“Proprio perché hai tutto, ti è chiesto di lasciare tutto” (2)

Eccoci qui tutti insieme per la continuazione della nostra chiaccherata.

Come vi dicevo, ad ottobre del 1993 iniziai la scuola per infermieri presso l’ospedale di Padova. Le mie giornate trascorrevano tra studio e tirocinio nei diversi reparti che erano previsti dal piano studi.

Il motivo per cui mi ero iscritta a quella scuola era diventare infermiera per partire in missione! Così contemporaneamente ai nuovi studi professionali cercai un’associazione per vivere un viaggio almeno di tre o quattro settimane in Africa durante le vacanze estive.

Conobbi il P.I.M.E. di Milano tramite una telefonata ad un Padre….all’epoca l’uso della mail non era diffuso come oggi e così iniziai a frequentare il corso nella loro città.

Ricordo ancora benissimo: una riunione al mese e 40.000 lire il costo del biglietto del treno per l’andata e il ritorno Padova-Milano!! All’epoca credetemi era un bel impegno economico per una studentessa, comunque ne ero convinta e cominciai.

Fin qui tutto bene.

Dopo due incontri, iniziai a parlare ai miei genitori della probabile partenza ad agosto per un paese dell’Africa: apriteli, o cieli, alla cascata di lacrime che mia madre iniziò a far cadere dai suoi occhi.

La situazione mi stava fuggendo di mano. Ma perché mia madre piangeva ed io soffrivo della pena che procuravo a colei che amavo con tutto il cuore, in nome di qualcosa che sentivo dentro per la missione?

Mi confidai con il mio capellano, con cui c’era una sintonia fantastica… e lui, colpo di scena mi disse: “Stai facendo soffrire la tua famiglia, i tempi non sono maturi, metti i tuoi sogni in un cassetto e aspetta, non avere fretta.” Mentre lo ascoltavo, seduta nel secondo banco della chiesa dicevo a me stessa che non erano vere quelle parole, non era possibile, lui un sacerdote mi stava “smonando” (in dialetto da noi significa tirare giù il morale, calare le ali dei sogni) sul mio fortissimo desiderio di aiutare il prossimo in terra di missione.

Dopo quel colloquio sentii il bisogno di fare un po’ di ordine dentro alla mia mente e al mio cuore, così rimasi in chiesa a chiacchierare con il Capo Lassù, e pian piano sentivo che forse, che forse le parole di Don Gianni mi stavano certamente ferendo dentro, ma se credevo in un Dio amico che ti fa incontrare le persone giuste al momento giusto… allora tutto si tingeva di colori diversi.

Tornai a casa con dentro al cuore una nuova pace. A cena dissi ai miei che non avrei più frequentato il corso di Milano, ma, e lo ripetei due volte, ma che terminata la scuola dopo tre anni la questione “missione” si sarebbe riaccesa.

E fu così.

A giugno del 1996 mi diplomai e cominciai subito a lavorare a Casa Santa Chiara a Padova per assistere i malati terminali di Aids, con l’unico obbiettivo di guadagnare i soldi per partire. In tutta l’estate guadagnai 4.600.000 lire (memorizzate il dato, poi capirete!).

Io sognavo l’Africa, non so perché nel mio inconscio avessi scelto quel vasto paese, ma sentivo che volevo andare lì.

Presi i contatti con le Suore Francescane di Poveri , le quali mi proposero di partire con loro per due anni in Senegal come infermiera in un dispensario. Mamma mia!! Ma io fino ad allora avevo pensato di partire per un anno e non per due.

Ma qual era la questione che mi faceva tintinnare. Da un anno ero insieme ad un ragazzo di nome Alberto, un anno più vecchio di me, che studiava economia aziendale a Venezia. Non riuscivo ad essere lucida, ma alla fine il mio desiderio era partire in missione ed ero disposta a qualsiasi cosa: accettai per i due anni.

Un pomeriggio di agosto suona il telefono ed è Suor Cristina, la superiora con cui avevo preso i contatti per il Senegal e mi dice: “Scusami Marta ma le suore in America hanno trovato due infermiere americane che andranno due anni in Senegal, purtroppo non ci siamo spiegate bene sulla tua partenza ed ora devo dirti che non c’è posto per te per due anni ma se vuoi puoi fare tre mesi”.

La mia risposta immediatamente fu negativa, ormai avevo fatto chiarezza nel mio cuore, io volevo “mettermi n gioco” per molto tempo.

Messa giù la cornetta dissi a mio fratello che era seduto sul divano di fronte a me, il quale aveva assistito alla telefonata: “Non c’è problema, se si è chiusa una porta. Se Dio vorrà se ne aprirà un’altra”.

Fu così, che dopo pochi giorni si aprì la porta per Portoviejo, cittadina dell’Ecuador con le Suore Elisabettine della mia città. Vi faccio memoria che durante la mia breve frequenza all’università, l’unico esame che feci fu spagnolo!! I casi della vita? Mah!

Orami avevo fissato tutto: il 29 ottobre 1996 avrei preso il volo per Quito-Ecuador!

Un mese prima della partenza mi trovai seduta in chiesa in uno degli ultimi banchi a piangere come una fontana. La domanda che mi assillava era: PERCHÉ proprio IO??? Ero una ragazza di 23 anni impegnata moltissimo in parrocchia, con una bella famiglia alle spalle, un lavoro che mi dava molte soddisfazioni, un sacco di amici, un fidanzato con cui stavo bene insieme… perchè avevo nella testa e nel cuore questo tarlo di conoscere il mondo della missione??

Perché volevo andare a toccare con mano quei poveri che Gesù amava tanto? Cosa avevano di così speciale che Dio gli amava?

Erano le cinque del pomeriggio e sentii entrare qualcun altro in chiesa. Era Pina, una carissima amica di famiglia, che si sedette al mio fianco e di fronte ai motivi delle mie lacrime, lei mi disse: “Cara Marta, proprio perché hai tutto, ti è chiesto di lasciare tutto”, mi abbracciò e se ne andò.

BASTA! Una pace avvolgente entrò nel mio cuore: grazie Dio, ancora una volta mi hai fatto trovare la persona giusta al momento giusto.

A distanza di anni quando chiesi a Pina come mai fosse entrata in chiesa quel famoso pomeriggio, lei mi disse che aveva voglia di fermarsi un attimo a pregare.

Vi ricordate i famosi 4.600.000 lire? Bhè! Il biglietto me lo dovevo pagare io e la prima agenzia viaggi a cui mi rivolsi mi chiese per un viaggio di andata e ritorno per Quito con biglietto aperto validità un anno: 4.600.000!!! Lo so, sembra inventato questa informazione… invece credetemi: è la pura verità!!

Il 29 ottobre 1996 presi per la prima volta in vita mia l’aereo con destinazione Quito, Ecuador.

Alla prossima puntata!

Marta

2a puntata - continua...


La 3a puntata: L'anno indimenticabile trascorso in Ecuador

La 1a puntata: La persona giusta al momento giusto

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