Etiopia: tribù minacciano la guerra per la diga

Etiopia: tribù minacciano la guerra per la diga

aprile 2009
Le popolazioni della valle dell’Omo (sud Etiopia) da secoli vivono allo stesso modo, con pochi cambiamenti sulle abitudini ancestrali. Una sola innovazione è stata rapidamente introdotta: il Kalashnikov. Mitragliatori e fucili automatici sono la suppellettile moderna a cui nessun uomo adulto della regione rinuncerebbe. È per questo che le dispute tra le varie tribù sono ogni volta più cruente.

Qual è la causa di queste violente scaramucce? Il controllo di una risorsa vitale, ma sempre più rara: l’acqua. La vita o la morte di queste tribù dipende dall’acqua, con cui è possibile l’agricoltura di sussistenza, secondo cicli e metodi che sono frutto di secoli di esperienza. Le tribù della valle dell’Omo hanno trovato un equilibrio con il loro ambiente, ma i cambiamenti climatici hanno alterato questo equilibrio.

Ma da qualche mese c’è un altro fattore che sta sovvertendo l’equilibrio uomo-acqua: è la costruzione della gigantesca diga Gigel Gibe III, che sta per essere ultimata a monte della regione abitata da queste tribù. Le tribù dell’Omo sono ora alleate contro un nemico comune, contro cui minacciano di usare i loro Kalashnikov: il governo centrale etiope che ha imposto la diga e che non si cura del suo impatto ambientale.

Un anziano della tribù Mursi (famosa per le loro donne che infilano nei lobi delle orecchie o nelle labbra inferiori dei dischi di argilla) spiega alla BBC: “Noi tutti soffriremo, perché non ci saranno più esondazioni del fiume, necessarie per la nostra agricoltura. Il governo non ama le tribù dell’Omo. Ci distruggeranno”. Un altro anziano, della tribù Nyangatom, dichiara: “Se il livello del fiume scende, ci sarà guerra”. E non è una metafora: i giovani Nyangatom hanno combattuto a fianco del Movimento di Liberazione del Sud Sudan, e sanno usare bene le armi.

La BBC ha raccolto anche l’opinione di Richard Leakey, attivista ecologista: “La diga colpirà un numero enorme di persone che non hanno voce, che dovranno lottare per non vedere le loro risorse vitali ridotte. Gente innocente sarà uccisa nel conflitto provocato da queste risorse.”

kenya lake turkanaE l’antropologo Marco Bassi, dell’Università di Oxford, è ancora più pessimista: “La soluzione sarebbe di rendere capaci queste tribù di affrontare il cambiamento che porterà la diga e di trovare delle soluzioni. Ma chi si preoccupa di farlo? Se le cose continuano così, le tribù non ce la faranno ad adattarsi alla nuova situazione. In parole semplici, finiranno per morire”.

Ma ci sono altre tribù che sono preoccupate dalla diga sull’Omo. Sono oltre frontiera, in Kenya. Sono i Turkana, Borana, Samburu e Dasanech, comunità pastorali prevalentemente nomadi, da sempre in conflitto per lo sfruttamento delle scarse risorse disponibili. Sopravvivono allevando cammelli, capre, asini, coltivando un po’ di verdura e pescando nel lago. Si contendono la poca acqua disponibile nella loro arida terra, che proviene dal lago Turkana, alimentato dal fiume Omo.

Sono 300.000 le persone che dipendono per la loro esistenza dalle acque di questo grande lago. Ora temono che il livello delle acque del lago scenderà notevolmente, quando la diga entrerà in azione. Anche loro, perciò, alzano la voce della protesta e sventolano i loro Kalshnikov. Accusano il governo del loro paese, che ha permesso al suo omologo etiope la costruzione della diga, in cambio di un'opzione di acquisto della preziosa energia che la diga produrrà, ma non ha mai consultato e coinvolto nelle trattative le popolazioni del lago Turkana.

La giornalista Caterina Amicuccia sul Manifesto ci ricorda che dietro la diga c’è anche il governo italiano. La costruzione della diga Gilgel Gibe III è iniziata nell'estate del 2006 grazie all’accordo tra l’ente statale etiope dell’energia elettrica, e un'impresa italiana, la Salini Costruttori S.p.A., molto presente in diversi paesi africani nel settore delle grandi infrastrutture. Il progetto, dal costo complessivo di 1,4 miliardi di euro, è stato affidato alla Salini a trattativa diretta senza gara d'appalto. La Cooperazione Italiana partecipa al progetto, con un prestito di 220 milioni di Euro concesso all'Etiopia nell'ottobre del 2004, proprio mentre l'Italia si apprestava a cancellare all'ex-colonia 332 milioni di Euro di debito bilaterale.

1-04-2009

Approfondimenti:

  • Dal sito della BBC:
- Il malcontento tra le tribù della valle dell’OMO:
- Le preoccupazione di chi vive sulle rive del lago Turkana. Un bellissimo slideshow



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