Chi controlla l'Africa, controllerà il mondo intero

Chi controlla l'Africa, controllerà il mondo intero

novembre 2008
La guerra in Congo è un momento di un lungo processo che sta veramente cambiando il volto del cuore dell'Africa. La penetrazione economica della Cina in Africa ha rdc gold minescombussolato gli equilibri imposti dall'Occidente.

La The greater Nile Petroleum Operating Company è un consorzio petrolifero in cui il 40% delle quote è cinese, il 30 malese, il 25 indiano e il 5 sudanese. Opera nel cosiddetto Block Four, ossia un giacimento ancora da valorizzare, ma che viene considerato uno dei più promettenti dell'Africa.

La costituzione di questo consorzio che scava, perfora e molto estrarrà, è susseguente all'abbandono del Sudan da parte delle grandi compagnie petrolifere occidentali, in un contesto di guerre civili, di pressioni diplomatiche, di azioni di guerriglia, che non sono cessate neppure dopo l'accordo di pace sudanese dei 2005.

Un accordo fortemente voluto dagli Usa e che avrebbe dovuto farla finita con lo spargimento di sangue che da anni e anni ferisce una delle regioni più strategiche dell'Africa, con risorse minerarie che sono tra le più importanti del mondo.

Non a caso a partire dall'Ottocento essa è stata una delle mire per eccellenza del colonialismo inglese e tedesco, che sacrificarono le loro gioventù in quelle terre.

L'opinione pubblica dell'Europa e degli Usa ha seguito con affanno la tragedia del Darfur. Oggi fa lo stesso per la nuova guerra congolese. Ma quanti hanno compreso che questa guerra è un momento di un lungo processo che sta veramente cambiando il volto del cuore dell'Africa?

L'ha fatto con nuovi confini e con gruppi dirigenti che hanno saputo imporsi con strategie di divisione etnica e di frontiera, ponendo fine ai genocidi che hanno insanguinato un'immensa parte del mondo. Si pensava di aver così posto le basi per quella rinascita democratica dell'Africa che è l'unica garanzia per uno stabile regime di controllo delle forze esplosive che dal continente scaturiscono periodicamente e che può nel contempo assicurarne la crescita economica.

Ma questo processo che pareva por fine agli stermini e ai genocidi ha oggi avuto una battuta d'arresto con conseguenze terribili. A nulla è valso un recente tentativo di mediazione che ha avuto luogo a Nairobi tra l'ONU, il presidente congolese Joseph Kabila e quello ruandese Paul Kagame.
rdc nkunda
Nel nord est della Repubblica democratica del Congo, infatti, è di nuovo divampata una guerriglia che ha per capo uno dei leader dei tutsi, che hanno per anni mal sopportato il mancato regolamento dei conti con i vicini ruandesi: il generale Nkunda Batware. Costui ha denunciato in un'intervista al Corriere della Sera del 9 novembre 2008 il predominio cinese nel nuovo Congo: sarebbe questo il peccato del nuovo presidente Kabila, per cui si giustifica l'insurrezione armata dei ribelli.

È un'intervista importantissima, che disvela un conflitto che è ormai insopprimibile, nonostante il lavorio diplomatico internazionale di questi ultimi anni. Infatti, dietro il susseguirsi di guerre e di stermini, un lavorio incessante si svolgeva dietro le quinte, con una continua opera diplomatica e politica che aveva ed ha per protagonisti da un lato gli Usa e il Regno Unito e dall'altro lato la Cina.

La Cina ha cambaiato strategia

Quest'ultima cerca di penetrare in Africa mutando la sua originaria strategia. Abbandona quella sorta di barbarico unilateralismo degli affari e della creazione di sfere di influenza militar-economica, che ha caratterizzato le sue prime apparizioni nel cuore dell'Africa sub-sahariana, sostituendolo con una strategia, invece, multilaterale, che si presenta con una notevole dose di maturità nazionalistica e di intelligenza geostrategica.

Una strategia che si sta costruendo via via, aggregando in Africa, attorno al nuovo nazionalismo cinese alcune delle aree economiche, politiche e culturali più strategiche dell'Asia. In questo modo la Cina mira ai raggiungere tre obbiettivi, tutti importanti, sia per i suoi interessi di medio e lungo termine, sia dell'intero pianeta, se si accetta la mia tesi che chi controllerà l'Africa, in futuro, controllerà il mondo intero.

Il primo obbiettivo è quello di non intimorire più di tanto le potenze occidentali, in primo luogo gli USA. L'Europa è fuori dal gioco, nonostante i patetici tentativi della Francia, ormai esclusa dalla partita. Ma si tratta anche di non intimorire le nazioni africane più legate all'Occidente, in primo luogo il Sudafrica e l'Uganda e il Ruanda.

Il secondo obbiettivo è controbilanciare in Africa gli spostamenti negli equilibri di potenza che la diplomazia nord americana provoca nel contempo in Asia. Ciò è accaduto, per esempio, con l'imprevista apertura statunitense nei confronti dell'India in campo non solo nucleare e che la Cina ha inteso per quel che è, ossia la continuazione di una politica che vuol continuare a vedere la Cina e l'India schierate su sponde opposte, riassicurando Nord America e Giappone.

Il terzo obbiettivo dell'azione cinese è condividere gli enormi costi di un'opera di penetrazione economica che è appena iniziata, e che deve continuare incessantemente con iniziative grandiose, lavori infrastrutturali, creazione di nuovi campi di esplorazione e di estrazione degli idrocarburi e dei minerali preziosi e strategici, di cui l'industria e le complesse società mondiali hanno sempre più bisogno.

È una strada lunga e che pare ora aver incontrato dinanzi a sé i seri ostacoli della nuova guerra congolese che non può spiegarsi, appunto, solo a livello regionale, ma con quelle difficoltà internazionali di ben più ampia portata che hanno le loro radici nella lotta per il controllo delle risorse economiche della Repubblica Democratica del Congo.

Né gli USA, né il Regno Unito, né la Francia possono rimanere indifferenti dinanzi a una strategia cinese che pone le basi per una egemonia che può cambiare, di qui a qualche decennio, il volto della crescita economica mondiale e la stessa base politica e istituzionale di un nuovo mondo che va risvegliandosi potentemente. La crisi economica mondiale in corso non può che accentuare sia il conflitto internazionale sia la guerra locale.

di Giulio Sapelli - Docente di Storia Economica all’Università Statale di Milano

Foto in alto: Congo: cercatori d'oro e militari - Cafod
. In basso: Laurent Nkunda

Dal Corriere-Economia

24-11-2008

Guarda le foto dei cercatori d’oro in una miniera del Congo


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