Rimesse degli emigrati e crisi economica

Rimesse degli emigrati e crisi economica

novembre 2008
Un potenziale economico inesplorato: le rimesse degli emigrati africani

ec-081124 rimesseMentre le Borse occidentali sono nella tormenta, i Paesi Africani devono fare di più per incoraggiare le rimesse dall’estero.

Se la Borsa di Nairobi dovesse sprofondare ai livelli di quelle delle maggiori capitali del mondo, sarebbe possibile essere spettatori di festa per le strade, invece che dei lamenti che si odono da New York o da Londra.

Semplicemente a causa delle enormi disuguaglianze che esistono in Kenya, dove gli investitori della Borsa sono visti come i soli beneficiari della recente crescita economica, che esclude però la maggioranza dei cittadini. In questo paese, il gruppo che gode della protezione politica vive 16 anni di più che gli altri; il 10% delle famiglie più ricche controlla più del 42% delle entrate, mentre il 10% dei più poveri sopravvive con il 0,76%. Per cui non sorprende la loro rabbia.

Il Partito di opposizione – Orange Democratic Movement (ODM) - nelle ultime elezioni ha fatto campagna per una piattaforma che assicuri più uguaglianza sociale, e i suoi leaders hanno attaccato direttamente i mercati finanziari, come avamposti di un modello economico che produce ingiustizia.

Tuttavia nonostante i punti di vista ambivalenti sul rallentamento economico mondiale (e alcune lettere pungenti e sarcastiche mandate all’editore suggeriscono che i kenyani vengano in aiuto ai paesi occidentali!), la crisi è una minaccia seria per milioni di persone in Africa sub-sahariana.

C’è il pericolo che le rimesse in denaro degli africani emigrati in occidente diminuiscano, poiché anche i loro salari sono in pericolo; questo avrebbe conseguenze devastanti per le famiglie del continente, e non solo.

Il Migration and Remittences Factbook 2008 rivela per esempio che il Kenya riceve più soldi dagli emigrati (1,3 miliardi di dollari nel 2007) che dagli investimenti stranieri (circa 50,4 milioni di $ nell’anno) o dagli aiuti internazionali per lo sviluppo (circa 200 milioni di $).

Le rimesse degli emigranti hanno un impatto forte sull’economia; hanno contribuito allo sviluppo del mercato immobiliare, hanno accresciuto la capacità economica delle famiglie per la salute, l’istruzione… Secondo la Banca Mondiale, il denaro delle rimesse degli emigrati ha migliorato le finanze delle famiglie di Uganda per l’11%, del Bangladesh per il 6%, del Ghana per il 5%. Sono somme ingenti.

Molto è stato fatto, a partire dall’agitazione del mondo economico mondiale per contenere i prezzi e così spingere alla crescita nei paesi in via di sviluppo, tuttavia un rallentamento nel livello delle rimesse dall’estero potrebbe avere un impatto di cassa.

Potrebbe creare una sfida alla già fragile pace in paesi come Zimbabwe o Somalia, con governi in bancarotta; le rimesse degli emigrati sono ormai la sola speranza di sopravvivenza per milioni di persone, e un po’ di respiro per gli ultimi vestigi del settore privato.

Tuttavia questa crisi potrebbe dare ai governi africani l’opportunità di usare meglio le capacità di milioni dei loro concittadini istruiti, che sono dovuti emigrare in occidente. Una legislazione che permetta la doppia nazionalità (che non esiste ancora in molti paesi sub-sahariani) darebbe a quegli emigrati, che ormai sono diventati cittadini dei loro nuovi paesi, la possibilità di investire con più fiducia nel loro paese d’origine.

Accordi speciali con le banche, riducendo i costi di trasferimento di denaro, potrebbero anche essere di aiuto. Rendere più facile il trasferimento di denaro tramite telefono (un servizio pionieristico esiste già in Kenya con la compagnia Safarcom) allargherebbe la capacità di ricevere rimesse dall’estero a milioni di persone che non hanno conti bancari.

Forse la maggior opportunità che questa crisi offre ai paesi africani è quella di riconoscere l’esistenza di un enorme potenziale ancora inesplorato: le rimesse degli emigrati…

Ma prima di tutto i governi del continente devono smettere di considerare i loro concittadini all’estero come dei potenziali agitatori del loro paese d’origine; ma cominciare a vedere in loro dei forti agenti di sviluppo economico.

Questo articolo è apparso sul quotidiano inglese Guardian, firmato da Murithi Mutiga

24-11-2008

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