L'anno indimenticabile trascorso in Ecuador (3)

Durante il volo avevo iniziato ad avere una paura folle che l’aereo precipitasse, e continuavo a ripetermi che non ero sola!!! Lui era con me in quel viaggio, e a casa a Padova c’erano un sacco di persone che stavano pregando per il mio viaggio. Era incredibile, più mi ripetevo queste cose e più serenità mi dava il sentirmi “raccomandata” a Dio dalle preghiere degli altri.

Arrivai dopo un viaggio di 20 ore. Durante il volo ogni volta che prendevo sonno le hostess mi svegliavano per darmi da mangiare, nonostante quelle interruzioni gastronomiche, ricordo le tantissime ore di sonno fatte per recuperare la stanchezza accumulata nelle settimane precedenti la partenza.

Adesso vi faccio sorridere: tutti mi consigliarono di vestirmi a cipolla, nel senso che a mano a mano che le temperature cambiavano (inverno da noi, estate in America) mi sarei spogliata. Peccato che in volo c’era l’aria condizionata così quando scesi a Quito una vampata de calor mi avvolse fino ai scarponcini da montagna che avevo ai piedi.

Suor Aurora e Suor Gila mi stavano aspettando all’uscita. Sono stata l’ultima a prendere i bagagli e loro pensavano mi fossi già persa, quando mi videro dissero: “Alleluia!! Bienvenida Marthita!”.
Caricarono le valigie nel pick up ed io, scusate dove dovevo salire! Davanti? Dietro?

Non ci stavamo e così alla fine mi sedetti sulle ginocchia di Suor Gila con la testa piegata in avanti perché toccavo il soffitto, in aggiunta faceva un caldo infernale perché non avevo fatto in tempo a “scartare la cipolla!”. Nonostante il rumoroso contesto in cui mi trovavo, la confusione della strada, i clacson, il caldo, le suore che parlavano una lingua di cui capivo una parola sì e tre no… improvvisamente sentii un incredibile silenzio e dentro al cuore un calore che mi diceva che ero nel posto giusto al momento giusto.

Non importa se quella prima notte a Quito, quando mi ritrovai nella mia stanzetta sola soletta avevo le lacrime al volto perché mi mancava la mia famiglia: Lui mi voleva lì proprio ora!! Ne ero certissima.

Cosa raccontarvi di un anno trascorso in un paese muy caliente como el Ecuador?
La lingua che si parla on Ecuador è il castigliano, lo potremo definire come lo spagnolo dell’America latina. Imparare questa nuova lingua è stato abbastanza semplice, sicuramente il fatto che nessuno parlasse con me italiano (neppure le suore italiane che oramai l’italiano non lo ricordavano) ha velocizzato notevolmente i tempi.

Con questo passe-par-tout sono riuscita ad entrare nelle case di città e in quelle delle più lontane capanne della foresta, sono entrata in relazione con tutti dai bimbi agli anziani dei villaggi. In poco tempo loro mi permettevano di entrare nelle loro famiglie senza farmi sentire una straniera, anzi, mi sentivo una hermana (sorella).

Ci sono due modi di dire che porto ancor oggi nel cuore: Dios te pague, che Dio ti ripaghi e Dios te bendiga, che Dio ti benedica. Qualunque cosa qualcuno facesse per il suo prossimo l’unico modo per dimostrare la gratitudine e la riconoscenza era pronunciare quelle parole.

Un’altra bellissima sensazione era quelle che Dio fosse detrás de cada rincón, dietro ad ogni angolo. Respiravo le sua presenza ovunque ed in ogni persona che incontravo.

Alla prossima puntata

Marta

3a puntata - continua...

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