Marocco: Scoprire ciò che ci è comune

Marocco: Scoprire ciò che ci è comune

ottobre 2008
P.Matteo Revelli da Fès, in Marocco, ci segnala una conferenza di p. Jaques Levrat, missionario a Rabat, pronunciata in occasione delle Giornate Inter-religiose e di un congresso internazionale sulle civltà e le diversità culturali.
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“Di lontano mi parve di vedere un animale; si avvicinò e capii che si trattava di un uomo; si avvicinò ancora e mi accorsi che era mio fratello”. (Apologo tibetano).

Il dialogo, come ogni attività umana comporta rischi; uno dei rischi più comuni consiste nel mettere l’accento sulle differenze che separano, e di dimenticare ciò che è comune.

Questo intervento, situato nel contesto delle tradizioni adamitiche, si propone di dimostrare che il dialogo interreligioso deve anche portare luce su quanto ci è comune. Perché quanto ci è comune fondamento sul quale si può costruire un mondo solidale, nel quale le differenze, per quanto importanti, possono essere assunte pacificamente; meglio ancora, vissute come domande, punti da esplorare, potenziali ricchezze…

Questo mio intervento si svilupperà intorno a tre assi:
-siamo in un solo mondo
- dobbiamo viverci da fratelli
- sotto lo sguardo di Dio.

SCOPRIRE IL MONDO E LA SUA BELLEZZA

I testi della Bibbia come quelli del Corano invitano i credenti ad ammirare la creazione che Dio ci dà, ed a lodarlo per questa creazione. Dio, infatti, prima di manifestarsi a noi attraverso la Parola, si manifesta attraverso la creazione. Scoprendo il mondo siamo portati a scoprire il suo creatore.

Cosciente di ciò, la teologia cristiana della rivelazione, non esita a parlare del “liber naturae” e del “liber scripturae”, dato che questi due approcci si pongono delle domande l’uno all’altro. Questo approccio si trova, con delle modalità diverse, nella tradizione giudaica e mussulmana. Ecco perché gli uomini, da sempre, al di là delle loro differenze culturali e religiose, si sforzano di decifrare con passione il grande libro della natura. Libro che Dio stesso ha scritto.

I saggi greci ed arabi in particolare, e molti dopo di loro, hanno sviluppato un approccio scientifico della natura. Questo approccio è importante, e ciononostante limitato e non accessibile a tutti. Invece l’approccio intuitivo, estetico e spirituale è possibile a tutti. Ed è questo che riterrà la nostra attenzione.

L’approccio può esprimersi in molti modi. Il profeta Abdelmajid Benjelloun non esita a scrivere in uno dei suoi aforismi “C’è in ogni essere un mormorio di Dio”. Da parte sua il pensatore e filosofo cinese François Cheng, nel suo libro “Cinque meditazioni sulla bellezza” scrive: “ogni esperienza della bellezza, breve nel tempo, ma trascendendo il tempo, ci restituisce ogni volta la freschezza del mattino del mondo.”

Ci si può lasciar cogliere dalla bellezza di un’aurora e vivere momenti di intensa emozione, di contemplazione silenziosa. Il mondo che emerge dalle tenebre ci appare allora come al primo giorno delle creazione. Un mondo che ci è dato, che noi possiamo cogliere con ammirazione e con gioia.

Di fronte a questa bellezza che va oltre la nostra comprensione, si capisce qualcosa della realtà del mondo e del suo mistero. Creazione viva, misteriosa, che suscita l’ammirazione, la nostra contemplazione; che ci aiuta ad elevarci ad una bellezza superiore, ad una gioia inesprimibile.

François Cheng evidenzia la ricchezza, la profondità di questa contemplazione; è riuscito ad esprimere ciò in una bella formula “Ogni esperienza di bellezza ricorda un paradiso perduto e ci ricorda un paradiso promesso”.

L’emozione che si sente davanti ad una bella aurora dilata il cuore,allarga l’orizzonte del tempo e dello spazio. Permette di prendere coscienza che non siamo soli, ma solidari di tutta l’umanità.

La creazione è viva, devo accoglierla come dono di Dio, sempre nuovo. Perciò devo liberarmi del mio ego, uscire dal guscio, dalla bolla del mio piccolo universo, per decentrarmi, ri-situarmi in questo mondo che vivo con i miei fratelli umani.

Un mondo che ci è stato dato per vivere insieme, solidali. Ogni persona nel mondo al suo posto, qualunque sia la sua storia personale e comunitaria. Ognuno è responsabile di questo dono che Dio ci fa. Questa coscienza è fondamento della nostra solidarietà umana: siamo stati creati da Dio per vivere insieme. Insieme, al di là di ogni specificità culturale o religiosa, siamo responsabili del dono che ci è stato fatto.

Allora non ci accorgeremo di questa bontà di cui Dostoiesvski ha scritto che salverà il mondo, perdendo tempo a sottolineare le nostre specificità, originalità, identità? A disputarci per affermare la nostra superiorità, passando il tempo a sottovalutare gli altri, ad abbassarli, perché noi forse non abbiamo la possibilità, né il coraggio di crescere?

La nostra responsabilità umana, comune, è fondamentale. La globalizzazione, ma anche la secolarizzazione ci invitano ad avere uno sguardo positivo sul mondo. Questa terra ci è data, e ne siamo responsabili. Dobbiamo imparare ad ammirarne la bellezza, a rispettarla, ad amarla per viverci insieme e in pace.

SCOPRIRE I FRATELLI


Questa bellezza ci invita a rinnovare il nostro sguardo sugli abitanti del mondo; come li vediamo? Qualche anno fa, un libro sullo choc delle civilizzazioni del mondo ha sollevato gravi domande; ma il più delle volte la teoria era sentita piuttosto come un dibattito accademico o politico che avveniva altrove.

Orbene, un giorno, quasi per caso, in un testo di Pierre Calverie – un mio amico, vescovo di Oran, morto precocemente - ho trovato un’immagine che ha stimolato la mia riflessione… Pierre parlava delle persone che praticano il dialogo come a delle bocce di biliardo.

La questione dello scontro di civilizzazioni prendeva allora una forma molto concreta e pratica… Certo, un problema universale, ma che tocca alla vita quotidiana di ognuno di noi… Siamo biglie di biliardo? Persone chiuse nelle loro certezze, condannate a scontrarci senza fine? Oppure esseri sensibili, limitati, umili, pieni di desideri, di speranze, alla ricerca della verità, dell’amicizia?

Chi sono io? Un essere vivo, capace di comunicare con altri viventi, o un prigioniero della mia identità che non cambia? Quando ci scontriamo con un’altra biglia di biliardo, piena di pretese e di certezze, lo scontro è doloroso. Mentre invece, davanti ad un viso aperto, un sorriso che appena si rivela, sperimentiamo vera gioia.

Quando due persone si aprono l’una all’altra c’è scambio di parole, anche se ancora limitato. Ma può diventare molto di più. Può diventare un atteggiamento interiore di accoglienza dell’altro che può condurci a nuove scoperte, ad orizzonti sempre nuovi.

Louis Massignon l’ha espresso molto bene “La verità si incontra solo praticando l’ospitalità”. Un’ospitalità, cara a Massignon, in linea con quella del nostro antenato Abramo. Dialogo che ci porta a cercare, a scoprire, ad accogliere l’altro, come lui è, con le sue qualità migliori.

Scopro allora che, l’altro, quello che prima mi faceva paura, che io vedevo come quello che viene a occupare il mio territorio, scopro che è uomo come me; che apparteniamo alla stessa famiglia, e che in questa famiglia è possibile accettarci come fratelli, accettare le nostre differenze… Se per altro mi metto al cuore della tradizione di Abramo, mi accorgo che l’Altro, come me, è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio.

Ha ricevuto il “soffio” divino e porta in sé una traccia del divino. Questa è la ragione profonda che esige che lo rispetti, che non lo ammazzi né fisicamente, né moralmente. E che mi chiama ad entrare in dialogo con lui. Questo “altro” ha in sé una dignità divina che devo scoprire Il dialogo permette di andare al di là delle apparenze, per scoprire il meglio dell’altro.

Questo meglio non è sempre facile da scoprire. Molti ostacoli ingombrano lo sguardo: stereotipi, preconcetti più o meno dichiarati…Ci sono poi le scorie accumulate da una lunga storia; i visi così appaiono sfigurati, hanno perso il loro splendore iniziale.

Ma la fede ci convince di andare oltre le apparenze, per scoprire la vera bellezza, l’immagine e somiglianza divina, sempre presente… Allora, come fratelli possiamo vivere e crescere insieme, e accettare le nostre differenze.

Il grande saggio africano, Amadou Hampaté Ba l’aveva capito. Cito solo: “Tu pensi come me, tu sei mio fratello. Se tu pensi altrimenti, tu sei due volte mio fratello, perché, grazie alla ricchezza che tu mi dai e a quelle che io ti do, ci arricchiamo l’un l’altro e siamo doppiamente fratelli”. In poche parole Hampaté Ba ha espresso la ricchezza del dialogo e dell’ospitalità.

SCOPRIRE DIO OGGI


Torniamo ora all’immagine delle biglia di biliardo: sono impenetrabili e rotolano in uno spazio chiuso, orizzontale. Non hanno nessuna dimensione spirituale, non possono elevarsi… Troppo spesso, quando uomini di religione discutono, si sentono così: prigionieri di un mondo chiuso, senza trascendenza.

Dialogo sterile, totalmente inutile Ma appena escono da questo universo chiuso e si situano da credenti, allora si mettono sotto lo sguardo di Dio; il dialogo allora prende un’altra dimensione. Infatti Dio, che noi chiamiamo “Grande-Allahu Akbar” è il primo partner del dialogo, colui che lo rende possibile e fecondo. Davanti a Lui le nostre parole, il nostro linguaggio si scoprono poveri, limitati. Ma nello spazio di libertà che Dio ci apre, noi possiamo incontrarci, accoglierci, scoprirci, aver relazioni feconde.

Se siamo aperti a Dio, al Dio vivo, saremo aperti anche all’avvenire, un avvenire da costruire con Lui… Le religioni devono appoggiarsi sul loro passato, le loro tradizioni, certo! Ma non limitarsi a quello. Il mondo aspetta dalle tradizioni religiose un messaggio attuale, che dà speranza. E’ in gioco l’avvenire della fede nel mondo. E’ anche nostra responsabilità.

La tradizione ebraica, a partire da Abramo, è aperta sull’avvenire, e per il suo messianismo, lascia aperta la porta all’avvenire. Può certo, come le altre tradizioni, commettere errori, avere reazioni di involuzione storica, ma i credenti ebrei restano in attesa, desiderosi, e questo è essenziale. Uno spazio d’avvenire può aprirsi.

Da parte loro i cristiani, soprattutto quelli di occidente, troppo spesso hanno dichiarato che la rivelazione si è definitivamente chiusa con la morte dell’ultimo apostolo di Gesù, testimone della sua morte e risurrezione. Si sono troppo fissati sull’istituzione Chiesa e sui dogmi, sull’essenziale; ma forse non sono stati abbastanza attenti al dinamismo dello Spirito di Dio all’opera nel mondo attuale, Spirito mandato da Gesù, di cui il Vangelo dice che soffia dove vuole Lui, e nessuno sa dove va…

Da parte loro i mussulmani considerano il Corano “sigillo della profezia”, punto finale. Quando mettono l’accento sulla lettura del testo rischiano di non essere più disponibili all’avvenire… Però quelli che invece leggono lo spirito del testo, all’interpretazione, all’ijtihad, al ruh…sono aperti all’avvenire.

Dio è vivo; si manifesta a noi oggi come ieri nel Corano che ci ha affidato. Ci illumina con i profeti, suoi messaggeri. Si manifesta anche nei visi umani che incontriamo, perché sono impressi con la sua immagine e somiglianza.

L’ospitalità, l’incontro, il dialogo, permettono di scoprire questo Dio, sempre presente e attivo, nel mondo che è di tutti…

C’è in ogni essere un mormorio vivificante di Dio.

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