Benin: i figli del mercato

Benin: i figli del mercato

dicembre 2008
È Natale il momento più proficuo per i trafficanti di bambini in Benin. Scendono dalla Nigeria o dalla Costa d'Avorio durante le vacanze e "reclutano" i piccoli nei villaggi di frontiera.

Spesso con false promesse alle famiglie, talvolta con la paura. “Offrono alle famiglie 10 mila, 15 mila franchi cfa (circa 15 euro, nda) e portano via il bambino”, spiega Ephrème Dossou, animatore dell'ong beninese Action Plus, che lavora insieme alla Cisv di Torino ad Adjohoun, piccolo villaggio al confine con la Nigeria.

Qui l'80% delle famiglie ha almeno un figlio "piazzato". “Spesso sono i genitori stessi a offrire i propri figli, pensando di fare il loro bene mandandoli a lavorare in città. Sono famiglie davvero molto povere e sperano che con lo stipendio dei figli più grandi manterranno i più piccoli”. Ma poi non è così.

I bambini finiscono a lavorare nelle piantagioni di cotone o canna da zucchero, o a spaccare pietre nelle cave del nord per dodici ore al giorno. Oppure sono impiegati come domestici nelle case dei ricchi di Cotonou. Ma di soldi alle famiglie neanche l'ombra.

Venduti per 15 euro

Marcelin ha 15 anni, per sette anni ha spaccato pietre in Nigeria. Viveva ad Adjohoun prima, centro di tutto il traffico transfrontaliero. “A Natale è venuto dalla Nigeria un parente di mio padre e gli ha proposto di portarmi con sé” racconta Marcelin. “Diceva che avrei avuto un buon lavoro e aiutato la famiglia. Ma poi i soldi li dovevo dare a lui per ripagare il viaggio. Spaccavo pietre tutto il giorno ma a me non restava niente. Così sono scappato”.

“E' una storia molto comune - commenta Ephrème Dossou - ogni giorno ci sono casi come questi. Ritroviamo i bambini lungo le strade, fanno anche centinaia di chilometri per cercare di tornare a casa”. E così sono soprattutto gli zemindar, i caratteristici moto taxi che brulicano per le strade del Benin con le loro divise colorate, a individuare i bambini allo sbando. E spesso sono loro a raccoglierli e a portarli alla polizia.

“Ma quelli che scappano sono solo la punta dell'iceberg - continua Ephrème - molti altri vengono ‘piazzati’ e restano lì, a lavorare fino a che diventano adulti”.
L’Unicef stima che nel solo 2007 siano stati quasi 140 mila i bambini beninese, sottratti alle proprie famiglie per essere portati a lavorare nei mercati o nelle case della capitale oppure nelle piantagioni di Nigeria, Togo e Costa d'Avorio.

"Vidomegons" li chiamano, dal nome dell'antica tradizione locale per cui le famiglie delle zone rurali mandavano i figli a studiare in città dai parenti ricchi. Solo che adesso non vanno da parenti, e sicuramente non a studiare. Nella regione di Za-kpota, dove lavorano Action Plus e Cisv,1'84% dei capifamiglia ammette di aver ricevuto denaro per far partire un bambino.

Senza documenti

Centro di tutti i commerci dell'Africa occidentale, il Benin vive in questi anni una drammatica crisi economica che ne fa uno dei paesi più poveri al mondo, con una speranza di vita alla nascita di poco più di 50 anni e un tasso di analfabetismo dell'80% in zona rurale. “L'analfabetismo è strettamente legato al fenomeno della tratta” spiega Giulia Lanzarini, responsabile del progetto Cisv ad Adjohoun.

“I genitori analfabeti non registrano i figli all'anagrafe quando nascono: non avendo documenti, quando i bimbi spariscono è praticamente impossibile rintracciarli”. Secondo uno studio dell'Unione europea un bambino su tre nel paese non è registrato all'anagrafe.

Il commissario Tokpanou è il responsabile della Brigade des mineurs, un corpo speciale di polizia che si occupa in specifico del recupero dei vidomegons. Davanti al suo piccolo e afoso ufficio di Cotonou c'è un lunga fila di gente che aspetta. A tutte le ore.

Racconta Tokpanou: “Ogni giorno riceviamo decine di dossier da tutto il paese. Là dove è possibile effettuiamo i recuperi dei bambini, ma qui nell'ufficio centrale siamo solo 8 funzionari di polizia, troppo pochi. Nel 2004 il Benin ha ratificato il protocollo delle Nazioni Unite volto a prevenire, reprimere e punire la tratta di donne e bambini, e il 5 aprile 2006 ha emesso una legge a riguardo. Da allora sono stati creati comitati locali in tutti i villaggi; gruppi di semplici abitanti che si danno disponibili a sorvegliare sulla scomparsa dei bambini.

“Il fenomeno dei vidomegons si è ridotto negli ultimi anni” dice Tokpanou, “c'è stata una grande campagna di informazione e i trafficanti incominciano ad avere paura”. Ma il problema resta quando i bambini vengono "recuperati". “Non ci sono abbastanza strutture di accoglienza”. Così vengono rimandati in famiglia e dopo pochi mesi sono "piazzati" di nuovo.

Tre mila piccoli schiavi

Il mercato di Dantkopa, a Cotonou, è una babele di colori, suoni e odori. Qui sono almeno 3 mila i bambini che lavorano; chi vende cipolle, chi trasporta ceste, chi pulisce i banchetti, chi raccoglie la sabbia drenata dal fiume. A centinaia, poi, dormono nel mercato stesso, accalcati sopra i magazzini del riso. La loro vita non esce dai confini del mercato. Per questo le suore salesiane hanno aperto al suo interno tre punti di ascolto per i vidomegons; li incontrano, li aiutano se hanno problemi di salute, propongono corsi di alfabetizzazione.

“Non sempre si riescono a sottrarre i bambini ai loro padroni” dice suor Maria Antonietta Marchese, responsabile delle religiose. “A volte bisogna accontentarsi di piccoli passi, aiutando i bambini a prendere coscienza della propria situazione, per migliorarla poco a poco”. Così i ragazzini continuano a lavorare, ma per due ore al giorno seguono i corsi di alfabetizzazione.

Aiutare le famiglie

“E' fondamentale migliorare le condizioni di vita delle famiglie - dice Giulia Lanzarini della Cisv - altrimenti il problema si ripresenta”. Per questo la Cisv ha avviato un vasto programma ad Adjohoun, coinvolgendo la società locale già impegnata nel contrastare la tratta: responsabili di quartiere, associazioni di donne, autorità locali.

“Attraverso lo sviluppo di attività femminili di trasformazione dei prodotti alimentari si tenta di creare un contesto per il recupero e il reinserimento dei bambini "allontanati"“ dice Giulia. Protagoniste sono circa mille donne contadine, riunite in 50 gruppi locali insieme a circa 20 mila minori. Per i bambini si sta allestendo un centro di accoglienza dove possano ricevere istruzione di base e imparare un mestiere.

“Alle donne sono offerti corsi di alfabetizzazione” racconta ancora Giulia. In più grazie al microcredito potranno ricevere piccoli prestiti. Perché se una madre riesce a sfamare la famiglia, per nessun motivo lascerà partire un suo bambino.

Silvia Pochettino, in Volontari per lo Sviluppo, dicembre 2008

Foto di Francesco Laera

Da 25-12-2008

Approfondimenti:

- “In Togo 1 bambino su 8 è venduto come schiavo”: lo denuncia l’ONG belga Plan Belgique. E documenta il permanere in Togo di alcune pratiche schiaviste relative ai bambini nel rapporto “Per il prezzo di una bicicletta: la tratta dei bambini in Togo”. Leggi l’articolo.

- La photogallery del Washington Post sui bambini del Togo, impiegati in duri lavori domestici.

- Il sito di Anti-Slavery International. Fondata nel 1839 in Inghilterra, è la più antica organizzazione internazionale per i diritti umani. Opera esclusivamente contro la schiavitù e gli abusi ad essa collegati. Lavora a livello locale, nazionale ed internazionale per eliminare la schiavitù nel mondo.

- Un sito italiano dedicato alle nuove schiavitù, che riporta ampie notizie del fenomeno in Africa.

- Alcuni articoli apparsi in siti italiano nel 2001, quando scoppiò il caso della nave partita dal Benin, carica di bambini da vendere come schiavi.

- Un dossier sulla schiavitù infantile in Africa e in Asia: schiavitu infantile.pdf

- Una storia dal Niger: un-ex schiava ottiene un risarcimento


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