Burundi: fragili equilibri

Burundi: fragili equilibri

febbraio 2009
Dopo quindici anni da incubo, l’ultimo movimento ribelle ha accettato, alla fine del 2008, di fare la pace con il regime Bujumbara. Riuscirà il Preseidente Pierre Nkurunziza a conservare questo clima di pace e far ripartire l’ economia?

burundi-pierre nkurunzizaL’avvio, lo scorso 3 gennaio, del processo di liberazione dei prigionieri politici e di guerra delle Forze Nazionali di Liberazione-Partito di Liberazione del popolo hutu (FNL-Palipehutu), l’ultimo gruppo ribelle, è il segno che lo spettro della guerra si allontana dal Burundi. Saranno 247 secondo il governo, 442 secondo le FNL.

La comunità internazionale aveva già applaudito quando, nell’estate 2005, un processo elettorale condotto in modo regolare ha permesso l’accesso al potere, senza contestazioni, di un ex movimento ribelle, convertitosi un anno prima in partito politico: il Consiglio Nazionale per la Difesa delle Democrazia-Forze di Difesa della Democrazia (CNDD-FDD). Il capo degli ex ribelli, Pierre Nkurunziza, è diventato Presidente del Burundi, mettendo così fine al periodo di transizione.

L’avvenimento sembrava dimostrare che era definitivamente passata l’epoca nella quale prevaleva la logica della violenza generalizzata come mezzo per la lotta alla conquista del potere politico ed per il suo mantenimento.

Da Nyerere a Mandela

Dal 1966 i colpi di Stato erano la norma nel Burundi. Come la violenza etnica, con i suoi numerosi massacri e repressioni sanguinanti nei confronti di una parte della popolazione, gli Hutu, che, pur esendo la maggioranza, erano dominati politicamente e militarmente dalla minoranza degli Tutsi.

Grazie al vento delle riforme politiche, che soffia sul continente negli anni ‘90, il potere burundese, detenuto dal maggiore Pierre Buyoya, riforma il sistema. Organizza le elezioni presidenziali nel 1993., Lo scrutinio, leale e trasparente, è riportato da Melchior Ndadaye. Un vero e proprio avvenimento, visto che è la prima volta nella storia del paese che un Hutu è alla testa dello Stato. Ma l’euforia è di breve durata; nell’ ottobre 1993, meno di tre mesi dopo la sua elezione, Ndadaye viene assassinato. È l’evento che scatena la lunga guerra civile, che mette il Burundi a fuoco e sangue. In un decennio il bilancio è pesante: tra i 200 e 300 mila morti.

burundi-ritorno  agathon rwasaLa vittoria elettorale del CNDD-FDD nel 2005 è il risultato di un lungo processo di negoziazione tra il governo di Pierre Buyoya, che un colpo di Stato aveva riportato al potere nel 1996, ed i vari partiti politici burundesi. L’iniziativa del dialogo si deve al vecchio presidente tanzaniano Julius Nyerere (morto nell’ ottobre 1999), sostenuto dalla comunità internazionale. Ma le trattative di pace, alle quali i gruppi armati non furono invitati, andavano troppo alla lunga.

“Nyerere aveva una cattiva percezione della situazione - spiega un intermediario dell’Unione Africana a Bujumbura. Egli pensava che la crisi burundese fosse nata da problemi politici. Secondo lui bastava risolvere questi problemi per zittire i gruppi armati. Da qui l’insuccesso della sua mediazione.” Più tardi, dopo varie fasi di negoziazione, sotto l’egida di Nelson Mandela, designato come nuovo mediatore dalla comunità internazionale, i partiti burundesi finiscono per capirsi.

È il famoso accordo d’Arusha, firmato il 28 agosto 2000. Ha per tema di fondo la riconciliazione nazionale, che passa per una divisione obbligatoria del potere su basi etnich ea tutti i livelli. Il fine è, soprattutto, di ricercare degli equilibri dapeprtutto, compreso in seno all’esercito nazionale, che dopo l’indipendenza aveva una colorazione mono-etnica.

Le crisi del post-transizione

Una volta installatosi alla presidenza nell’agosto 2005, Pierre Nkurunziza deve tener conto di ciò che gli impone la Costituzione: dirigere con i partiti che hanno ottenuto dei seggi nelle elezioni, e realizzare a tutti i costi un equilibrio Tutsi-Hutu in tutte le istituzioni.

Ma, del tutto inattesi, i problemi cominciano da un’altra parte: il Capo di Stato annuncia, nell’agosto 2006, la scoperta di un complotto ordito, secondo lui, dagli ex presidente e vice-presidente della transizione, Domitien Ndayizeye e Alphons Kadege. L’arresto dei due personaggi provoca una protesta generale e suscitata degli interrogativi sulle intenzioni del regime. Durante il processo nessuna incriminazione è addossata ai due accusati.

L’affare Ndayizeye-Kadege è solo l’inizio di una serie di crisi che intralciano il funzionamento delle istituzioni. La seconda crisi scoppia in seno al CNDD-FDD, quando il Presidente, Hussein Radjabu, è silurato nel febbraio 2007, e poi arrestato, con l’accusa di attentato alla sicurezza dello Stato. Sconta attualmente una pena di tredici anni di prigione. L’allontanamento di Radjabu ravviva la tensione nel CNDD-FDD. Una ventina di deputati decide di abbandonare i seggi, privando il Parlamento della maggioranza.

Le conseguenze di questa guerra intestina non si fanno attendere. Senza il quorum, il Parlamento non può riunirsi per esaminare e votare le leggi indispensabili al buon funzionamento del paese. La paralisi è totale. I principali partiti di opposizione, il Fronte per la Democrazia nel Burundi (Frodebu) e l’Unione per il Progresso Nazionale (Uprona) che partecipano ugualmente al governo si sfregano le mani. Ma saranno colpiti a loro volta dai germi della divisione intestina.

Dopo essersi fatto hara-kiri, il partito al potere riuscirà alla fine a ricostruire una maggioranza che gli permette di governare. Rimane tuttavia indebolito. Ciò che non è di buon augurio: le prossime elezioni sono previste nel 2010. Il programma di governo è molto in ritardo, e cosa succederà se la classe politica decide di abolire l’attuale Costituzione di transizione?

Garanzie di buona volontà

La maggior minaccia che pesava sul Burundi sino all’anno scorso erano le FNL-Palipehutu. Considerato come l’ultimo partito di ribelli armati e potenziale ostacolo al processo di pace e di riconciliazione nazionale, le FNL hanno prima firmato con il governo di Pierre Nkurunziza, nel giugno 2006, a Dar-es-Salaam, un “accordo di principio in vista della realizzazione della pace, della sicurezza e della stabilità durevole nel Burundi”, seguito da un accordo di cessate il fuoco in settembre.

Ma la diffidenza fra i due contendenti non si era mai attenuata. Risultato: i rappresentanti dei FNL a Bujumbura lasciano clandestinamente la città nel luglio 2007, e, all’ inizio del 2008, gli attacchi dei ribelli ricominciano, raggiungendo il punto culminante in aprile nello scontro con l’esercito governativo, in cui si contano un centinaio di morti.

Ma il ritorno a Bujumbura, il 30 maggio 2008, del capo delle FNL Agathon Rwasa, dopo 20 anni di esilio, è motivo di speranza. Durante gli ultimi negoziati con il governo, egli ottiene l’essenziale: l’ingresso del suo movimento nelle istituzioni. Nkurunziza si impegna ad accordare agli ex-ribelli una trentina di posti di responsabilità.

Il 4 dicembre, Rwasa firma una dichiarazione di cessate il fuoco e, altro atto di buona volontà, meno di una settimana dopo l’inizio della liberazione dei prigionieri FNL, Rwasa ha annunciato il 9 gennaio, che il suo partito si chiamerà d’ora in poi solamente FNL, come vuole la Costituzione, secondo la quale un partito politico non deve fare alcun riferimento alla sua appartenenza etnica.

Economia: la crescita nonostante le bizze del clima

Come sottolinea un recente rapporto della Banque Africaine de Développement (BAD), c’è stato prima “il periodo di stabilità politica, che ha preceduto la crisi del 1993, durante la quale il Burundi ha realizzato dei progressi economici e sociali superiori alla media dei paesi dell’Africa sub-sahariana”. Progressi ridotti a zero, “dalla crisi socio-politica e dall’embargo imposto al paese nel 1996” che fanno precipitare il paese in “un lungo periodo di declino economico”. Tra le conseguenze: una riduzione della crescita del Pil e un crollo del reddito pro capite, caduto a 83 dollari nel 2004 (mentre negli anni 1990 era di 214 $). Tutti fattori, questi, che hanno contribuito ad aggravare la povertà.

Il grande problema dell’economia burundese è legato alla sua struttura. Questa si basa essenzialmente sull’agricoltura (che concentra circa l’80% dei lavoratori), l’allevamento e la pesca. Il paese conta molto sul caffè, suo principale prodotto agricolo e sua prima fonte di reddito delle esportazioni. I ricavi dal caffè non sono sempre garantiti, dipendono dalle piogge e dalle variazioni del mercato mondiale. Come è accaduto nel 2003, quando a causa di un ribasso del prezzo del caffè, il tasso di crescita è sceso a -1,2%, quando era di +4,5% nel 2002.

In un rapporto del luglio 2008, una missione del Fondo Monetario Internazionale (FMI) a Bujumbura nota che nel 2007 “la crescita del Pil reale è stata di -3,6% , mentre era di +5% nel 2006, principalmente a causa del cattivo raccolto delle piantagioni di caffè. Alla fine del 2007, l’inflazione ha toccato toccato il 14,7%, e 2006 era 9,3, a causa degli aumenti mondiali delle materie prime”.

Lo stesso rapporto spiega che “nei primi quattro mesi del 2008, il prezzo del carburante e dei generi di prima necessità sono aumentati del 23%, contro un aumento del 11,7% dell’indice dei prezzi al consumo”. Ciò ha geenrato un clima sociale particolarmente teso. E se il Pil per abitante doveva stabilizzarsi a 139 dollari per il 2008 (contro i 118 dollari nel 2007) il problema dell’estrema povertà che colpisce più della metà della popolazione è lontano da una soluzione.

Sostegno al settore bancario

Secondo gli osservatori, nonostante le spinte inflazionistiche, nonostante il fatto che il Burundi importa più di quanto esporta, e nonostante il suo bilancio sia fortemente dipendente dall’aiuto dei suoi partner nello sviluppo (il 51% delle risorse di bilancio nel 2008), le prospettive economiche sono incoraggianti. A condizione di uniformarsi scrupolosamente alla strategia di sviluppo definita nel Piano Nazionale di lotta contro la povertà. D'altronde, i paesi con un risparmio interno molto debole, devono sostenere il settore bancario (si contano in Burundi solo 8 banche commerciale, e una sola banca di sviluppo), affinché quest’ultimo possa proporre agli operatori privati un’offerta di credito sufficiente ed efficace, in vista del rilancio dell’economia.

Foto Irin: in alto: il Presidende Nkurunziza. In basso: Agathon Rwasa festeggiato dai suoi sostenitori al suo ritorno

Da Jeune Afrique n° 2506

8-02-2009

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