Media in Africa:immagine dai mille contrasti

Media in Africa:immagine dai mille contrasti

maggio 2009
Ad Abidjan un uomo legge a voce alta i titoli di un giornale. Attorno a lui un gruppo di ascoltatori. Poi un lungo dibattito. Nella capitale della Costa d'Avorio la "titologia" va di gran moda. E i giornali si adeguano.

In un'intervista Annie Lenoble-Bart, esperta di media africani, racconta i mille contrasti dell'informazione nel Continente nero, dove è la radio a farla ancora da padrona

Chi scruta l'Africa dal binocolo del proprio intelletto vi dirà che tra Algeri e Johannesburg il mondo si divide in due parti: quelli che hanno i soldi e quelli che non li hanno. Dal canto loro, gli esperti di media vi diranno che stampa, giornale, tv e internet sono lo specchio fedele delle condizioni culturali e socio-economiche in cui versa un Paese.

In Africa bastano due esempi per riassumere il panorama massmediatico del continente più "sconnesso" del pianeta. Da un lato abbiamo Damien Glez, uno dei migliori vignettisti africani. Il suo è un giornale tra i più rispettati dell'Africa francofona. Eppure, varcando la soglia del Journal du Jeudi, nella città di Ougadougou, in Burkina Faso, niente ci fa pensare che siamo penetrati in uno dei tempi del giornalismo indipendente panafricano. Dagli uffici alla tipografia, tutto, o quasi, appare precario e desueto.

Più a sud, in Kenya, troviamo il caso opposto: oggi il gruppo editoriale The Nation, finanziato dall'Aga Khan Foundation, domina Nairobi dall'alto di un palazzo scintillante da tagliare il fiato. Tra giornali, televisione, radio e internet, il colosso keniota si è affermato in tutta l'Africa anglofona. Ora, tra il Journal du Jeudi e The Nation, che cosa c'è? Poco o nulla ci verrebbe da dire, ma forse qualcosa in più.

A quasi un ventennio dalla liberalizzazione dei media africani, Annie Lenoble-Bart, direttrice del Cemic (Centre d'études des médias de l'information et de la communication) dell'università III di Bordeaux, ci offre sfumature sorprendenti dello stato di salute attuale dei media africani.

D.: Che cosa rispecchia il fossato che separa il Journal du Jeudi e The Nation?


R.: In linea generale, la stampa anglofona rimane un passo avanti rispetto a quella francofona. Questo vale sia sul piano finanziario che per quello qualitativo. Dopo l'effervescenza creatasi con la nascita dei primi giornali indipendenti tra la fine degli anni ‘80 e l'inizio degli anni ‘90, oggi il clima è meno euforico. Gli addetti ai lavori si sono accorti che dare continuità a un progetto editoriale in Africa era e rimane molto più difficile rispetto all'Europa o agli Stati Uniti. Di recente sono stata a Lumumbashi, nella Repubblica democratica del Congo: ebbene, non esiste una pubblicazione regolare. Si pubblica quando si può.

D.: Perché tanta discontinuità?

R.: È un misto tra ostacoli politici, giuridici, economici, sociali e culturali. Nella stampa francofona, ad esempio, le pressioni di una classe dirigente fanno sì che i pubblicitari non osano apparire su giornali giudicati ostili al potere. Sul lato opposto, il numero di africani in grado di leggere il francese è nettamente inferiore rispetto al numero di lettori anglofoni. La sproporzione è tale che in Paesi come la Costa d'Avorio sono apparse situazioni quanta meno sorprendenti. Pensiamo alla cosiddetta "Sorbona" di Abidjan e il fenomeno della "titologia", che vede gente riunirsi attorno a una persona che legge i titoli di un quotidiano. Da lì nascono dei dibattiti pubblici che si limitano a commentare i titoli senza entrare nel merito dell'articolo. Il fenomeno si è talmente diffuso che alcuni giornali ivoriani cercano di accrescere le vendite con titoli accattivanti e spesso al limite della deontologia professionale.

D.: Questo significa anche che le scuole di formazione non sono all'altezza della situazione?

R.: Non credo. Ci sono ottime scuole di giornalismo a Dakar e a Yaoundé, ma sopravvivono in condizioni finanziarie molto precarie. Lo stesso discorso vale per i giornali, e in misura minore per le radio e i canali televisivi. La precarietà dei giornalisti africani fa sì che alcuni di loro non esitano a moltiplicare le "marchette" e farsi pagare dal personaggio che intervistano.

D.: Che differenze sussistono tra stampa, radio, televisione e Internet?


R.: La radio rimane indubbiamente il mezzo di comunicazione più diffuso e popolare. Al contrario dei giornali, scritti in lingua europea, la stragrande maggioranza delle stazioni radiofoniche si rivolge al proprio pubblico nei dialetti locali. La radio era e continua ad essere un media di prossimità. Costa poco ed è più diffusa nelle zone rurali rispetto agli altri media. Nel caso delle radio rurali, il fatto di essere vicini alla "fonte" è un segno di affidabilità. Quindi ci sono le televisioni, in cui quasi tutti i giornalisti sognano di approdare, ma nonostante la nascita di progetti regionali interessanti il loro numero rimane molto limitato. E poi c'è la concorrenza del satellite, grazie al quale centinaia di migliaia di africani accedono alle trasmissioni europee o americane. Infine c'è Internet, ma in questo caso a difettare sono le connessioni, troppo lente.

di Joshua Massarenti su Vita

19-05-2009

- Il sito di Le Journal du Jeudi
- Il sito del Nation Media Group del Kenya

Il Journal du Jeudi sul settimanale Vita

Africa 24, nasce la CCN africana

Alcune vignette apparse sul Journal du Jeudi:
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