Uganda: una speranza per i bambini soldato

Uganda: una speranza per i bambini soldato

aprile 2009
Due missionari riscattano i bambini-soldato, rapiti nei loro villaggi del Nord-Uganda dai ribelli del LRA. Pagano 200 dollari ai loro comandanti, per lasciarli liberi. Per tanti ragazzi e ragazze significa uscire dall'inferno e tentare di ricostruirsi la vita.

L’inferno, sussurrò in kiswahili: «Ntura iji ni icamarero». E l’adolesente ugandese Bosco ne era uscito. Era successo una notte, mentre faceva la sentinella al campo dei rivoltosi che lo avevano catturato, indottrinato e istruito ad ammazzare.

Seduto su un ceppo, in mezzo allo spiazzo del Rachele Rehabilitation Center presso Lira, nel cuore inquieto dell'Uganda, ora don Silvio Mantelli, 65 anni, salesiano, ascoltava in silenzio la storia di Bosco, che aveva 15 anni. Era lì che suor Rachele, comboniana, di Roma, accoglieva tutti quelli che riuscivano a sfuggire alla guerriglia e tentava di ridar loro un minimo di equilibrio, di scolorire gli incubi che ne segnavano le notti.

Ma non sempre era andata bene. Quella volta, nel 2005, il sole era appena scomparso quando un gruppo armato aveva fatto irruzione nelle baracche. Di guardia non c'era nessuno e avevano catturato le 120 ragazze che vi erano ospitate. La suora si era messa alla ricerca, a piedi, di villaggio in villaggio, e in un anno ne aveva rintracciate una trentina. Affrontava i capi di quei branchi, trattava, strappava dalle loro mani le prede.

«Insegnavano ad ammazzare e, se non c'erano fucili sufficienti, facevano usare i machete o i bastoni.»

Anche Bosco era stato rapito in una notte di massacri, razzie e follia. Aveva poco più di 10 anni, cinque fratelli e un futuro fosco, lì fra quelle capanne chiamate Doruma, nel distretto di Gulu, nel profondo nord. Erano finite tutte in cenere nel gran rogo appiccato dalla marmaglia del capitano ribelle Joseph Kony, un signore della guerra che ancora oggi scorrazza al di qua e al di là del confine con il Sudan e grida di udire «la parola di Dio e questo esercito di bambini è il Suo esercito».

«Neppure lui sa di quale Dio parli», commenta amaro don Silvio. Lo braccano, forse, e con molta fortuna, anche lui, come Thomas Lubanga in questi giorni, potrebbe finire davanti alla Corte penale internazionale dell'Aja.

Il prezzo per la vita di quel ragazzo era stato di 200 dollari, e ora lui parlava e il prete ascoltava. «Insegnavano ad ammazzare e, se non c'erano fucili sufficienti, facevano usare i machete o i bastoni. Molti sono stati assassinati a randellate. Mi ordinarono di imparare e mi fecero ammazzare un vecchietto. Ci costringevano a uccidere, a cuocere la vittima e mangiarla. Ma non ero un guerriero, se ne accorsero e così non mi buttarono nelle mischie».

Con un seghetto a mano, senza anestesia, gli amputarono il piede

Quando fuggì non lo ripresero, ma ebbe la sfortuna di finire in mezzo a uno scontro e un proiettile vagante lo colpì alla caviglia destra. Continuò a scappare, la ferita andò in cancrena, in un villaggio lo avvertirono: se non tagliavano, sarebbe morto. «Va bene».

Con un seghetto a mano, senza anestesia, un uomo che forse non aveva una nozione di medicina, amputò sopra il malleolo. Lui rimase ancora una settimana, nascosto nella boscaglia, poi si trascinò fino al Centro di Kalongo, il più grande dell'Uganda dove, in qualche periodo, si sono ammassati anche 50 mila disperati. Qualcuno era andato a cercarlo anche lì, ci fu una trattativa dura, ripugnante. « È nostro, ma se lo volete, ve lo vendiamo».

Poi lo avevano portato al Centro. Ora frequenta l'università di Kampala, Facoltà di Medicina. «Forse sarò utile a qualcuno», sospira con quella sua voce bassa.

Dopo di lui dallo “ntura iji ni icamarero”, dall’inferno, sono scappati in 800 e, per tutti si è contrattato, pagato i 200 dollari. Ma a fianco di questi sopravvissuti, perseguitati da ricordi crudeli, migliaia sono stati inghiottiti da una guerriglia che pochi capiscono.

La Radio che dà istruzioni ai bambini-soldato per sfuggire ai loro aguzzini

Quanti morti, don Silvio? «Centomila, cifra approssimata per difetto, e il 35 per cento erano bambini». Da «Radio Pacis», tenuta dal missionario comboniano Tonino Pisolini e affidata a ex bambini-soldato, ogni sera si incitano i mini-combattenti a fuggire e si indicano loro le piste più sicure da seguire.

Il destino dei prigionieri era crudele, «soprattutto quello delle ragazze perché vengono considerate oggetti, preda di guerra per i capi, schiave sessuali e, quando sono giudicate ormai inutili, vengono abbandonate». Il destino di Colline, forse è stato ancora più orrendo. La numero 800 è lei. La presero nel villaggio di Patongo, pure quello nel martoriato distretto di Gulu.

Quando avvenne la razzia, con il fratellino Michael, 3 anni, era scappata nella boscaglia. Si erano fermati dietro una fitta siepe, immobili per minuti che parevano eterni. Forse ce l'avrebbero fatta, ma il bambino si era messo a piangere. Quello che li scoprì impugnava un machete e con un colpo tagliò in due il piccolo. Poi dette un colpo in testa alla ragazza. Quando lei si risvegliò era appesa per i polsi con altri a un palo sorretto da due armati. Aveva 16 anni, grassoccia, i capelli rasati. Un anno e otto mesi in un girone orrendo, poi il suo padrone aveva deciso di sbarazzarsene: 200 dollari potevano andare bene.

Ma Colline non ce l'ha fatta

Lei era incinta e aveva la mente devastata da ricordi terribili. Ancora una volta al Centro di suor Rachele era iniziato il delicato lavoro di ricucitura. Ai ragazzi veniva anche chiesto di mettere su carta i loro ricordi, poi, per cercar di esorcizzare la paura, li facevano giocare alla guerra, con armi di latta. Ma con Colline qualcosa non ha funzionato, un giorno è stata di nuovo inghiottita dal nulla.

Gli insuccessi non frenano la buona volontà di don Silvio, che è un ottimista e che, quando può, come Mago Sales, con i suoi giochi di prestigio fa sorridere i bambini, quelli infermi, soprattutto. Ma il tempo non è stato galantuomo. Suor Rachele è stata minacciata dal governo in carica, costretta a lasciare il suo Centro e ora la struttura è cadente, trasformata in una scuola incialtronita dall'indifferenza.

Ma don Silvio non molla, lavora con lo Sponsoring Children Uganda, un'organizzazione belga. «Per ogni bambino diamo 200 euro all'anno, per quattro anni, rinnovabili. La gente ci aiuta attraverso donazioni alla Fondazione Mago Sales. Io stesso controllo il percorso e la destinazione del denaro». Nessuno sa quanti siano quelli della banda Kony e degli altri gruppi che vorrebbero fuggire: ma questo non importa, l'essenziale è allontanarli da quell'inferno.

Vincenzo Tessandori, su La Stampa

3-04-2009

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