel suo ambiente, diventa un altro... scatena una forza ed un’energia che sono impensabili in un uomo comune. Guida ininterrottamente per 2000 km, si alza alle tre del mattino e va a dormire alle undici la sera, per ripartire con lo stesso ritmo il giorno dopo. Il telefonino è un’appendice immancabile del gommista di Dio; chiunque abbia un problema di qualsiasi natura (un tubo che perde a Dagodji, due malati che si picchiano a Bohicon, i soldi che mancano per pagare gli operai di Djougou, un figlio che non passa l’esame scolastico; una moglie che vuole lasciare il marito violento), lo chiama e lui, semplicemente c’è, e risolve... impressionante.

Con i malati sembra un padre con i propri figli: è dolcissimo con chi ha bisogno di affetto, severo con chi merita di essere ripreso, amorevole con chiunque. Con i suoi collaboratori, o meglio con coloro che hanno scelto di condividere fino in fondo il suo cammino, lasciando tutto per vivere nei centri e per i malati, 24 ore su 24, a fronte di un compenso irrisorio (irrisorio per davvero anche lì) è molto esigente.

La durezza che a volte usa con chi gli è più vicino, all’inizio ci aveva un po’ spaesati, ma poi abbiamo capito: è necessario avere polso fermo per non lasciare che le cose vadano alla deriva in un paese in cui l’orologio non è contemplato e la manutenzione di strutture e macchinari un’utopia.

Durante il nostro soggiorno ad Avrankou abbiamo potuto vivere il centro anche senza la presenza di Grégoire ed è stato importante: è stato bello vedere che i suoi collaboratori sono motivati quanto lui, che la causa dei malati anche per loro viene prima di qualsiasi altra cosa. Non a caso Amadji è chiamato papà da tutti e non a caso Alice e Ida, le due donne consacrate all’opera e che sperano un domani di poter veramente esprimere i propri voti pubblicamente e magari fondare una congregazione nuova, anche aperta ai laici, con il carisma di Grégoire, insieme agli altri volontari e volontarie che lavorano in Benin e in Costa d’Avorio, sono le mamme onnipresenti di ogni malato. Da un paio di mesi il vescovo di Port Nouveau, Mons. René Marie Ehouzou, ha siglato un documento che riconosce alla Saint Camille lo statuto di Mission Catholique... ci auguriamo che questo sia un primo passo verso la realizzazione del sogno di Alice e Ida.

30 agosto, lunedì. Siamo di nuovo all’aeroporto; questa volta siamo noi a viaggiare in Business grazie ai biglietti di Oykos. Torniamo con la bisaccia piena di un’esperienza umana che lascia il segno e con la buona notizia che il 22 ottobre Grégoire riceverà un premio in Vaticano dalla commissione Giustizia e Pace per il suo impegno verso i dannati della terra. Nessun premio poteva essere più meritato!

Leggi una pagina del nostro sito dedicata a Grégoire

Ilaria e Mauro Lazzari

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