Grégoire, una luce per i malati di mente

Grégoire, una luce per i malati di mente

aprile 2009
Un napoletano, professore di università, affronta la guerra civile in Costa d'Avorio per incontrare il "santo dei pazzi". La sua esperienza è ora raccolta in un libro, che è come una confessione.

«Questo libro per me è un esorcismo a uso e consumo personale», confessa Valerio Petrarca, docente di Antropologia culturale all'Università di Napoli, nel presentare il suo racconto-réportage I pazzi di Grégoire (Sellerio), che è discesa nelle profondità del proprio io, riconversione a un'Africa che svela le sue crocifissioni dimenticate o provocate, rinascita a una speranza che ricomincia da quegli "ultimi" che la logica umana dà come perdenti.

Per molti anni lo studioso napoletano ha soggiornato in Costa d'Avorio per «viaggiare, vedere, capire, tornare e riferire», dopo aver fatto ricerche nei villaggi agni (popolazione dell'Africa occidentale), quando il Paese non era ancora lacerato dalla guerra civile. Vi ritorna nel 2005, e non riconosce più i luoghi e le persone un tempo frequentate. Tutto è così cambiato da provocare in lui uno smarrimento interiore. Scrivere queste pagine lo ha aiutato a uscire da questo buco nero che rischiava di fargli perdere l'anima e di portare anche lui «in manicomio».

Dal settembre del 2002, l'ex colonia francese, che aveva raggiunto l'indipendenza con la discussa presidenza di Houphouët-Boigny, è lacerata da una guerra che l'ha divisa in due parti: il Sud è sotto il controllo del Governo del presidente Gbagbo, il Centronord dei ribelli delle Forze nuove.

Viaggiare attraverso il Paese dal quale la maggior parte degli occidentali se n'è andata, è una scommessa pericolosa. Valerio Petrarca lo ha messo in conto, ma è magicamente attratto da Grégoire Ahongbonon che ha ricevuto a Trieste nel 1998 il Premio Franco Basaglia per le migliaia di malati mentali che è riuscito a liberare dall'inferno «nella speranza di risuscitare in ognuno di loro una reliquia di umanità».

È un africano che si è preso cura di altri africani che stanno peggio di Gesù Cristo sulla croce: uomini, donne e bambini, incatenati per tutta la vita ai ceppi e alle radici degli alberi, esposti alle intemperie, indifesi, nutriti con gli avanzi gettati fra i loro escrementi. Sospettati da alcune sètte di essere posseduti dal demonio, spesso sono anche torturati.

Per incontrare Grégoire, l'antropologo sbarcato ad Abidjan, la capitale che ha perso l'aspetto sorridente del passato e si è spenta sotto le ferite della guerra, deve raggiungere il Nord dove si trovano i centri di accoglienza dell'amico dei pazzi. In questo viaggio che compie sotto la custodia dei padri della Società delle Missioni Africane, fra i pochi bianchi che non hanno voluto abbandonare la Costa d'Avorio, Valerio Petrarca compie la sua discesa agli inferi nel Paese «una volta bello come la vita è bella», che lui si era preso «come si prende una moglie davanti a Dio» e che aveva creduto «di doverla seguire anche nella cattiva sorte».

Più niente è rimasto come un tempo. La guerra ha ucciso i corpi e le anime, reinventando atrocità e supplizi che nei racconti dei superstiti, in particolare dei bambini, diventano l'Urlo di Munch.

Come lo diventano nella storia del giovane Aboubacar, rinchiuso in un container con altri centro ragazzi perché si massacrino fra di loro nel tentativo di rubarsi un po' d'aria. Un supplizio praticato dai capi dei gruppi militari ribelli per regolare le proprie questioni interne. E poi ci sono i bambini soldato con il mitra in mano, i villaggi distrutti e la morte che ti arriva attraverso il vicino di casa.

La vita non vale più niente. Sono le stazioni di un calvario dove lo studioso sosta prima d'incontrare Grégoire, l'uomo che ha fatto del Vangelo il suo manuale di vita. Era un gommista, nato in Benin, finito in Costa d'Avorio dopo una vita avventurosa. Oggi è ricercato da professori e medici che vogliono capire il suo segreto di guaritore.

Lui dice che è cominciato tutto da Gerusalemme, la sua via di Damasco, dove è stato convertito da una frase: «Ogni cristiano costruisce la Chiesa portando la sua pietra». Con quelle parole, ritornato in Costa d'Avorio, ha cominciato a visitare carceri e ospedali e ha ritrovato nel volto dei malati abbandonati quello dell'Uomo del Calvario.

Da quel momento comincia a vedere «tutto ciò che prima non vedeva», a guardare con occhi diversi gli ammalati mentali, considerati una vergogna dalle famiglie e dal potere pubblico. Li ha amati e loro l'hanno ricambiato, fidandosi di lui e seguendolo. È accaduto il miracolo. I centri di ricovero e accoglienza che ha creato si sono moltiplicati: oggi ospitano 857 malati e seguono circa cinquemila ex pazienti rientrati in famiglia.

«Grégoire è un santo. Non per quello che ha costruito, ma perché i pazzi lo riconoscono, cambiano faccia quando gli stanno accanto», scrive l'amico italiano che ha messo a repentaglio la propria vita per andare a incontrarlo, spinto dal desiderio di «spiare un'umanità di scarto per controllare la mia, per una fantasia di un mondo un po' più umano».

Mariapia Bonanate su Famiglia Cristiana n°14/2009


15-04-2009

Un sito dedicato all’ospedale San Camillo di Bondoukou (Costa d’Avorio), con una Gallery di alcuni dei malati di mente curati da Grégoire.

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