Congo: Un’esistenza provvisoria

Congo: Un’esistenza provvisoria

novembre 2008
La guerra nell’Est del Congo ha messo in fuga più di un milione di persone, in una vita di continui spostamenti.

RUTSHURU. RD Congo
Già prima che scoppiassero i combattimenti, Anita Kakule ed il suo figlio più piccolo vivevano su una vecchia stuoia di paglia, nell’angolo di un’aula scolastica. Nelle ore di scuola, spostava la stuoia e le tre brocche che era riuscita a salvare, all’ombra della vicina pianta di eucalipto.

“E’ a causa di Nkunda! E’ a causa di Nkunda che siamo qui!” esclama, sfogando la sua rabbia contro Nkunda, capo dei ribelli, che dal 2006 fa di tutto per impadronirsi della Provincia Nord-Kivu, dove si trova Rutshuru. “E’ la seconda volta che ho dovuto abbandonare tutto. Questa volta, tutto ciò che mi resta sono queste brocche e un sacco di farina”.

Ma anche questo posto è un rifugio ben fragile. Nella notte del 28 di Ottobre le truppe di Nkunda hanno preso di assalto Rutshuru, spingendosi verso sud, in direzione di Goma, capitale della Provincia.

L’offensiva che ha messo in fuga caotica l’esercito nazionale ha riversato sulle strade almeno cento mila persone, una colonna umana in panico, che aumentava coll’andare del tempo. Secondo i dati dell’Onu, tutti i campi provvisori di rifugiati, così pure il campo di Kakule ed i tre campi diretti dall’Onu a Rutshuru, sono stati laminati, bruciati, saccheggiati da uomini armati, ed i cinquanta mila rifugiati, dispersi in tutte le direzioni.

Un milione di persone diventate autentici nomadi


Dice Ibrahim Coly, capo della sezione Rifugiati, dell’Onu nel Nord-Kivu “Questi campi sembrano ormai campi di football”. In una guerra dove i fronti cambiano continuamente, dove gli attacchi sono improvvisi, dove le forze di Nkunda affrontano l’esercito congolese sei altre milizie di predoni, più di un milione di persone, in continuo movimento, sono ormai degli autentici nomadi; molti di loro sono già stati sradicati diverse volte dalle loro case.

Questo nuovo esodo mette in una situazione disperata le organizzazioni internazionali di aiuto, già in crisi su altri fronti.

Alle prime raffiche, che si scambiano milizie e soldati da una collina all’altra, la gente dei villaggi, presa fra due fuochi fugge, terrorizzata da questi uomini in uniforme, che saccheggiano, stuprano le donne e forzano uomini e giovani ad arruolarsi. Il più delle volte di notte, a piedi, abbandonano le loro capanne fatte di fango e di foglie di banana, e inondano i sentieri, portandosi sul capo materassi a pochi altri oggetti che hanno potuto salvare.

Molti vanno a languire nelle 16 città-tenda amministrate dall’Onu per i rifugiati; altri cercano rifugio nelle case di conoscenti, già al collasso, stipate di sopravvissuti ad altri attacchi; altri si rifugiano in scuole o cortili di chiese: ma per tutti la vita è sospesa all’insicurezza ed alla paura.

“Sono fuggito. Ho dovuto lasciare mia moglie malata”

In un cortile di scuola, appena fuori Rutshuru, Frédéric Mburano N., un maestro, con un mazzo di biro nel taschino della camicia, mi dice che, nel suo villaggio, da settembre non si fa scuola. Abbassando lo sguardo alle sue scarpe, dice che è fuggito lasciandosi indietro sua moglie, troppo malata di malaria per poter alzarsi.

Non aveva scelta; era così o sarebbe costato la vita ai suoi 7 figli. Ora non sa se lei fosse viva o morta. Ma non osa avventurarsi nel villaggio, finché la situazione non sia più sicura. Quando? Non lo sa. Unisce le mani in preghiera e alza gli occhi al cielo.

Per quelli che riescono ad arrivare qui nel campo, il panico continua, e poi comincia la lotta per sopravvivere. “Sono disgustata, per aver dovuto lasciar tutto; non abbiamo più niente. Ciò che avevamo costruito…tutto distrutto”, dice Ramonia Agamie, di 56 anni, agitandosi nella sua giacca bianca.

Dalla tasca prende il certificato di ieri, del medico, scritto con calligrafia infantile, in cui sua figlia, Justine, di 13 anni dichiara di essere stata stuprata il giorno prima da un uomo, che dichiarava suo il campo dove lei ed un’amica cercavano alcune radici per sfamarsi. “Bustine - dice Agamie - è di nuovo andata in altri terreni alla ricerca di radici. Non c’è scelta; bisogna rischiare – dice facendo una pausa per deglutire - perché stiamo morendo di fame. Abbiamo bisogno di cibo.”

Nato per strada, durante la fuga

Un altro giorno, in un altro accampamento improvvisato nel cortile di una chiesa presso Rubere, un furioso acquazzone ha distrutto l’unica possibilità di un pasto caldo per un gruppo di rifugiati, che si riparavano sotto alcune lamiere zincate addossate ad un hangar. “La legna ormai è inservibile - si lamenta il più giovane indicando una pentola di foglie di manioca, che cominciava a bollire, quando il temporale ha spento il fuoco.

Vicino a lui, Jeannine Muhawe stringe sul seno il suo piccolo di due settimane. Lo ha dato alla luce per strada durante la fuga – dice lei. Il piccolo non ha ancora un nome, perché aspetta l’opinione di suo marito; ma lui è scomparso quando sono arrivate le truppe di Nkunda. Questa notte, come le precedenti, Muhawe ed il suo piccolo dormiranno all’aperto.

Per i rifugiati, le prospettive di cibo e di riparo non sono migliori nei Campi organizzati. Dall’alto i campi sembrano belle chiazze bianche in mezzo al verde intenso; ma a terra si estendono a perdita di vista, veri labirinti di tende bianche e argentate. Anche prima dello scoppio di queste ultime ostilità, che hanno spinto qui migliaia di nuovi rifugiati, i Campi intorno a Goma erano già pieni al di là della loro capienza.

Ma alla fine del mese scorso, all’avvicinarsi dei combattimenti, 25.000 sono scappati dal campo di Kibumba, al nord di Goma. La maggioranza si è diretta verso sud, verso il campo di Kibati, che con i nuovi arrivati si è esteso di qualche chilometro. I responsabili del campo hanno fatto l’impossibile durante settimane, per organizzare altri posti.

Il campo sfollati, più grande di una città


Al campo di Mugunga 1, i blocchi di tende numerate si snodano come serpenti su un terreno sconnesso di lava nera, come una enorme città dopo l’apocalisse. E’ il più vasto ed il primo dei campi: ha una popolazione di 28.000 persone, che sono qui da due anni e altre arrivate solo ieri.
Situato dall’altra parte della città, Mugunga è stato risparmiato dagli scontri ed anche dalla peggior ondata di fuggiaschi; tuttavia più di mille sono arrivati in queste due settimane, ma non hanno ancora trovato un fazzoletto di terra, ci dice il responsabile del campo, Jeannot Muhavi.

E’ più di un mese che il campi ha ricevuto l’ultima consegna di cibo; da sei mesi non arrivano nuove tende. Per nutrire le loro famiglie, alcuni residenti del campo escono sul territorio circostante in cerca di qualcosa; altri incontrano lavori saltuari nella vicina Goma. Altri, come Charlotte Nyandwi, si avventurano per i sentieri delle colline traditrici. “Certo, devo ingoiare le mire paure – dice Nyandwi, circondata dai suoi bambini – ma non ho altra scelta.” Tuttavia, anche se i rifugiati trovano un posto qui, Muganga rimane un mondo provvisorio e fragile.

Non ci sono scuole, qui. Così i bambini devono percorrere la lunga strada che conduce a Goma, o dirigersi verso un altro campo, il solo che ha scuole elementari e medie. Oppure, lasciare la scuola.
Altri si riuniscono tre volte alla settimana intorno ad una direttrice di gruppo corale. In un fazzoletto di terra fangosa, stretta fra due file di capanne, 24 bambini, con vestiti sporchi, strappati, battono le mani e cantano inni religiosi di speranza, al ritmo del tamburo della maestra. “E’ solo per dare loro un po’ di senso dell’organizzazione”, dice Farah Nem, la direttrice del coro.

Salone di bellezza e partita di calcio

A dieci minuti di cammino da qui, il responsabile del campo, conduce un gruppo di persone verso un hangar, dove un istruttore dà un corso di taglio e cucito. Per arrivare lì, passano vicino ad una signora che sta facendo le trecce ad un’altra, ed ha organizzato un.. “salone di bellezza”; altri interrompono una partita di pallone, in un terreno fangoso.

Poiché non si intravede per ora una soluzione alla guerra, bisogna organizzarsi, anche se mal volentieri. William Kisumbi di 17 anni, quando gli chiesi da dove veniva, mi disse “Vivo nel blocco 77”. Per poter andare a scuola, Kisumbi lavora un giorno alla settimana come trasportatore di sabbia, percorrendo avanti e indietro parecchi chilometri, dalla cava fino a Goma.

Per parecchio tempo pensò di essere rimasto orfano. Era scappato per la finestra per salvarsi, quando i soldati di Nkunda irruppero nella sua capanna, portandosi dietro suo fratello, per farne un militare. Sua sorella di 13 anni morì in ospedale, dopo essere stata stuprata. Ma cinque mesi dopo essere arrivato a Mugunga, scoprì in una lettera della Croce Rossa che i suoi genitori erano ancora vivi, in un altro campo. “Grazie a Dio li ho trovati e è rinato in me il coraggio di sognare”.

“Avevo progettato di essere medico. Ora però metto tutto il mio impegno per essere un giorno membro di una Organizzazione Umanitaria”.

Delfine Schrank su Washington Post del 9 Novembre 2008


Cartolina per il Congo: iniziativa di 250 organizzazioni per sollecitare un'iniziativa diplomatica del'Italia: cartolina_pace_congo.pdf

Lettera delle organizzazioni della Società Civile al Consiglio di Sicurezza dell'ONU UN_Congo_letter19_11_08.pdf
13-11-2008

Approfondimento:

Il Congo minacciato dalla polveriera del Kivu, un'articolo di Tshiyembé, Direttore dell'Istituto panafricano di geopolitica di Nancy, su Le Monde Diplomatique kinshasa minacciata-monde diplom.pdf

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