Madagascar: le colpe economiche dell'ex presidente

Madagascar: le colpe economiche dell'ex presidente

marzo 2009
Perché il popolo del Madagascar ha voluto sbarazzarsi del suo presidente, che aveva acclamato pochi anni fa come il salvatore della nazione e restauratore della nazione? Le ragioni sono varie, ma quelle legate all'economia sono preponderanti: sfacciato conflitto di interesse, attentato ai privilegi della classe industriale, promesse alle classi povere non mantenute, svendita del paese alle multinazionali: un’analisi della giornalista Rémy Carayol.

Benvenuti a «Tikolandia», il paese dove tutto si compra. È così che gli oppositori hanno soprannominato il Madagascar, alludendo a Tiko, la società diretta dal presidente Marc Ravalomanana.

Il paese-azienda

«Gestisce il paese come la sua azienda. Considera i cittadini come i suoi impiegati», esclama Gisèle Rabesahala, presidente dell'associazione Fifanampiana Malagasy (Comitato di solidarietà del Madagascar), fondata cinquant'anni fa per sostenere le vittime della repressione coloniale. In un decennio, la società Tiko è diventata un conglomerato che fa di tutto: latticini, importazioni, grande distribuzione, costruzioni, attività alberghiere, media, pietre preziose.

Sembra lontano il tempo in cui Ravalomanana, sostenuto dalle potenti Chiese evangeliche, e armato dalle istituzioni finanziarie internazionali, riuniva diverse centinaia di migliaia di sostenitori nelle strade della capitale. Il suo arrivo al potere nel 2002, viziato da irregolarità ma legittimato dal sostegno popolare, aveva suscitato la speranza dopo ventisette anni di presidenza di Didier Ratsiraka. Ma la promessa di dare a ogni famiglia «una R4 e un frigo» è fallita. Quando i salari aumentano del 10 % l'anno, l'inflazione raggiunge 25 %. Oltre il 70 % dei malgasci vive sotto la soglia di povertà.

Imprenditori e gente poveri, tutti contro l’ex-presidente

L'opposizione al regime Ravalomanana ha raggruppato abitanti dei «quartieri bassi», giovani studenti figli della classe media, ma anche imprenditori che denunciano la crescente influenza del gruppo Tiko. Questi imprenditori finanziano il movimento di Andry Rajoelina, sostenuto anche dai cosiddetti «dinosauri», coloro che sono nella cerchia del potere da decenni.

Nadine Ramaroson, direttrice di marketing della Savonnerie tropicale e segretaria generale del Conseil national économique et social (Conecs), una delle organizzazioni padronali malgasce, sostiene Rajoelina. «Ravalomanana è un disastro per il paese. Ha acuito le disuguaglianze e ha fatto dei soldi il suo unico obiettivo-dichiara È un diavolo!» Ma, dietro l'apparenza di un discorso così sociale, la signora Ramaroson, che non esce mai senza la sua guardia del corpo e gira in una enorme 4 x 4, non riesce a nascondere le sue reali motivazioni. «Quando si è messo a importare sapone, ha abbassato le tasse sul sapone. Oggi, il sapone costa meno di quello prodotto da noi localmente», denuncia Ramaroson, che è direttamente interessata.

L’industria locale messa in ginocchio

Aprendo le frontiere e strizzando l'occhio agli investitori stranieri, l'ultraliberista Ravalomanana ha ridotto ai minimi termini il peso delle industrie locali. «Ha abbandonato un'economia postcoloniale basata sui monopoli e i ricavati delle rendite. Alcune grandi famiglie, che avevano fatto fortuna negli ultimi quarant'anni, non glielo perdonano», afferma Ny Rado Rafalimanana, presidente del gruppo Axius - una società di commercio internazionale.

A Ankorondrano Andramaheri, uno dei «quartieri bassi» di Antananarivo, i più fortunati dei suoi abitanti lavorano nelle zone di frontiera per un salario mensile di 50.000 ariary (20 euro), quando un sacco di riso da 50 chili costa 14 euro. Gli altri vivono del settore informale: venditori di frutta e verdura, lavoratori giornalieri, trasportatori di carretti... «Qui, non si mangia tre volte al giorno, come gli altri malgasci, ma una, a volte mai», afferma Joseph Rakotondrasoa, presidente di un'associazione di mutua assistenza. La maggior parte dei bambini non va a scuola. Costa troppo!

La gente dei “quartieri bassa” ridotta in miseria

Gli abitanti dei «quartieri bassi» sono costantemente minacciati d'espulsione dai progetti industriali o alberghieri. «Recentemente, il presidente ha voluto cacciarli senza contropartita, ma il tribunale ha dato loro ragione», racconta Harimizah Rakotoarimanana, un'assistente sociale che lavora in queste bidonvilles.

È da questi quartieri che proviene la maggior parte dei saccheggiatori morti a fine gennaio. Da uno a otto che era sotto la Prima repubblica (1960-1972), la differenza di salario è passata oggi da uno a cento; 70% delle spese della maggioranza delle famiglie è dedicata ai bisogni elementari; il resto serve a pagare scuola, sanità... In questo quadro, le cifre esibite dal governo - una crescita del 5% all'anno dal 2003 - lasciano perplessi.

E il costo di questi grandi lavori sembra indecente, tanto sembra profittare solo al mondo degli affari: 37 miliardi di ariary per la ristrutturazione del porto di Tamatave e della strada che porta alla capitale; 22 miliardi per l'estensione dell'aeroporto di Antananarivo; 3,3 miliardi di dollari d'investimenti da parte di un consorzio internazionale, Sheritt International Corporation, per sfruttare le miniere di nickel e cobalto di Ambatovy (nord-est di Antananarivo).

Una rivoluzione verde fuori della portata dei contadini

Il «riformismo» del presidente tocca anche il mondo rurale. Da tre anni, ha lanciato un vasto programma di modernizzazione dell'agricoltura: la «rivoluzione verde» deve triplicare la produzione alimentare da qui al 2012. È difficile, per un contadino che non dispone di un euro al giorno per mangiare, tirare fuori i 50.000 ariary (20 euro) necessari a istruire il fascicolo per beneficiare di un finanziamento nel quadro del programma, a cui bisogna aggiungere le spese per la trasferta degli ispettori incaricati di verificare i fatti.

«Perché dovrei pagare per un terreno che mi appartiene esclama un contadino. Mio padre, mio nonno, hanno lavorato, questa terra, sono seppelliti in questa terra!» Lo scontento, nella regione di Atsinanana, è tanto più sensibile in quanto il potere non ha aspettato a lungo prima di aprire agli investitori. L'anno scorso, alcuni imprenditori cinesi hanno iniziato, con l'autorizzazione del governo, un programma sperimentale per triplicare la produzione di riso su una zona di 100 ettari. I contadini pensano che una parte della produzione gli ritornerà. Gli investitori contano invece di recuperare tutto. .

Il neocolonialismo della Daewoo

È sempre in questa regione che la società sudcoreana Daewoo Logistics conta d'installarsi. La faccenda ha fatto molto rumore nel novembre 2008. Creata dopo il fallimento del gruppo Daewoo nel 1999, questa società ha fatto della realizzazione di grandi progetti di sviluppo delle risorse naturali la sua specialità. Una forma di «neocolonialismo», che consiste nel coltivare in un paese ricco di terre, ma povero in valuta, i prodotti di cui hanno bisogno gli abitanti dei paesi poveri in terre ma ricchi in valuta.

Nel maggio 2008, la società sudcoreana ha dunque iniziato le pratiche per prendere in affitto dallo stato malgascio 1,3 milioni di ettari per produrre dell'olio di palma e del mais. L'accordo era quasi firmato quando è scoppiato lo scandalo in seguito ad un articolo del Financial Times del 19 novembre 2008. Daewoo Logistics e il governo malgascio hanno negato a lungo l'esistenza di un qualsivoglia accordo. Il ministro della riforma fondiaria, Marius Ratolojanahary, giura che si tratta solo di prospezione.

«Tutto è stato fatto nell'opacità più totale», afferma un diplomatico di stanza ad Antananarivo - «i sudcoreani hanno fatto i loro studi sorvolando le regioni interessate in elicottero. Ma nessuno è andato dai contadini». Nella regione di Atsinanana, sono interessati 100.000 ettari, di cui 33.000 nel distretto di Toamasina II. Eppure, né Jaonina Mamitiana, direttore dello sviluppo rurale locale, né Philibert Randriamaharitra, capo distretto, sono stati messi al corrente. «Non sappiamo niente di quel progetto e ci si chiede di farlo accettare dalla popolazione! A me, è stato semplicemente presentato un piano e mi è stato chiesto di firmarlo, denuncia quest'ultimo.

Ufficialmente, i sud-coreani contano sulla creazione, di circa settantamila posti di lavoro nell'insieme del paese e sulla costruzione di infrastrutture sociali (ospedali, scuole). I contadini; dal canto loro, affermano che si batteranno «fino alla morte» per difendere la loro terra - quella dei loro antenati.

Libertà minacciate

Andry Rajoelina parla di progressiva messa in atto di una «dittatura» per giutificare l'insurrezione. La parola non rispecchia veramente la realtà. La stampa è abbastanza libera, e così pure la parola. Tuttavia, gli attacchi alle libertà fondamentali sono stati molti in questi ultimi anni. I giornalisti dicono di autocensurarsi dopo innumerevoli «convocazioni» nei ministeri; l'audiovisivo è blindato. Solo due canali televisivi diffondono su tutto il territorio: Mbs, che appartiene al presidente, e la rete nazionale.

«Non c'è quasi più nessuno sciopero nel paese, poiché chi fa sciopero finisce per essere licenziato in tutta impunità», denuncia Prosper Razanajatovo, segretario generale di Syndicalisme et vie des sociétés, forte dei suoi quindicimila aderenti. Eppure, «i diritti dei lavoratori, soprattutto dei funzionari, si riducono continuamente». Le zone senza diritto sindacale si sono estese all'insieme del paese. Come potrebbe essere altrimenti, «quando nella sua stessa azienda il presidente impedisce a chiunque di iscriversi al sindacato? »

Rémi Carayol, su Le Monde Diplomatique/Il Manifesto, marzo 2009

26-03-2009

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