Ciad: dopo l'Eufor, è l'ora delle Forze dell’Onu

Ciad: dopo l'Eufor, è l'ora delle Forze dell’Onu

aprile 2009
Un anno dopo l’inizio delle operazioni, la missione di pace europea in Ciad, l’Eufor, passa il testimone alle truppe di pace dell’ONU. La missione è la stessa: proteggere di rifugiati del Darfur e la popolazione civile ciadiana da ribelli e banditi. Si può tracciare un bilancio della presenza dell’Eufor in Ciad?

L’Eufor era concentrata in 6 campi nel Ciad, più un altro nel nord del Centrafrica, in prossimità dei campi profughi, dove vivono circa due milioni di rifugiati del Darfur, minaccati dagli attacchi dei Janjawid e dei comuni briganti. Poteva disporre di 3.200 uomini, inviati da 23 paesi: la più importante forza europea in Africa. Alla sfida logistica e tecnica dell’istallazione dei campi, si sono aggiunti i problemi dei rifornimenti di carburante, acqua, viveri ecc. Tutte le tende sono climatizzate (le temperature superano i 40°), e per il solo campo di Goz Beida occorrono 4.500 tonnellate di carburante al mese. L’acqua potabile arriva dall’Europa in bottiglie di plastica da 1,5 lt.

Qui non si mangia il rancio militare, ma cibi scelti da un menu invidiabile, specie in un posto così remoto. Il costo dell’operazione? Difficile saperlo. Il solo costo delle spese comuni, che comprendono infrastrutture, trasporto, comunicazione e attrezzatura sanitaria, è di 120 milioni di euro. Ogni Stato provvede inoltre all’attrezzatura e al mantenimento dei suoi uomini.

Un'area gigantesca e un numero limitato di soldati

Tutti questi investimenti per quale risultato? Ufficialmente, la forza Europea aveva per mandato di contribuire alla sicurezza della regione, partecipare alla protezione dei rifugiati e degli sfollati, garantire la sicurezza delle Ong e del personale dell’Onu. La zona da coprire è gigantesca, non meno di 280.000 km quadrati, con 12 campi per rifugiati sudanesi (250.000 persone) e cinque campi di rifugiati centrafricani (52.000 persone), ai quali si aggiungono una ventina di campi per gli sfollati ciadiani rifugiati (166.700 persone).

“In fretta e furia ci hanno chiesto di garantire la sicurezza. Ma chi lo ha fatto non ha nessuna conoscenza del terreno! Qui, ogni ‘sezione’, cioè un gruppo di 30 uomini, dovrebbe coprire un’area di 18.000 km quadrati!” spiega il generale francese Jean-Philippe Ganascia, che comanda l’Eufor

L’est del Ciad rimane una regione instabile. Prima le autorità tradizionali risolvevano i conflitti locali, ma ora le armi hanno proliferato, i movimenti ribelli si sono moltiplicati, in un’area in cui l’autorità dello Stati era quasi inesistente. Un cocktail perfetto al quale mancavo solo un detonatore: il conflitto a Darfur. Veramente troppo per i capi tradizionali.

In Ciad si è radicata una cultura dell'impunità

“Qui vi è una profonda cultura dell’impunità”, giudica il capo della delegazione europea nel Ciad, Gilles Desquelles. “Nell’Est del Ciad, colui che non ha un arma è perché ne ha due”, sostiene da parte sua Serge Mallé, rappresentante dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Qualche incursione sudanese dei Janjawid, poi degli “Arabi a cavallo” non identificati hanno bruciati i villaggi, ucciso degli uomini e qualche volta violentato le donne. Nessuno sa chi siano gli aggressori, se sono dei semplici banditi o combattenti per una causa. Ma nonostante questi fenomeni isolati, la presenza dell’Eufor ha permesso di dare più sicurezza alla popolazione locale.

“Non si poteva neppure andare a cercare la legna nei dintorni del campo. Ora, con i soldati, è più tranquillo”, spiega Silenia, rappresentante delle donne del campo-sfollati di Koubigou, vicino a Goz Beida. Circa 11.000 sfollati ciadiani sono rientrati nei loro villaggi, segno che l’insicurezza non è più un problema. Ma per i rifugiati sudanesi, non si parla ancora di rientro. “Finché il Presidente sudanese Bashir sarà al potere, non ci muoveremo da qui. Deve essere processato. E che ci restituiscano quello che ci hanno preso”, dice Abdalah Djouma Abakar, un sudanese rifugiato nel campo di Djalaba.

Ma ci sono anche voci critiche sulla presenza dell’Eufor, come il capo di Stato ciadiano, Idriss Déby Itno, che dopo l’attacco dei ribelli alla capitale nel giugno scorso si è sfogato: “Abbiamo accolto con gioia la forza dell’Eufor. Ma quale non è stata la nostra sorpresa nel vedere che, alla prima prova di ostilità, questa forza cooperava con gli invasori, lasciava portar via i veicoli delle Ong, incendiare i depositi di viveri e di carburante”. E ha concluso: “Abbiamo il diritto di interrogarci sull’efficacia di questa forza e sull’utilità della sua presenza in Ciad”.

"Val la pena investire nella speranza"

Un diplomatico che vuole rimanere anonimo, confida a un giornalista: “Ci hanno mandato delle forze super equipaggiate, come se fossimo in situazione di guerra, mentre il problema del Ciad è l’impunità, il banditismo e gli assalti lungo le strade. Forse l’Eufor poteva essere necessaria quando l’abbiamo chiesta nel 2006, ma lo era già meno quando è arrivata nel 2008”. E continua: “Ciò di cui c’era bisogno qui era una forza di polizia che mantenesse l’ordine”.

Ufficialmente, dunque, dal 15 marzo la Missione delle Nazioni Unite nella Repubblica Centrafricana e nel Ciad (Minurcat) ha sostituito l’Eufor. Una gran parte del personale europeo di fatto ha solo cambiato il colore dei berretti, ed è passato sotto il comando dell’ONU. La maggior parte dei Francesi resterà, così pure gli Irlandesi ed i Polacchi. Mentre sono attese delle truppe africane, dal Togo, dal Ghana, dal Malawi, e probabilmente anche dalla Libia.

“La nostra parola chiave sarà la dissuasione”, annuncia Victor Angelo, rappresentante speciale del segretario dell’ONU. Tutto cambia e nulla cambia… La Minurcat avrà delle missioni che l’Eufor non poteva assicurare, come l’appoggio al sistema penitenziario e alla giustizia. Ma nulla potrà cambiare finché la crisi del Darfur non troverà una via d’uscita, ed il Centrafrica non si sarà stabilizzato. “Val la pena investire nella speranza”, conclude Victor Angelo. Bisognerà certo investire molto, e per tanto tempo.

Adattato da Jeune Afrique n° 2514


4-03-2009

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