Somalia: Le sfide del nuovo governo

Somalia: Le sfide del nuovo governo

febbraio 2009
Un insolito ottimismo si è diffuso per Mogadiscio nelle prime ore del 31 gennaio, quando si è saputo che il leader di una fazione moderata dell'Unione delle corti islamiche, Sheikh Sharif Sheikh Ahmed, era stato eletto capo del Governo federale di transizione (Gft).

Sharif, leader dell'Alleanza per la ri-liberazione della Somalia (Ars), ha sconfitto il primo ministro Nur Hassan Hussein, appoggiato dalla comunità internazionale, e il generale Maslah Mohamed Siad, figlio dell'ultimo presidente della Somalia prima della guerra, il generale Siad Barre.

"L'unico periodo di pace nei 18 anni di guerra civile a Mogadiscio risale alla seconda metà del 2006, quando erano al potere le Corti islamiche di Sheikh Sharif Sheikh Ahmed”, afferma Mohammed Ali Siad, della Banadir Business Association. "Due anni dopo, rimane lui la persona migliore per dialogare con i gruppi islamici insorti e gestire la crisi".

Ali Siad aggiunge che "la sfida più impegnativa e urgente per il nuovo presidente non viene dai suoi nemici, ma dagli ex amici e alleati" della fazione radicale scissionista delle Corti islamiche: il cosiddetto Gruppo di Asmara, che per due anni ha combattuto contro i soldati etiopi e si oppone al processo di pace di Gibuti.

Partecipa anche la milizia Al Shabaab, che gli USA considerano terroristi

La milizia più forte in questa alleanza è Al Shabaab, inclusa nell'elenco statunitense dei gruppi terroristici, che controllala maggior parte delle città strategiche nella Somalia centromeridionale e il 26 gennaio ha occupato la capitale del governo di transizione, Baidoa. Al Shabaab, inoltre, controlla molti quartieri di Mogadiscio, la capitale storica del paese, dove sta bersagliando gli ultimi contingenti di pace dell'Unione africana per costringerli a ritirarsi, come hanno già fatto i soldati etiopi.

Sharif, un religioso del clan hawiye in esilio da due anni, prende il posto dell'ex presidente Abdullahi Yusuf, ex signore della guerra darod. Yusuf era stato cacciato a dicembre dal primo ministro Nur Hassan Hussein, dopo essersi opposto all'accordo di pace mediato dalle Nazioni Unite tra il Gft e il gruppo di opposizione islamista moderato di Sharif.

L'accordo di pace di Gibuti prevede il ritiro delle truppe etiopi dalla Somalia centro-meridionale e raddoppia i seggi nel parlamento, portandoli a 550. Dei nuovi seggi, 200 andranno all'opposizione islamica a prevalenza hawiye guidata da Sharif, 75 alle organizzazioni della società civile e della diaspora.

Ma molti analisti dubitano che Sharif riesca a formare un governo di unità nazionale. "Il principale obiettivo era creare una forte alleanza politica, capace di stabilizzare il paese, isolare i radicali e arginare l'ascesa dei militanti islamici", spiega Daniela Kroslak dell'International Crisis Group. Ma le divisioni tra gli insorti hanno subito compromesso il progetto". In questo contesto, Kroslak osserva che "la cosa migliore è aprire il dialogo con gli islamisti facendogli qualche concessione. Il processo di pace di Gibuti fallirà se non si riusciranno a coinvolgere abbastanza militanti"

Ideologie e strategie diverse

Stig Jarle Hansen, esperto di movimenti islamisti e autore di uno studio sull'economia di Mogadiscio tra il 1991 e il 2008, è dello stesso parere, ma dubita che Al Shabaab e gli altri gruppi radicali siano aperti a una mediazione occidentale o guidata dalle Nazioni Unite. "Hanno un'ideologia e una strategia diverse da quelle degli altri gruppi coinvolti finora nella guerra civile. Si ispirano a una filosofia politica militante antioccidentale, che è in contrasto con le pratiche e i valori religiosi tradizionali dei musulmani somali".

Secondo Mariam Hussein, direttrice dell'Ismail Jumale Human Rights Organization di Mogadiscio, la crescente influenza di Al Shabaab dimostra il fallimento del processo di transizione finanziato e guidato dalla comunità internazionale: "La gente è stufa di vent'anni di combattimenti. Circa 250mila persone vivono nei campi profughi, e il numero degli sfollati non smette di crescere".

Ora la comunità internazionale spera che Sharif e l'Ars facciano da contrappeso agli insorti e aiutino il governo di unità nazionale a ristabilire un po' di ordine nelle istituzioni statali. Ma per tornare a Mogadiscio, Sharif avrà bisogno del consenso di Al Shabaab.

Situazione umanitaria al limite del collasso

Intanto l’Ufficio dell’Onu per gli affari umanitari (Ocha) lancia l’ennesimo appello: «Senza finanziamenti immediati delle operazioni dell’Onu, i livelli di malnutrizione e di malattie critiche non faranno che aggravarsi in due regioni della Somalia»

Secondo l’Ocha, in Somalia ci sarebbero più di 200 mila bambini malnutriti, 60 mila dei quali soffrirebbero di malnutrizione grave e sono destinati a morire senza aiuti immediati. La portavoce del Segretariato Ocha, Marie Okabe, ha spiegato che «La crisi attuale deriva da una mancanza di piogge, da cattivi raccolti, dal deprezzamento dello scellino somalo e dalle minacce contro le agenzie umanitarie».

3 milioni di persone bisognose di aiuto alimentare

L’Onu prevede che nei prossimi 6 mesi il numero di somali che avranno bisogno di aiuto alimentare raggiungerà i 2,6 milioni, ed entro la fine dell’anno salirà a 3,5 milioni, in particolare nelle regioni di Hiran e Bakool dove la siccità dura da oltre quattro anni, e dove le milizie si battono ormai per occupare una terra devastata dal global warming planetario che si accanisce su questo pezzo di Africa più sfortunata.

Intanto, visti anche i rischi per i fornitori, i prezzi dei generi alimentari non calano, sia quelli locali che importati.

«Infine – si legge in un rapporto dell’Ocha – la Somalia conosce la situazione di sicurezza più grave in 17 anni, con una recrudescenza degli attacchi che mirano direttamente all’assistenza umanitaria».

Najum Mushtaq, IPSnews

23-02-2009


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